venerdì 15 febbraio 2013

Federico Fellini e la sua Roma






Il regista-sognatore si è servito di Roma quasi fosse un grande telo sul quale proiettare le proprie fantasie ed imprimere autenticità a quelle che sono sempre state per lui realtà solamente sognate, verità osservate unicamente da un punto di vista soggettivo, ricordi presunti e forse frutto dell’immaginazione soltanto.
Roma è non solo madre amica amante, ma anche punto di vista privilegiato dal quale guardare il mondo. 
La folgorazione provata dal giovane giornalista Fellini (che a Cinecittà si era recato, per la prima volta, per intervistare una grande attrice cinematografica della quale era segretamente innamorato), alla vista di Roma – grande palcoscenico fascinoso e surreale – fu da subito istantanea ed intensa, destinata a non svanire mai.
Fellini immortalerà da allora sempre quel mito eterno che è Roma, scegliendo spesso punti di vista differenti: darà diverse visioni dall’alto della città (come nella sequenza iniziale de “La dolce vita”, nella quale Mastroianni sorvola Roma a bordo di un elicottero), ma si insinuerà anche nelle sue viscere. 





E la città intera sarà sempre uno dei soggetti principali delle pellicole di Fellini: dalla Roma notturna dei vicoli e delle grotte popolata sia da meretrici vocianti e giunoniche che da ingenue e candide creature come Cabiria (figura minuta e poetica interpretata da Giulietta Masina, moglie del regista), ad una città leggera che pare danzare sinuosamente all’interno di fontana di Trevi come fa Anita Ekberg al ritmo delle note di Nino Rota; dai luoghi di ritrovo mondani de “La dolce vita”, alle fragorose trattorie di quartiere; dai teatri nei quali avevano luogo dei variopinti spettacoli di varietà, all’interno delle “case di tolleranza” brulicanti di pittoreschi e smaniosi personaggi sui volti dei quali sembrano facilmente leggibili desideri carnali nitidi ed intensi.
La Roma felliniana è, sì, tutto questo. Ma è anche la passerella festante sulla quale sfilano i ricordi sfocati di ciò che è stato, è il teatrino ambulante nel quale vengono continuamente proiettate – come ombre cinesi – fantasie pulsioni desideri, è il grembo materno che respinge e che accoglie, è la narrazione di un interminabile e sinuoso sogno solo colmo d’incanto.

sabato 2 febbraio 2013

L'agguato al boss Enrico De Pedis






Era il 2 febbraio 1990.
 L' anno dello scontro finale all' interno della banda della Magliana. Enrico De Pedis detto "Renatino"capo dei testaccini, concorrente in affari e nemico giurato di quelli del gruppo Magliana Acilia ormai da qualche tempo faceva tutto di testa sua. Tra l' altro, "Renatino" non pagava piu' la "stecca", cioe' non divideva piu' i proventi delle attivita' illecite con i compari di una volta. E poi lui, che di soldi ne aveva accumulati tanti, non versava neanche la "settimana" agli ex amici ancora detenuti. Ma soprattutto sul conto di "Renatino" c' erano quelle pistolettate sparate a Ostia: tre colpi che il 16 marzo del 1989 avevano stroncato il boss della Magliana Edoardo Toscano. Per questo e per molto altro "Renatino" doveva essere eliminato: i maglianesi lo ammazzarono in via del Pellegrino all' ora di pranzo.
Otto i killer ma davanti alla Prima sezione della Corte d' Assise c' erano solo due uomini: Angelo Angelotti e Marcello Colafigli, capi storici della Banda della Magliana , gli altri o morirono nel frattempo in vari altri agguati o fuggiti all'estero. Un' organizzazione militare, quasi ingiustificata per un' azione del genere. Come dire che all' eliminazione di "Renatino" erano interessati in molti, probabilmente non solo i suoi diretti avversari. Il 2 febbraio, scatta l' operazione perche' Angelo Angelotti da' il segnale di via libera: e' lui che attira il suo "amico" De Pedis nella trappola, con la scusa di regolare certi affari gli da' appuntamento in via del Pellegrino davanti il civico 65. I due s' incontrano, discutono, poi alle 13 "Renatino" inforca il suo motorino "Honda" e a tutto gas schizza contromano lungo la vietta: ma si trova di fronte una grossa moto. "Renatino" intuisce il pericolo, inverte la marcia: ma i killer lo raggiungono e lo abbattono con una pistolettata. La moto, con Antonio D' Inzillo alla guida e Dante Del Santo col revolver, sparisce in pochi secondi. Si ritirano anche gli altri sei uomini del commando che avevano bloccato le eventuali vie di fuga.






La salma di De Pedis, inizialmente tumulata nel Cimitero del Verano, è stata trasferita circa due mesi dopo all'interno della cripta della basilica di Sant'Apollinare a Roma, nel rione Ponte.
La mattina del 18 giugno 2012, alla presenza della moglie, dei fratelli e dell'avvocato di famiglia, la salma di De Pedis è stata traslata dalla basilica di Sant'Apollinare, mettendo fine alle polemiche che, in questi anni, hanno accompagnato la vicenda della sepoltura del boss della Magliana all'interno della chiesa romana. Le spoglie di De Pedis, trasferite al Cimitero di Prima Porta, sono state cremate e successivamente le ceneri disperse in mare.



VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"