venerdì 31 maggio 2013

Little Tony





Antonio Ciacci - questo il vero nome di Little Tony - nasce a Tivoli il 9 febbraio 1941. Nato da genitori sammarinesi originari di Chiesanuova, è cittadino della Repubblica di San Marino e pur avendo vissuto quasi sempre in Italia, non ne ha mai richiesto la cittadinanza. Giovanissimo si interessa alla musica grazie alla passione del padre, dello zio e i fratelli, tutti musicisti.
Le prime pedane che Antonio calca sono i ristoranti dei Castelli Romani; seguono poi le balere e i teatri d'avanspettacolo. 


 


Viene notato del 1958 Jack Good, impresario inglese, che assiste a un suo spettacolo al teatro Smeraldo di Milano. Good convince l'artista a partire con i suoi fratelli per l'Inghilterra: oltremanica nascono quindi "Little Tony and his brothers". I loro spettacoli riscuotono grande successo e Little Tony decide di rimanere in Inghilterra per diversi anni. In questi anni alimenta un vero e proprio amore per il Rock'n'roll, amore che si riscontrerà essere di quelli che non fiscono mai.
Tra gli anni 1958 e 1960 incide un notevole numero di 45 giri tra cui "Lucille", "Johnny B.Good", "Shake Rattle And Roll". Alcuni dei suoi pezzi vengono scelti per far da sfondo musicale ai film di quegli anni ("Blue monday", "Il Gangster cerca moglie", "Che tipo rock", "I teddy boys della canzone"). Rientra in Italia e partecipa al Festival di Sanremo in coppia con Adriano Celentano nel 1961. Canta "24 mila baci" e si classifica al secondo posto. Nello stesso anno incide diverse canzoni per altri film. Il primo successo discografico esplosivo arriva l'anno seguente (1962) con "Il ragazzo col ciuffo" lo proietta ai primi posti delle classifiche. 






Nel 1962 Little Tony è al Cantagiro con il brano "So che mi ami ancora". L'anno dopo arriva secondo con "Se insieme ad un altro ti vedrò", scritta da Enrico Ciacci, suo fratello. Pubblica "T'amo e t'amerò", già presentata da Peppino Gagliardi, riscuotendo buon seguito. Torna poi a Sanremo con "Quando vedrai la mia ragazza". Il trionfo, quello vero, arriva nel 1966 quando presenta al Cantagiro una delle canzoni che saranno suo simbolo distintivo: "Riderà". Boom chiama boom e nel 1964 presenta a sanremo "Cuore matto", altro exploit di vendite (prima in classifica, la canzone rimane tra i primi posti per dodici settimane consecutive). "Cuore matto" fa conoscere Little Tony in altri paesi europei e in America latina. 





Nel 1968 partecipa al Festival di Sanremo per la quarta volta (con "Un uomo piange solo per amore"). Dello stesso anno sono "Lacrime" e "La donna di picche". Poi "Bada bambina" (1965, ancora a Sanremo). Fonda successivamente la "Little Records", propria etichetta con cui esce "E diceva che amava me/Nostalgia". Nel 1970 arriva un grande successo sanremese con "La spada nel cuore" (in coppia con Patty Pravo). 
Dopo quegli anni '60 che hanno proiettato Little Tony nella storia della canzone italiana, torna di nuovo a Sanremo con "Cavalli bianchi" nel 1974. L'anno seguente pubblica l'album "Tony canta Elvis", in cui rende omaggio a quello che considera suo maestro e guida, Elvis Presley, interpretando vari suoi classici. 





Negli anni '80 forma il gruppo "I Robot", insieme a Bobby Solo e Rosanna Fratello (il nome del gruppo è un acronimo delle loro iniziali) che riscuote discreto successo (anche a Sanremo). Negli anni '90 si dedica esclusivamente alla tv partecipando come ospite musicale a molte trasmissioni sia Rai che Mediaset. Nella stagione 2002-2003 è ospite fisso e spalla di Mara Venier al programma "Domenica In".
Con Bobby Solo si presenta di nuovo sul palco dell'Ariston nel 2003, partecipando in coppia con il brano "Non si cresce mai". Presta la voce nel 2004 al brano dance di Gabry Ponte "Figli di Pitagora", poi torna ancora a Sanremo nel 2008 con "Non finisce qui". Ricoverato da tre mesi circa presso la clinica di Villa Margherita a Roma, Little Tony si spegne a causa di un tumore il giorno 27 maggio 2013 .


lunedì 20 maggio 2013

Torre della Scimmia






Delle tante torri che svettavano sulla Roma medioevale una delle poche che è rimasta intatta è questa Torre che si ritiene sia stata eretta dai Frangipane.
Passeggiando per Roma in Via dei Portoghesi tra via dei Pianellari e Via dell'Orso, vediamo questa Torre che è anche detta della Scimmia in ricordo di un fatto accaduto tre-quattrocento anni fa.
In alto scorgiamo una statua ed una lampada accesa.
Narra un' antica e famosa leggenda popolare romana che qui abitava un tempo un nobile che aveva un unica figlia ancora in fascie e una scimmia. Un giorno la scimmia prese la bambina tra le braccia e salì sulla sommità della Torre. Il padre disperato, fece voto alla Madonna che, se il bambino gli fosse stato restituito sano e salvo, le avrebbe dedicato una statua in cima alla Torre e avrebbe fatto mantenere acceso il lume votivo per sempre.
Improvvisamente la scimmia discese e depose il bambino.
Il padre adempì al voto e lasciò l'obbligo a tutti i futuri possessori del palazzo di tenere sempre accesa la lampada di fronte alla statua della Madonna.
La Torre, nei secoli, ha cambiato vari proprietari, ma su, in alto sopra la strada, nel posto stesso in cui si era fermata la scimmia, là splende la lampada in memoria del voto del quel padre. 



domenica 5 maggio 2013

La Scala Santa








 Una tradizione medievale, cominciata a circolare nell’Anno santo 1450, la vuole giunta a Roma nel 326, per volontà di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, la quale l’avrebbe prelevata dal palazzo di Pilato, a Gerusalemme. È la cosiddetta Scala Santa. Gesù l’avrebbe salita e ridiscesa due volte nel giorno della condanna a morte. Sant’Elena l’avrebbe poi donata a Papa Silvestro I e lui l’avrebbe collocata davanti all’originaria residenza papale, oggi sostituita dal Palazzo Lateranense, storicamente conosciuta come Patriarchio. Nel piano di ristrutturazione di quest’ultimo, ordinato da Sisto V sul finire del ’500 e affidato all’architetto Domenico Fontana, per la Scala Santa non si trovò soluzione migliore che appoggiarla al “Sancta Sanctorum”, la cappella personale dei pontefici, in una struttura posta sul lato est della piazza.


 



Quasi a voler sottolineare lo straordinario avvenimento, lo stesso Fontana racconta che il trasporto dei 28 gradini marmorei avvenne di notte, al lume di torce e al canto di preghiere e salmi e che furono messi in opera iniziando dall’alto perché non venissero calpestati dai piedi degli operai, ma toccati solamente dalle ginocchia. Una tradizione che i pellegrini hanno mantenuta nel tempo tanto che, per impedirne l’usura, nel 1723 Innocenzo VIII li fece coprire con tavole di noce.


 



Per agevolare l’afflusso dei fedeli, in numero sempre crescente, Fontana affiancò poi alla Scala Santa altre quattro scale, mentre ai lati del “Sancta Sanctorum” eresse le cosiddette “nuove cappelle”: quella di San Lorenzo, che funge da chiesa vera e propria, e quella di San Silvestro, oggi adibita a coro dei Passionisti. Con una bolla, il 24 maggio 1590 Sisto V annuncia la chiusura dei lavori e da quella data la Scala Santa entra a far parte tanto della storia artistico-urbanistica di Roma quanto di quella liturgica e penitenziale.

La Scala può a giusto titolo considerarsi la misura della devozione popolare alla Passione. A salirla, pure molti Papi. Memorabile l’ultima visita fatta da Pio IX il 19 settembre 1870, alla vigilia della presa di Roma. Il Pontefice la salì in ginocchio, sorretto dal beato Bernardo Silvestrelli, generale dei Passionisti ai quali proprio Pio IX aveva affidato, nel 1854, la custodia del santuario.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"