lunedì 28 gennaio 2013

Q. XI. Portuense





Porta Portese


Superficie: 492,78 ha.

Confini attuali: fiume Tevere, ponte della Magliana, via della Magliana, via dell’Imbrecciato, via Portuense, porta Portuense (esclusa).

Origine del nome: il nome deriva dalla via Portuense antica, sorta come pista per il movimento fra l’Urbe e lo scalo di Portus, in prevalenza dal mare verso la città. I cosiddetti “pilorciatori” con l’ausilio di animali da traino, avevano il compito di trascinare le imbarcazioni cariche, facilitandone da terra il superamento della corrente.

Storia: l’area del quartiere occupa una parte dell’area degli Horti di Cesare, che dalle pendici delle alture di Monteverde Gianicolo si estendevano fino al Tevere. Oltre il limite di questi giardini v’era ilvicus Alexandrinus, il centro cioè dei marittimi originari d’Alessandria d’Egitto, da cui Roma dipendeva per le forniture di grano. Il Portuense sorse come un quartiere operaio con vaste zone operative, con intenzioni produttive legate a progetti del vecchio sogno del porto fluviale. L’intero complesso tendeva a saldarsi con un preesistente borgo rurale della Magliana costruito tra il 1909 e il 1911 che dopo la ristrutturazione del 1936 prese il nome di Magliana Nuova. Le Olimpiadi del 1960, la linea B della metropolitana e l’aeroporto di Fiumicino furono avvenimenti che influenzarono viabilità, pressione demografica e, di conseguenza, l’importanza del quartiere.
 
 
Piena del Tevere in via Portuense del 17 dicembre 1937
 

venerdì 25 gennaio 2013

Dino Viola






Dino (o Adino, all’anagrafe) nacque ad Aulla, provincia di Massa Carrara nel 1915. Tra lui e la Roma fu subito amore fin dai tempi di Campo Testaccio; si racconta del suo primo impatto con quei colori, con la folla che, bandiere in mano, si recava allo stadio per ammirare gli eroi della Roma degli anni trenta. Ne rimase folgorato.
Laureato in ingegneria, dopo la guerra aprì un’industria specializzata in parti meccaniche a Castelfranco Veneto. Entrò nel consiglio d’amministrazione giallorosso durante la presidenza di Franco Evangelisti, seconda metà degli anni sessanta. Con Alvaro Marchini come massimo dirigente, Viola divenne vicepresidente. Fu sempre molto attivo in quegli anni, capace e sempre disposto a sacrificarsi seguendo la squadra. Di quel periodo Donna Flora, sua moglie, in un’intervista rilasciata a “La Roma” poco tempo dopo la scomparsa dell’ingegnere, ricorda un episodio: Dino fu ricoverato e operato d’urgenza per un’ulcera. Molta paura ma tutto fortunatamente andò bene. Lasciando l’ospedale Dino le disse: “Mi sarebbe proprio dispiaciuto morire… non ho ancora fatto nulla per la mia Roma”. L’occasione per divenire l’artefice del futuro della sua Roma venne qualche anno più tardi. Messo ufficialmente da parte dal nuovo presidente Gaetano Anzalone, continuò a seguire la sua Roma ed il 16 maggio 1979 arrivò il suo momento. Un Anzalone in lacrime comunicò in una conferenza stampa di aver ceduto il pacchetto di maggioranza all’ingegner Viola, il cui ritorno come massimo dirigente sarebbe potuto avvenire un anno prima, ma vari eventi non lo permisero. A chi gli chiese il perché di quel rientro ufficiale nella società Dino rispondeva: «A dire il vero non me ne sono mai andato». Il suo primo atto ufficiale fu avviare un progetto destinato a far rinascere l’orgoglio romanista, portare la Roma a sfidare lo strapotere delle società del nord. Per raggiungere quest’obiettivo il primo passo fu richiamare a Roma l’allenatore Nils Liedholm che, con il Milan, si era appena laureato campione d’Italia conquistando lo “scudetto della stella”.
 
 
 
 
 
 
 Le prime due stagioni alla guida della società fugarono ogni dubbio sulle sue capacità e sulla sua serietà. Arrivarono due Coppe Italia ed un secondo posto che, seguendo il “film” del campionato, alla squadra di Liedholm stava strettissimo. Era l’anno del famoso gol di Turone… “Tra noi e la Juve è sempre una questione di centimetri” disse poi. Da grande condottiero qual era, Viola non si arrese; “La resa è dei vigliacchi ed io non conosco questo vocabolo” amava ripetere e lo dimostrò con i fatti. Nella sua Roma arrivarono sempre calciatori di talento, tra i migliori in circolazione. Tra tanti campioni arrivati in quegli anni si possono ricordare Roberto Pruzzo, arrivato nel 1978 grazie alla collaborazione di Viola, Bruno Conti, Paulo Roberto Falcao, Carlo Ancelotti, Sebino Nela, e a seguire Zibì Boniek, Rudi Voeller e poi tanti, tanti altri campioni che negli anni hanno reso la Roma di Viola un cliente scomodissimo per tutti. 
 
 
 
 
 
Dopo un “anno di transizione” arrivò finalmente il coronamento di un sogno, una promessa mantenuta fatta ai tifosi: nel maggio 1983 lo scudetto ritrovò la strada che porta a Roma, sponda giallorossa del Tevere. 
 
 

 


 

 
 
Il presidente non si diede ai festeggiamenti; pragmatico come sempre si adoperò subito per allestire una squadra capace di imporre la sua legge anche in Europa. Mentre la città di Roma era immersa negli adorati colori giallorossi, il presidente avviava le trattative con Cristoforo Colombo, omonimo del navigatore genovese, procuratore di Falcao. La trattativa per il rinnovo del contratto della stella brasiliana fu difficile, ma per la Roma nulla è mai stato facile. In quella stessa estate del 1983 un episodio legò la Roma di Viola e l’Udinese del presidente Mazza: fu negata la ratifica del contratto che avrebbe legato Toninho Cerezo alla Roma e Zico all’Udinese. Iniziò una lotta legale che portò alla prima spallata al sistema da parte di Viola. L’anno successivo la Roma arrivò a pochi centimetri dal trionfo europeo nella massima competizione per clubs, ma Viola non si arrese e riprese a lavorare senza tregua per il futuro. “La Roma non ha mai pianto e non piangerà mai: perché piange il debole, i forti non piangono mai”. Liedholm tornò al Milan e si pensò a Sven Goran Eriksson per mantenere il rendimento ai livelli da sempre sognati dalla tifoseria giallorossa. 
 
 
 
 
 
Anche per poter vedere Eriksson sulla panchina giallorossa il presidente fu costretto ad ingaggiare una nuova lotta legale con le istituzioni calcistiche; lo scopo era svecchiare i regolamenti. Oggetto della contesa la norma ormai anacronistica che impediva a tecnici stranieri di allenare squadre italiane. Arrivò un secondo posto ed una coppa Italia. Il calcio iniziava a cambiare, ma la Roma di Viola continuava a dare filo da torcere alle potenze del nord. Nel 1988 la sede sociale fu trasferita a Trigoria, al centro “Fulvio Bernardini”, attuale feudo giallorosso. Caratteristica di Dino Viola era anche quella di parlare schiettamente ai propri tifosi, e lo fece prima del campionato 1989 – ’90, in cui il presidente annunciò un anno difficile, in cui ci sarebbe stato da soffrire visto il forzato “esilio” al Flaminio per i lavori in vista di Italia 90 cui era sottoposto lo stadio Olimpico. Malgrado ciò arrivò una qualificazione in Coppa UEFA, con Gigi Radice in panchina. Viola continuò fino all’ultimo giorno a lavorare alla sua scrivania cercando di dare attuazione pratica ai suoi progetti, per far ancora uscire i tifosi “… dalla prigionia di un sogno”, come affermò in occasione della vittoria tricolore dell’83. Difese sempre le sue scelte assumendosene la piena responsabilità. Nella sua ultima campagna acquisti prelevò dal Benfica vicecampione d’Europa il brasiliano Aldair, futuro beniamino indiscusso del popolo romanista. Non fu solo un abile imprenditore ed un grande presidente, ma anche uomo dotato di un grande intuito. La sua lungimiranza apportò grandi innovazioni proiettando la sua società nel futuro: infatti nell’ottobre del 1982 l’A. S. Roma fu la prima società calcistica italiana a dotarsi di computers, aprendosi all’informatizzazione. Non solo. Fu anche il primo ad intuire l’importanza di avere uno stadio di proprietà del club. L’idea la ebbe intorno al 1985, ma resistenze di varia natura lo costrinsero ad accantonare il progetto. In seguito si disse che considerava la mancata realizzazione dell’impianto come la sua più grave sconfitta da presidente della Roma. Nelle intenzioni, doveva essere una struttura polifunzionale comprendente negozi, parco giochi e perfino una chiesetta. Un progetto sicuramente all’avanguardia in Europa. Dino Viola fu anche eletto senatore indipendente nelle liste della DC: “Un’esperienza utile ma da non ripetere” commenterà in seguito. Dopo la sua morte, a traghettare la Roma fino al termine di quel campionato 1990 –‘91 ci penserà la moglie, dai tifosi conosciuta come Donna Flora, scomparsa nel novembre 2009. 
 


 
 I giornali commenteranno in modi diversi la scomparsa di Dino Viola, ma fu unanimemente riconosciuto il suo valore e la sua grande capacità di dirigente ed imprenditore: “Addio Viola, era la Roma”, “Addio, presidente contro”, “L’ingegner scudetto”, “Dalla Rometta alla Roma passando per Viola”, “Con lui la Roma tornò Capoccia” “Addio Viola, il rivoluzionario”, “E’ morto Viola, l’ingegner Roma” erano alcuni dei titoli ma forse il più bello e significativo fu quello de “La Roma” diretta dal figlio Riccardo: “Non batte più il cuore di Roma”.

Il suo linguaggio forbito, arguto, elegante, essenziale da alcuni definito “violese” manca tantissimo oggi in un mondo in cui si urla spesso e quasi sempre inutilmente. Il suo stile resterà inimitabile.

Il bilancio di 12 anni di gestione parla chiaro: 1 campionato, 5 coppe Italia, 3 secondi posti e due finali europee raggiunte ma il maggiore successo è l’aver trasmesso al tifoso romanista la consapevolezza di poter tenere testa ai grandi clubs, sia in Italia che in ambito europeo ed aver dato nuova linfa all’orgoglio giallorosso. Sono passati 20 anni da quel gennaio 1991, ma Roma e la Roma non potranno mai dimenticare l’ingegner Dino Viola, la sua signorilità, le sue capacità ed il suo grande carisma.




Per sempre grazie, presidente.

giovedì 17 gennaio 2013

Sant'Antonio Abate e la benedizione degli animali






Ogni anno il 17 gennaio, davanti alla chiesa di Sant'Eusebio, all'angolo tra via Napoleone III e piazza Vittorio, si rinnova una tradizionale quanto curiosa funzione: quella della benedizione degli animali. 
Il rito è celebrato oggi in forma assai ridotta rispetto al passato e i partecipanti si sono ristretti ai soli animali domestici, come cani, gatti e canarini. Nei secoli scorsi, la cerimonia si svolgeva invece con grande sfarzo: gli animali da benedire erano numerosissimi e andavano dai buoi agli asini, dagli animali da cortile fino ai cavalli delle carrozze dei nobili. La benedizione, poi, aveva luogo in origine nella vicina chiesa di Sant'Antonio Abate, il santo protettore degli animali, e solo quest'ultimo secolo è stata dirottata, per motivi di traffico, a Sant'Eusebio. 
La cerimonia, di grande attrazione per gli stranieri, si ripeteva spesso per diversi giorni e cominciava fin dalle prime ore del mattino del 17 con la sfilata di tutti i quadrupedi, tra due ali di folla, fino alla chiesa. Qui un sacerdote, munito di un grande aspersorio, spruzzava energicamente le bestie impartendo loro la benedizione. Fra le testimonianze scritte giunteci dell'avvenimento ci sono anche quelle di Goethe e di Andersen, mentre la scena è stata immortalata in una litografia di A.J.B. Thomas del 1823, in un acquerello di Bartolomeo Pinelli del 1831 e in un quadro del danese Wilhelm Mastrand del 1838.
Naturalmente la benedizione richiedeva un'offerta da parte dei proprietari delle bestie alla chiesa di Sant'Antonio; essa andava da quelle in natura dei contadini a quelle cospicue in denaro dei nobili.
Il giro di interessi economici legato alla cerimonia divenne così rilevante da indurre i parroci di altre chiese a tentare di "farlo proprio", approfittando del fatto che alcuni nobili, elargendo lauti compensi, chiedevano funzioni riservate ai propri animali. 
Ciò portò ad una concorrenza tra Sant'Antonio Abate e altre chiese romane per l'esclusiva sulla benedizione degli animali, tanto che nel 1831 il cardinale vicario dovette intervenire minacciando la sospensione a divinis per chi avesse compiuto il rito al di fuori della chiesa di Sant'Antonio.

mercoledì 16 gennaio 2013

Via dei Cessati Spiriti





In via dei Cessati Spiriti, nella zona della Caffarella sull'Appia Nuova, la leggenda vuole che qui ci siano state in passato strane presenze. Su questa strada, parallela alla via Appia,  c'era un'osteria meta di molti viaggiatori e viandanti che si fermavano a riposare e a prendere un boccale di vino. Puntualmente però tutti i viaggiatori venivano derubati dei carri o dei cavalli che lasciavano fuori davanti alla casa.
I proprietari si accorgevano del furto solamente all’ultimo momento, quando ormai i ladri erano scomaprsi. Forse proprio perchè nessuno è mai riuscito a salvare il proprio carro e a vedere con i propri occhi i furfanti, in breve si attribuì la responsabilità dei furti agli spiriti che infestavano la vall, già Roma non era edificata in quel luogo come adesso.
In ogni modo la credenza che ci fossero fantasmi e spiriti erranti sopravvisse fino al 1800 quando per “esorcizzare” il luogo, sulla facciata dell'edificio fu collocata un'immagine della Madonna, e da allora si disse che  “gli spiriti erano cessati” Ecco perchè la via si chiama oggi Via dei Cessati Spiriti.

venerdì 11 gennaio 2013

Mariangela Melato







Mariangela Melato è morta all'alba di oggi in una clinica romana. Erano le cinque di mattina. Aveva 71 anni. Era malata da tempo di tumore al pancreas. L'attrice era nata a Milano («Mio padre era di origini tedesche», raccontava, «duro e sensibile insieme. Io gli assomigliavo. Mia madre, milanese allegra, estroversa, mi rimproverava»). Per lei recitare era «un bisogno, come quello di amare o di andare in bagno».
 
 
 
 
 
Per questo giovanissima aveva studiato pittura all'Accademia di Brera: per pagarsi i corsi di recitazione di Esperia Sperani disegnava manifesti e lavorava come vetrinista alla Rinascente.L'esordio è nel 1960, quando entrò nella compagnia di Fantastio Piccoli: il debutto è in Binario cieco di Terron. È nel teatro che si afferma subito: negli anni Sessanta, lavora con Dario Fo in Settimo Ruba un po’ meno e La colpa è sempre del diavolo, oltre che con Visconti nella Monaca di Monza. Ma è nell'Orlando furioso di Luca Ronconi che raggiunge il primo vero successo. Seguito da Alleluja brava gente di Garinei e Giovannini. Sul palcoscenico, sarà anche Medea di Euripide, Fedra, la Bisbetica domata di Shakespeare.
Dagli anni Settanta, la prende il cinema. Lavora con Giuseppe Bertolucci (Oggetti smarriti e Segreti segreti), con Franco Brusati (Dimenticare Venezia e Il buon soldato), con Pupi Avati (Aiutami a sognare), Mario Monicelli (Panni sporchi). Legata sentimentalmente per diversi anni a Renzo Arbore, passò alla storia del cinema la sua interpretazione in "Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto" di Lina Wertmuller, la sua scena cult con Giancarlo Giannini.
 
 
 

mercoledì 9 gennaio 2013

La Strage di via Prati di Papa





E’ il 14 febbraio del 1987. Un freddo sabato d’inverno. Alle 7,30 un furgone portavalori esce dal Caveau centrale delle poste di piazza san Silvestro scortato dalla volante 43 della Polizia di Stato. Su quella volante ci sono 3 giovani agenti. 3 uomini che stanno andando incontro al loro destino, al loro terribile destino. Rolando è il capopattuglia, Giuseppe è l’autista, Pasquale è il gregario e siede dietro. Rolando ha 26 anni . Giuseppe 23. Pasquale 29 
Il furgone e la volante fanno due soste, una agli uffici dell’Eur e un’altra in via Sereni poi si dirigono verso viale Marconi e stanno per imboccare via Prati di Papa, una stradina stretta… 
In quel momento passano alcune persone che vengono invitate ad allontanarsi da finti agenti di polizia; in realtà sono degli assassini, sono i membri di una costola delle Brigate Rosse, è un comando del Partito Comunista Combattente. 
Sono 8 individui, alcuni testimoni parlano invece di 10 o 12. Sono divisi in due nuclei: il gruppo di fuoco (con il compito di uccidere) e il gruppo di fiancheggiamento (con il compito di svuotare il furgone). 
Il portavalori e la volante adesso sono in via Prati di Papa e stanno per percorrere la salita quando una Renault 14, gli taglia la strada. E’ l’inferno! Ai lati della Giulietta della Polizia si scatena il fuoco incrociato dei brigatisti. Sparano con pistole, fucili a pompa e mitragliatrici. Una sessantina i colpi. 
Rolando muore sul colpo, non riesce neanche a dare l’allarme via radio. Giuseppe, l’autista, sviene e si accascia sul volante. Pasquale tenta di rispondere al fuoco, esce dall’auto ma viene colpito anche lui in più parti del corpo.






Intanto gli altri brigatisti stanno svuotando il furgone. 150 milioni di lire. 
Il comando a questo punto ripiega non prima di aver sparato verso le finestre di un palazzo ferendo una donna affacciata. 
La scena adesso è surreale, drammatica, c’è odore di morte. 
Rolando è deceduto. 
Giuseppe e Pasquale stanno agonizzando. Arrivano i soccorsi. La corsa all’ospedale e la caccia a quei maledetti. 
Anche Giuseppe muore poco dopo. 
Alle 10 la rivendicazione, a Bologna, al quotidiano Repubblica: “Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente”, dice la voce. 
Rolando Lanari e Giuseppe Scravaglieri sono morti. Per i loro assassini ci sarà il carcere; per i due agenti, una medaglia al valor civile. 

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"