venerdì 29 novembre 2013

Sora Mirella la "grattacheccara"








Si è spenta il 21 novembre 2013 all’età di 78 anni sora Mirella, la storica proprietaria del chiosco di grattachecche presente sul Lungotevere degli Anguillara.

Sora Mirella, come sora Lella, era diventata un pezzo di Roma per coloro che le sera d’estate amavano rinfrescarsi con una granita alla romana e scambiarsi due parole sul biondo Tevere.
Il chiosco risiede sull’Isola Tiberina da più di 90 anni, dopo che ad un prozio della Sora Mirella si ruppe una ruota del carretto ambulante che trasportava ghiaccio. Da là la nascita dell bibite ghiacciate alla frutta che fecero innamorare gli abitanti del quartiere.
50 anni di lavoro per lei, testarda, verace, scanzonata nella vita ma mai nel lavoro che svolgeva con passione e serietà.
Già da alcuni anni il chiosco era gestito dai figli che portavano avanti le tradizioni di famiglia: ghiaccio grattato a mano e “lemoncocco”, mix ghiacciato, motivo d’orgoglio di sora Mirella.





 Nel 2015 il chiosco compirà cento anni, cento anni di grattachecche, monumento al gusto popolare e alla chiacchiera all aperto. Li nelle notti d’agosto puoi ascoltare la voce disincantata dei romani de Roma. Con il cuore a Mirella brinderemo alle piccole cose che fanno unica la Città eterna. Come appunto la magia di acqua limone e frutta impastate per bene. La grattachecca, unica bevanda senza copy right, capace di asciugare la sete di una giornata di sole. Lì accanto all’ ospedale dei frati. Dove la città e’ nata e dove i suoi figli prima o dopo ritornano”.


Chiosco della Sora Mirella all'Isola Tiberina



giovedì 28 novembre 2013

Amedeo Amadei





C’era una volta un calcio in cui giocatori giocavano per passione. In cui sputavano anche qualche dente, pur di rincorrere un pallone, pur di vedere la rete gonfiata, o di mantenerla inviolata, questo dipendeva dai ruoli. Un calcio poco accademico: basti pensare che un professore di educazione fisica di nome Naim Krieziu veniva tesserato per l’Associazione Sportiva Roma perchè si era sentito dire che fosse capace di correre i 100 metri in undici secondi netti. I talent scuot giravano per le piazze delle città e dei paesi alla ricerca di qualche giovane di belle speranze, invece di sedersi su un volo per il sudamerica in busisness class, alla ricerca del Pato di turno.

Erano i tempi controversi dell’Italia fascista, inevitabile sfondo di tutta la vicenda, che viene narrata da Marco Impiglia proprio con il ritmo, almeno nelle battute iniziali, di una marcetta dell’epoca. Vennero i tempi della guerra, in cui Amedeo Amadei, il protagonista della nostra storia che risuona ai giorni d’oggi nel tempo favoloso del “c’era una volta”, notò in un amichevole Roma-Napoli che la popolazione era magra, smunta, irriconoscibile. Era affamata di Pane e di Pallone.

Ma facciamo un passo indietro: torniamo a quegli anni trenta, in cui il protagonista della storia era ancora un ragazzino che aiutava il padre al mitico forno che la sua famiglia possedeva a Frascati. Già, perchè se gli italiani dell’epoca avevano fame di ciò che abbiamo detto prima, ad Amadei piaceva tanto sfornare “pagnotte”, quanto tirare le sue mitiche bordate dai limiti dell’aria. Ma allora ne aveva ancora di strada da fare e si limitava a giocare all’esotico fubballe (libera traduzione romana dell’inglese football) nelle piazze di Frascati con i suoi amici. Finchè un giorno, da adolescente, scoprì che a Campo Testaccio qualcuno aveva deciso di provinare le giovani promesse: contando di imbrogliare i genitori con una scusa, saltò in sella alla sua bici e volò verso la Capitale. Come detto erano altri tempi, in cui si poteva anche fare Frascati-Testaccio su due magre ruote.




Venne preso, crebbe ed esordì con la maglia della Roma nel 1937 a soli 15 anni, 9 mesi e 13 giorni (record che ad oggi il fornaretto ancora mantiene). Si fece le ossa a Bergamo, ma all’inizio giocò come ala per la sua incredibile velocità e la sua scarsa vena realizzativa soprattutto nel gioco aereo. Tornò alla Roma e piano piano si conquistò la maglia numero 9, sempre seguendo i consigli dei giocatori più esperti e degli allenatori, in particolare di Alfred Schaffer – della scuola magiara, un po’ il Mourinho dell’epoca – che lo lanciò già dopo il ritorno dal suo prestito all’Atalanta come centravanti, tra le critiche della stampa e del pubblico. In undici anni di militanza per la società capitolina, Amadei realizzò 100 reti in 216 presenze in campionato e in assoluto 146 in 264 occasioni in cui vestì la maglia della Roma. Nella stagione ’41-’42, fu tra i protagonisti del primo scudetto della squadra giallorossa, segnando poi gol a ripetizione con l’Ambrosiana Inter e a fine carriera nel Napoli. Vestì 13 volte la maglia azzurra, realizzando ben 7 reti.






Quelli erano gli anni del fascismo e con l’entrata in guerra le cose al forno non andavano poi tanto bene. La bottega di famiglia fu bombardata e distrutta dagli aerei americani, mentre Amadei venne squalificato a vita per un calcio in zone proibite al guardalinee, che non aveva mai dato. Ci vollero un paio d’anni prima che il Coni riconoscesse l’errore e la fine della guerra prima che la famiglia del fornaretto potesse riavere il suo negozio.








 Ad Amedeo Amadei è stato intitolato il 5 novembre 2007 il campo già "Lucio Mamilio" di Frascati, il più antico impianto sportivo del tuscolano. 
Il 20 gennaio 2009 si è costituito il Roma Club Frascati intitolato al giocatore che ha accettato la carica di Presidente, il club è affiliato all'Unione Tifosi Romanisti.
Il 20 settembre 2012 è stato tra i primi 11 giocatori ad essere inserito nella hall of fame ufficiale della Roma. 

Si spegne a Frascati il 24 novembre 2013 a 92 anni d'età.

giovedì 21 novembre 2013

Q. XVI. Montesacro





Superficie: 419,91 ha.

Confini attuali: via Prati Fiscali – piazzale Jonio – via di Valle Melaina – via Monte Massico – via Monte Resegone – via delle Vigne Nuove – via Guadagnalo – via Monte Fumaiolo – via della Bufalotta – via della Cecchina – via Matteo Bandello – viale Jonio – via Jacopo Sannazzaro – fosso della Cecchina – fiume Aniene – linea d’aria del fiume Aniene alla ferrovia Roma-Orte – fosso di S.Agnese – fiume Aniene – ponte sul fiume Aniene delle ferrovia Roma-Orte – ferrovia Roma-Orte- via dei Prati Fiscali.

Origine del nome: il quartiere prende il nome dall'omonimo monte dove, come vuole la leggenda, vi si recavano gli auguri per effettuare i loro vaticini osservando il volo degli uccelli. Un’altra leggenda popolare narra che anche gli aruspici vi eseguissero pratiche magiche grazie alle quali le "miracolose" preghiere dei sacerdoti avrebbero "protetto" i fedeli.

Storia: nell’antica Roma il Monte Sacro era molto al di fuori della cinta muraria, a metà strada fra l'Urbe ed il borghetto di Ficulea, lungo il percorso della Via Nomentana che conduceva a Nomentum. Lungo la strada, alcuni tratti della quale conservano il basolato originale (ad esempio presso il Grande Raccordo Anulare) sorsero diversi monumenti funebri, due dei quali sono ancora visibili nei pressi del monte, in corrispondenza del quale la strada superava l'Aniene con il ponte Nomentano. Oltre che luogo per funzioni religiose, era anche punto di riferimento geografico, immerso in età repubblicana in un vasto latifondo agricolo.





L’intera zona, eminentemente agricola, era occupata dalle vaste tenute dove fiorivano casali e campi fecondi: Quarto di ponte Salario, tenuta di Prato Fiscale, tenuta di Casal Fiscale, tenuta di Ponte Nomentano.
Dopo l'età romana, presumibilmente per la difficoltà di difenderlo militarmente, la zona del monte divenne disabitata e tale restò sino a tempi ben più recenti. L'espansione della città avvenne in altre direzioni. In zona, l'unico punto frequentato rimase il Ponte Nomentano sull'Aniene, che divenne nel tempo posto di controllo e presidio di dazio.
Monte Sacro sorge sulla via Nomentana, all'altezza di Ponte Nomentano sul fiume Aniene. E’ nato nel 1928 con il nome originario “Città Giardino Aniene” una graziosa città con casette raccolte tra il verde ai margini della città. In base al progetto urbanistico, affidato all’architetto Gustavo Giovannoni e realizzato dall’Istituto case popolari, i villini, al massimo di tre piani, dovevano essere disposti su una duplice altura posta al di là dell’Aniene e collegata con un ponte a Roma. Il Comune si incaricò di sistemare i necessari servizi pubblici come le scuole, un piccolo parco, l’ufficio postale e i distaccamenti comunali. Sulle aree acquistate a bassissimo prezzo si costruirono le abitazioni.





La prima destinazione del quartiere era di taglio popolare, con interi lotti dedicati alle abitazioni per i ferrovieri (a questa categoria si riservarono in realtà grandi interventi edificatori in molte zone della città) e diversi altri realizzati per l'Istituto Autonomo Case Popolari. Agli inizi la densità era di 100 abitanti per ettaro, essendoci solo villini. Purtroppo l’idea della garden city venne tradita bruscamente dal rapido sviluppo e dal mutamento in intensivo della zona, quando i costruttori moderni si accorsero che quelle terre costavano poco e furbescamente le sfruttarono, creando prima palazzine e in seguito i soliti “alveari”.





 Divenuto polo d’attrazione per l’espansione a nord di Roma, il quartiere si vide gradualmente attorniato dalle fitte abitazioni di Valle Melaina e del Tufello prive totalmente di verde. Così quel bel complesso autonomo e distaccato dalla città cambiò progressivamente aspetto e i villini vennero circondati dalle case della Società generale immobiliare e da quelle di altre cooperative. La situazione precipitò inevitabilmente intorno agli anni sessanta con l’aumento della densità abitativa (fino a 180 abitanti per ettaro nella parte nord). In quel periodo prese corpo il quartiere contiguo detto Monte Sacro Alto, oggi più noto come Talenti.
Oggi il quartiere non ha perso del tutto l’aspetto generale di città giardino anche grazie alla presenza di villette graziose di cultura estensiva, sopravvissute alla cultura intensiva moderna. L’aria tutto sommato si mantiene respirabile, anche se è influenzata dal traffico che scorre nelle vie poco distanti. Le stradine di alcune zone, al principio sufficienti per le villette, non sono adeguate per le nuove e più grandi costruzioni e per i mezzi che vi circolano (il problema riguarda soprattutto i mezzi pubblici i quali, sia per la difficoltà di manovra sia per i parcheggi abusivi, rimangono spesso “imbottigliati” nel traffico con grave danno per gli utenti).





Nelle zone più recenti, invece, vi sono vie lineari e a scacchiera. Forse proprio in questa difformità fra zone “vecchie” e zone più moderne, tra palazzoni e villette, stradine strette, irregolari e strade più ampie, risiede la suggestione del quartiere, abitato oggi da professionisti, impiegati, e perlopiù, da un ceto medio composto da famiglie benestanti e costituito da pochi negozi dislocati soprattutto nelle arterie principali.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"