lunedì 22 aprile 2013

Luciano Liboni: Il Lupo

 
 
 
 
 


Nato a Montefalco, in provincia di Perugia, è il primogenito di sette figli cresciuti tra mille difficoltà, sopratutto economiche. Un brutto carattere quello di Liboni, che lo pone al centro di diverse risse e gli fa conoscere il carcere minorile di Firenze: ruba l’auto di un invalido e si arrende alle forze dell’ordine solo dopo un concitato inseguimento. Gli studi naufragano. Fa il falegname, ma preferisce guadagnare con i furti, quelli di opere d’arte, che compie nell’Italia centrale, in particolare in Toscana, Lazio e nella sua Umbria, e gli assalti agli uffici postali. Dal punto di vista sentimentale stringe una relazione con una donna di Foligno, che però lo lascia perché «era troppo violento e metteva le mani addosso.



Il 19 febbraio 2002 Liboni è alla guida di una Polo bianca che ha rubato poco tempo prima. Transita di fronte ad un benzinaio di Todi, Fausto Gentili, che riconosce quell’auto come quella di una sua amica e decide di seguirla assieme alla compagna e alla figlia. Con la sua Audi si affianca a Liboni che però è armato. Senza pensarci due volte parte un colpo che sfiora la testa della donna e ferisce al capo l’uomo, che miracolosamente non muore. Liboni scappa e fa perdere le sue tracce bruciando la Polo, ritrovata in un parcheggio di Perugia.

Un mese dopo è sulla via Aurelia, a Civitavecchia, alla guida di un furgone, un Ford Transit che al suo interno nasconde una moto da enduro rubata. Ad un posto di blocco della Guardia di Finanza gli viene intimato l’alt, ma Liboni apre il fuoco e riesce nuovamente a dileguarsi.

Torna a farsi vivo nel luglio successivo a Roma, quando spara due colpi contro un carabiniere che gli stava chiedendo i documenti. Un proiettile colpisce il cofano dell’autovettura mentre un altro raggiunge di striscio il militare.

Luciano Liboni è ritenuto anche il responsabile di numerose rapine a danno di uffici postali e banche, attraverso le quali riesce a mantenersi durante il periodo di latitanza.



Quasi un anno e mezzo di silenzio trascorre prima che “il lupo” torni a farsi sentire. Nel dicembre 2003 viene bloccato a Praga, dopo aver esibito alle forze dell’ordine un documento risultato

falso. Liboni rimane in carcere quattro mesi, ma quando l’Interpol avverte le autorità italiane dell’arresto, Liboni è già tornato in libertà, pronto per il suo omicidio più violento.



È il luglio 2004, quando riappare nelle Marche, nel paese di Pereto, vicino a Pesaro, al bar Ciccioni. La moglie del titolare del bar chiama i carabinieri perché insospettita dall’aria trasandata dell’uomo, che stava effettuando una lunga telefonata. L’appuntato Alessandro Giorgioni, 36 anni, aveva appena finito il servizio, ma entra nel locale per un controllo. Chiede i documenti a Liboni, che dice di averli fuori, nella moto parcheggiata davanti al bar. Improvvisamente il “lupo” si volta e spara un colpo a bruciapelo al militare, al collo, per poi finirlo con un colpo al cuore. Liboni si dilegua in sella a una Yamaha rossa rubata a Terni e armato di una calibro 38. Poche ore dopo l’omicidio, in una stazione di servizio a Canili di Verghereto, lungo la E45 nella zona di Cesena, l’uomo avrebbe fatto il pieno alla moto.

La morte di Giorgioni, resa nota dai media, desta emozione e scatena una serrata caccia. Le ricerche investono molte regioni dell’Italia centrale, ed è segnalato a Roma, dove anche alla stazione Termini spara contro alcuni agenti di polizia, e dove viene ritrovata la moto rubata con la quale è fuggito. Dopo lo scontro a fuoco, commette un nuovo sequestro e scompare di nuovo.

Quel 31 luglio al Circo Massimo a Roma ci sono tanti turisti, come al solito. Tra loro anche un uomo dall’aspetto trasandato, forse un senzatetto, uno dei tanti clochard che affollano le capitali europee. Per alcuni vigili urbani, però, quell’uomo è un tipo sospetto, perché ricorda un ricercato che sta terrorizzando il centro Italia: Luciano Liboni.

Decidono di chiamare le forze dell’ordine. Appena arrivano i Carabinieri l’uomo afferra una turista francese prendendola in ostaggio ed inizia a sparare. Rispondendo al fuoco un militare lo colpisce al capo. L’uomo, stramazzato al suolo, viene caricato su una barella per essere trasportato in ospedale, quando inizia a scalciare tentando di riprendere la pistola per fuggire, pur avendo le manette ai polsi. Una reazione violenta, feroce, come quella di un animale che si sente braccato, chiuso in gabbia.

Il racconto degli ultimi istanti della vita di Luciano Liboni, morto in ambulanza ancor prima di giungere in ospedale, descrive meglio di qualunque perizia psichiatrica il carattere di questo feroce assassino. Un uomo solo, in lotta contro il mondo intero, che ha reagito con violenza ad una condizione familiare difficile.

Il caso Liboni dà a Stefano Calvagna l'ispirazione per un film, Il lupo (2007), con Massimo Bonetti nel ruolo del ricercato.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"