lunedì 30 dicembre 2013

Capodanno: storia, origini, riti, usanze e leggende






Capodanno è il primo giorno dell'anno. Nel mondo moderno il Capodanno cade il 1º gennaio del calendario gregoriano in uso ai fini civili in tutto il globo. Nella larghissima maggioranza degli Stati è un giorno di festa. Il 1 gennaio cade anche la festa solenne dedicata alla Madre di Dio.

Il Capodanno risale alla festa del dio romano Giano. Nel VII secolo i pagani delle Fiandre, seguaci dei druidi, avevano il costume di festeggiare il passaggio al nuovo anno. Per i Babilonesi il nuovo anno cominciava con la rinascita della Terra, cioè con la primavera. Ecco come si è arrivati a festeggiare il nuovo anno il 1 gennaio: fu Giulio Cesare, nel 46 a.c., a creare il "calendario Giuliano" che stabiliva che l'anno nuovo iniziava il primo gennaio. Il primo di gennaio i Romani usavano invitare a pranzo gli amici e scambiarsi il dono di un vaso bianco con miele, datteri e fichi, il tutto accompagnato da ramoscelli d'alloro, detti strenne come augurio di fortuna e felicità. Il nome strenna derivava dal fatto che i rami venivano staccati da un boschetto della via sacra ad una dea di origine sabina: Strenia, che aveva uno spazio verde a lei dedicato sul Monte Velia. La dea era apportatrice di fortuna e felicità; il termine latino "strenna", presagio fortunato, deriva probabilmente proprio dalla dea. Nel Medioevo molti paesi europei usavano il Calendario Giuliano, ma vi era un'ampia varietà di date che indicavano il momento iniziale dell'anno. Tra queste per esempio il 1 marzo (capodanno nella Roma repubblicana), 25 marzo (Annunciazione del Signore) o il 25 dicembre (Natale). Solo con l'adozione universale del calendario gregoriano (dal nome di papa Gregorio XIII, che lo ideò nel 1582), la data del 1 gennaio come inizio dell'anno divenne infine comune.





LENTICCHIE A MEZZANOTTE. Uno dei riti più conosciuti a Roma e in tutta Italia è quello di mangiare le lenticchie allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre. Questa usanza sembra che favorisca l'abbondanza e la ricchezza: i legumi, infatti, sono considerati un cibo in grado di nutrire e di opporsi alla fine del tempo in vista di una generazione di prospettive valide per il futuro. In sostanza l'affermazione della vita contro quella che sembra essere una fine che suscita paure ataviche.





I BOTTI DI CAPODANNO. Anche i "botti" di Capodanno sono la manifestazione della volontà di allontanare le forze del male e gli spiriti maligni che si scatenano in un momento di passaggio dal vecchio al nuovo anno, dalla fine all'inizio del tempo. I "botti" oggi rappresentano anche l'allegria per l'arrivo del nuovo anno.



LANCIARE I COCCI A MEZZANOTTE. L'usanza più caratteristica come rito di eliminazione del male, fisico e morale, che si è accumulato nell'anno trascorso è quella di lanciare i cocci a mezzanotte. Questa usanza è diffusa a Roma e in diverse parti d'Italia.



BACIARSI SOTTO IL VISCHIO. Un'altra tradizione ancora molto seguita è quella di baciarsi sotto il vischio in segno di buon auspicio. A mezzanotte, come brindisi speciale, il bacio sotto al vischio con la persona amata vi porterà amore per tutto l'anno. Il vischio è una pianta benaugurale che dona prolificità sia materiale che spirituale. Sacro ai popoli antichi, i Druidi lo usavano nei sacri cerimoniali e nelle celebrazioni di purificazione, mentre i Celti ritenevano che quest'arboscello nascesse dove era scesa una folgore e che una bevanda particolare composta di questa pianta fosse un potente elisir contro la sterilità.






VESTIRE BIANCHERIA INTIMA ROSSA. La tradizione italiana segue anche l'usanza di vestire della biancheria intima rossa la sera di Capodanno. Si tratta di un modo per attirare i buoni auspici per il nuovo anno. Per il cenone dunque è d'obbligo un intimo color rosso sia per gli uomini che per le donne. Gli antichi romani lo indossavano come simbolo di sangue e guerra per allontanare la paura. Oggi è diventato un auspicio di fortuna per il nuovo anno.

venerdì 29 novembre 2013

Sora Mirella la "grattacheccara"








Si è spenta il 21 novembre 2013 all’età di 78 anni sora Mirella, la storica proprietaria del chiosco di grattachecche presente sul Lungotevere degli Anguillara.

Sora Mirella, come sora Lella, era diventata un pezzo di Roma per coloro che le sera d’estate amavano rinfrescarsi con una granita alla romana e scambiarsi due parole sul biondo Tevere.
Il chiosco risiede sull’Isola Tiberina da più di 90 anni, dopo che ad un prozio della Sora Mirella si ruppe una ruota del carretto ambulante che trasportava ghiaccio. Da là la nascita dell bibite ghiacciate alla frutta che fecero innamorare gli abitanti del quartiere.
50 anni di lavoro per lei, testarda, verace, scanzonata nella vita ma mai nel lavoro che svolgeva con passione e serietà.
Già da alcuni anni il chiosco era gestito dai figli che portavano avanti le tradizioni di famiglia: ghiaccio grattato a mano e “lemoncocco”, mix ghiacciato, motivo d’orgoglio di sora Mirella.





 Nel 2015 il chiosco compirà cento anni, cento anni di grattachecche, monumento al gusto popolare e alla chiacchiera all aperto. Li nelle notti d’agosto puoi ascoltare la voce disincantata dei romani de Roma. Con il cuore a Mirella brinderemo alle piccole cose che fanno unica la Città eterna. Come appunto la magia di acqua limone e frutta impastate per bene. La grattachecca, unica bevanda senza copy right, capace di asciugare la sete di una giornata di sole. Lì accanto all’ ospedale dei frati. Dove la città e’ nata e dove i suoi figli prima o dopo ritornano”.


Chiosco della Sora Mirella all'Isola Tiberina



giovedì 28 novembre 2013

Amedeo Amadei





C’era una volta un calcio in cui giocatori giocavano per passione. In cui sputavano anche qualche dente, pur di rincorrere un pallone, pur di vedere la rete gonfiata, o di mantenerla inviolata, questo dipendeva dai ruoli. Un calcio poco accademico: basti pensare che un professore di educazione fisica di nome Naim Krieziu veniva tesserato per l’Associazione Sportiva Roma perchè si era sentito dire che fosse capace di correre i 100 metri in undici secondi netti. I talent scuot giravano per le piazze delle città e dei paesi alla ricerca di qualche giovane di belle speranze, invece di sedersi su un volo per il sudamerica in busisness class, alla ricerca del Pato di turno.

Erano i tempi controversi dell’Italia fascista, inevitabile sfondo di tutta la vicenda, che viene narrata da Marco Impiglia proprio con il ritmo, almeno nelle battute iniziali, di una marcetta dell’epoca. Vennero i tempi della guerra, in cui Amedeo Amadei, il protagonista della nostra storia che risuona ai giorni d’oggi nel tempo favoloso del “c’era una volta”, notò in un amichevole Roma-Napoli che la popolazione era magra, smunta, irriconoscibile. Era affamata di Pane e di Pallone.

Ma facciamo un passo indietro: torniamo a quegli anni trenta, in cui il protagonista della storia era ancora un ragazzino che aiutava il padre al mitico forno che la sua famiglia possedeva a Frascati. Già, perchè se gli italiani dell’epoca avevano fame di ciò che abbiamo detto prima, ad Amadei piaceva tanto sfornare “pagnotte”, quanto tirare le sue mitiche bordate dai limiti dell’aria. Ma allora ne aveva ancora di strada da fare e si limitava a giocare all’esotico fubballe (libera traduzione romana dell’inglese football) nelle piazze di Frascati con i suoi amici. Finchè un giorno, da adolescente, scoprì che a Campo Testaccio qualcuno aveva deciso di provinare le giovani promesse: contando di imbrogliare i genitori con una scusa, saltò in sella alla sua bici e volò verso la Capitale. Come detto erano altri tempi, in cui si poteva anche fare Frascati-Testaccio su due magre ruote.




Venne preso, crebbe ed esordì con la maglia della Roma nel 1937 a soli 15 anni, 9 mesi e 13 giorni (record che ad oggi il fornaretto ancora mantiene). Si fece le ossa a Bergamo, ma all’inizio giocò come ala per la sua incredibile velocità e la sua scarsa vena realizzativa soprattutto nel gioco aereo. Tornò alla Roma e piano piano si conquistò la maglia numero 9, sempre seguendo i consigli dei giocatori più esperti e degli allenatori, in particolare di Alfred Schaffer – della scuola magiara, un po’ il Mourinho dell’epoca – che lo lanciò già dopo il ritorno dal suo prestito all’Atalanta come centravanti, tra le critiche della stampa e del pubblico. In undici anni di militanza per la società capitolina, Amadei realizzò 100 reti in 216 presenze in campionato e in assoluto 146 in 264 occasioni in cui vestì la maglia della Roma. Nella stagione ’41-’42, fu tra i protagonisti del primo scudetto della squadra giallorossa, segnando poi gol a ripetizione con l’Ambrosiana Inter e a fine carriera nel Napoli. Vestì 13 volte la maglia azzurra, realizzando ben 7 reti.






Quelli erano gli anni del fascismo e con l’entrata in guerra le cose al forno non andavano poi tanto bene. La bottega di famiglia fu bombardata e distrutta dagli aerei americani, mentre Amadei venne squalificato a vita per un calcio in zone proibite al guardalinee, che non aveva mai dato. Ci vollero un paio d’anni prima che il Coni riconoscesse l’errore e la fine della guerra prima che la famiglia del fornaretto potesse riavere il suo negozio.








 Ad Amedeo Amadei è stato intitolato il 5 novembre 2007 il campo già "Lucio Mamilio" di Frascati, il più antico impianto sportivo del tuscolano. 
Il 20 gennaio 2009 si è costituito il Roma Club Frascati intitolato al giocatore che ha accettato la carica di Presidente, il club è affiliato all'Unione Tifosi Romanisti.
Il 20 settembre 2012 è stato tra i primi 11 giocatori ad essere inserito nella hall of fame ufficiale della Roma. 

Si spegne a Frascati il 24 novembre 2013 a 92 anni d'età.

giovedì 21 novembre 2013

Q. XVI. Montesacro





Superficie: 419,91 ha.

Confini attuali: via Prati Fiscali – piazzale Jonio – via di Valle Melaina – via Monte Massico – via Monte Resegone – via delle Vigne Nuove – via Guadagnalo – via Monte Fumaiolo – via della Bufalotta – via della Cecchina – via Matteo Bandello – viale Jonio – via Jacopo Sannazzaro – fosso della Cecchina – fiume Aniene – linea d’aria del fiume Aniene alla ferrovia Roma-Orte – fosso di S.Agnese – fiume Aniene – ponte sul fiume Aniene delle ferrovia Roma-Orte – ferrovia Roma-Orte- via dei Prati Fiscali.

Origine del nome: il quartiere prende il nome dall'omonimo monte dove, come vuole la leggenda, vi si recavano gli auguri per effettuare i loro vaticini osservando il volo degli uccelli. Un’altra leggenda popolare narra che anche gli aruspici vi eseguissero pratiche magiche grazie alle quali le "miracolose" preghiere dei sacerdoti avrebbero "protetto" i fedeli.

Storia: nell’antica Roma il Monte Sacro era molto al di fuori della cinta muraria, a metà strada fra l'Urbe ed il borghetto di Ficulea, lungo il percorso della Via Nomentana che conduceva a Nomentum. Lungo la strada, alcuni tratti della quale conservano il basolato originale (ad esempio presso il Grande Raccordo Anulare) sorsero diversi monumenti funebri, due dei quali sono ancora visibili nei pressi del monte, in corrispondenza del quale la strada superava l'Aniene con il ponte Nomentano. Oltre che luogo per funzioni religiose, era anche punto di riferimento geografico, immerso in età repubblicana in un vasto latifondo agricolo.





L’intera zona, eminentemente agricola, era occupata dalle vaste tenute dove fiorivano casali e campi fecondi: Quarto di ponte Salario, tenuta di Prato Fiscale, tenuta di Casal Fiscale, tenuta di Ponte Nomentano.
Dopo l'età romana, presumibilmente per la difficoltà di difenderlo militarmente, la zona del monte divenne disabitata e tale restò sino a tempi ben più recenti. L'espansione della città avvenne in altre direzioni. In zona, l'unico punto frequentato rimase il Ponte Nomentano sull'Aniene, che divenne nel tempo posto di controllo e presidio di dazio.
Monte Sacro sorge sulla via Nomentana, all'altezza di Ponte Nomentano sul fiume Aniene. E’ nato nel 1928 con il nome originario “Città Giardino Aniene” una graziosa città con casette raccolte tra il verde ai margini della città. In base al progetto urbanistico, affidato all’architetto Gustavo Giovannoni e realizzato dall’Istituto case popolari, i villini, al massimo di tre piani, dovevano essere disposti su una duplice altura posta al di là dell’Aniene e collegata con un ponte a Roma. Il Comune si incaricò di sistemare i necessari servizi pubblici come le scuole, un piccolo parco, l’ufficio postale e i distaccamenti comunali. Sulle aree acquistate a bassissimo prezzo si costruirono le abitazioni.





La prima destinazione del quartiere era di taglio popolare, con interi lotti dedicati alle abitazioni per i ferrovieri (a questa categoria si riservarono in realtà grandi interventi edificatori in molte zone della città) e diversi altri realizzati per l'Istituto Autonomo Case Popolari. Agli inizi la densità era di 100 abitanti per ettaro, essendoci solo villini. Purtroppo l’idea della garden city venne tradita bruscamente dal rapido sviluppo e dal mutamento in intensivo della zona, quando i costruttori moderni si accorsero che quelle terre costavano poco e furbescamente le sfruttarono, creando prima palazzine e in seguito i soliti “alveari”.





 Divenuto polo d’attrazione per l’espansione a nord di Roma, il quartiere si vide gradualmente attorniato dalle fitte abitazioni di Valle Melaina e del Tufello prive totalmente di verde. Così quel bel complesso autonomo e distaccato dalla città cambiò progressivamente aspetto e i villini vennero circondati dalle case della Società generale immobiliare e da quelle di altre cooperative. La situazione precipitò inevitabilmente intorno agli anni sessanta con l’aumento della densità abitativa (fino a 180 abitanti per ettaro nella parte nord). In quel periodo prese corpo il quartiere contiguo detto Monte Sacro Alto, oggi più noto come Talenti.
Oggi il quartiere non ha perso del tutto l’aspetto generale di città giardino anche grazie alla presenza di villette graziose di cultura estensiva, sopravvissute alla cultura intensiva moderna. L’aria tutto sommato si mantiene respirabile, anche se è influenzata dal traffico che scorre nelle vie poco distanti. Le stradine di alcune zone, al principio sufficienti per le villette, non sono adeguate per le nuove e più grandi costruzioni e per i mezzi che vi circolano (il problema riguarda soprattutto i mezzi pubblici i quali, sia per la difficoltà di manovra sia per i parcheggi abusivi, rimangono spesso “imbottigliati” nel traffico con grave danno per gli utenti).





Nelle zone più recenti, invece, vi sono vie lineari e a scacchiera. Forse proprio in questa difformità fra zone “vecchie” e zone più moderne, tra palazzoni e villette, stradine strette, irregolari e strade più ampie, risiede la suggestione del quartiere, abitato oggi da professionisti, impiegati, e perlopiù, da un ceto medio composto da famiglie benestanti e costituito da pochi negozi dislocati soprattutto nelle arterie principali.

martedì 29 ottobre 2013

Luigi Magni





Nasce a Roma 21 marzo 1928. Regista. Tra i suoi film: Nell’anno del Signore (1969), In nome del Papa Re (1977, David di Donatello per la sceneggiatura), In nome del popolo sovrano (1990), Nemici d’infanzia (1995, David sceneggiatura).
Figlio di Umberto, emigrato in America e tornato nel 1915 «per combattere e liberare Trieste», e di Assunta «bellissima e innamorata». Era un ragazzino studioso e ubbidiente, che tutti chiamavano Gigi, vezzeggiativo che gli è rimasto. Fu un fascista ortodosso: «Ero moschettiere e capo manipolo, stavo per essere promosso avanguardista quando il 25 luglio del 1943 cadde il regime». Poi, catto-comunista infelice. «Ero un ragazzo triste, introverso, orfano dei genitori. Mi ha salvato il cinema».












Inizia come sceneggiatore e soggettista con Age e Scarpelli per i maggiori registi dell’epoca. Collaborò anche con Garinei e Giovannini per una serie di fortunate commedie musicali. Esordio alla regia nel 1968 con Faustina, col successivo Nell’anno del Signore (1969) definì la sua linea espressiva: raccontare Roma e la sua storia colta, i suoi aspetti farseschi e drammatici, sempre con un linguaggio chiaro e popolare. La sua trilogia più celebre racconta, attraverso le vicende umane dei Pasquino, dei Ciceruacchio, dei papi e dei cardinali, lo scontro tra il potere temporale della Chiesa («una vergogna, la vergogna civile d’Europa, come diceva Mazzini») e lo stato sognato dai patrioti.
Altri suoi film: La Tosca (1973), Secondo Ponzio Pilato (1987), O’ Re (1988), La carbonara (1999).
 Sposato con Lucia Mirisola (Venezia 1 settembre 1928), scenografa e costumista, nozze in comune il 16 agosto 1956 e in chiesa il 26 agosto 1984.
Muore a Roma, il 27 ottobre 2013

giovedì 17 ottobre 2013

Q. XV. Della Vittoria






Superficie: 616,78 ha.

Origine del nome: originariamente il quartiere nacque con il nome di “Milvio”, ma nel 1935 venne ribattezzato con il nome attuale, probabilmente in riferimento all'esito della Prima guerra mondiale.

Confini attuali: a sud viale delle Milizie, confine con il rione Prati; ad est il lato destro del Tevere da ponte Milvio a ponte Matteotti e dal tratto urbano della Via Cassia che dalla piazza dei Giuochi Delfici arriva a ponte Milvio; la strada è il confine con il quartiere Tor di Quinto; ad ovest la via Trionfale fino a piazza Walter Rossi, confine con il quartiere Trionfale; a nord-ovest la via della Camilluccia fino a piazza dei Giuochi Delfici, confine con il suburbio Della Vittoria.


 
Il quartiere in costruzione primo decennio del '900
 
 
 
Storia: il quindicesimo quartiere di Roma è situato nell'area nord della città, a ridosso delle Mura Aureliane e del fiume Tevere. È fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1926 e fu urbanizzato all'interno del piano regolatore generale elaborato da Edmondo Sanjust sotto l'amministrazione di Ernesto Nathan. Poiché inizialmente era di proprietà dello Stato, non fu coinvolto da quella speculazione edilizia che colpì molti altri quartieri alla loro origine. Venne introdotto, infatti, il principio secondo il quale i fabbricati alti fino a 24 metri dovevano essere alternati a villini di due o tre piani.
Le prime case furono quelle costruite dall'Istituto Case Popolari in via Sabotino, quattordici piccoli fabbricati che furono demoliti negli anni '60.
Molto particolare ed originale l'assetto architettonico dei molteplici villini del Lungotevere, accomunati da un ritorno allo stile rinascimentale e barocco, secondo un gusto e una tendenza dell'epoca (1909/1911).
 
 
Fontana in piazza Mazzini
 

giovedì 3 ottobre 2013

Giuliano Gemma






Nasce a Roma il 2 settembre del 1938. Ma trascorre l'infanzia a Reggio Emilia fino al 1944 quando, insieme ai genitori, torna definitivamente a Roma. Ed è proprio qui che, ancora bambino, giocando in un prato trova un ordigno bellico il cui scoppio accidentale gli provoca alcune ferite, una delle quali è ancora visibile sullo zigomo sinistro. Rimane questo uno dei ricordi più drammatici della sua infanzia...

...giovanissimo, appena dodicenne manifesta una grande passione per lo sport, comincia così a frequentare le palestre dedicandosi soprattutto alla ginnastica attrezzistica. Dai sedici ai diciott'anni si appassiona al pugilato e partecipa anche ad alcuni incontri tra cui un "Torneo novizi". E proprio la sua considerevole preparazione atletica gli consente di risultare tra i migliori in assoluto nel Corpo dei Vigili del Fuoco presso i quali presta il servizio militare.





Ma accanto alla sua grande passione per lo sport, da sempre ce n'è un'altra: il cinema. Fin da ragazzino, infatti, Gemma è completamente conquistato dal magico mondo della celluloide di cui è assiduo spettatore, tanto da essere capace di rivedere più volte, fino ad impararlo a memoria, lo stesso film. Conosce tutti i grandi attori italiani, francesi e soprattutto americani, primo tra i quali, che rimane per anni il suo idolo, Burt Lancaster.
Anche se non c'è genere che non lo interessi o incuriosisca, ad attrarlo ci sono però soprattutto i grandi film d'azione, western, d'avventura e di cappa e spada, i medesimi che poi tante volte avrebbe interpretato in futuro.





A diciott'anni, ha inizio la carriera artistica; comincia lavorando in alcuni film come "Figurazione speciale" o come "Stunt-man", partecipa poi a numerosi spot pubblicitari televisivi e cinematografici.

Il suo primo ruolo, benchè assai piccolo, risale al film Messalina, in quell'occasione viene notato da Duccio Tessari che in quella pellicola dirige la seconda unità.
E' proprio Tessari che alcuni anni dopo, gli affida il suo primo ruolo da protagonista: è il 1961 e il regista lo sceglie per il personaggio dell'atletico e prestante Crios nel suo film Arrivano i Titani, sceneggiato insieme con Ennio De Concini.

In seguito Luchino Visconti prende Gemma per il ruolo di un Generale dei Garibaldini, nel suo indimenticabile Gattopardo. Esperienza questa, seppur breve ma talmente intensa, che entusiasma l'allora giovane attore.





Sono ormai oltre cento i film interpretati tra cinema e televisione e nella sua carriera, ancora lontana dall'arrestarsi, ha affrontato i generi più diversi e vari: dalla commedia in costume a quella brillante, dal dramma all'avventura ai film di mafia, dal genere cappa e spada ai polizieschi, dando vita a tanti personaggi tra i quali non mancano quelli più drammatici e profondi.

I film interpretati da Giuliano Gemma sono sempre stati accolti da un grande successo di pubblico, conquistando ottime posizioni nei box-office italiani e stranieri. La notorietà e la fama di Gemma anche all'estero sono confermate anche dal fatto che da anni figura tra i dieci attori più popolari, scelti dai lettori della più venduta rivista di cinema giapponese. Proprio in Giappone, infatti, l'attore è stato per anni Testimonial prima di un'importante casa di moda e poi della Suzuki. Quest'ultima ha perfino lanciato sul mercato giapponese due tipi di scooter col nome dell'attore: "Suzuki-Gemma".




Nella sua lunga carriera Giuliano Gemma ha lavorato al fianco di grandi star internazionali quali Kirk Douglas, Rita Hayworth, Henry Fonda, John Huston, Klaus Kinsky, Fernando Rey, Francisco Rabal, Lee Van Cleef, Florinda Bolkan, Corinne Touzet, Alain Delon, Liv Ullman, Van Johnson, Ely Wallach, Jack Palance, Max von Sydow, Jacques Perrin, Martin Balsam, Bruno Kremer, Anthony Franciosa, Ernest Borgnine, Philippe Noiret, Catherine Deneuve, Ursula Andress, Senta Berger, Claudia Cardinale, Aurore Clement.

Giuliano Gemma amava e praticava molti sport dal tennis all'equitazione, al tiro con la pistola, ai tuffi, al nuoto, lo sci invernale e acquatico, il paracadutismo (ha il brevetto di paracadutista civile). Recentemente poi, aveva scoperto una nuova passione per l'alpinismo e le scalate. Collezionava armi antiche e quadri moderni. Da alcuni anni uno dei suoi passatempi preferiti era fare sculture in bronzo, passione che è sfociata in molte mostre. 

Il 1° ottobre 2013, a Cerveteri, rimane coinvolto in un incidente stradale. Trasportato ancora cosciente all'ospedale di Civitavecchia dopo diverse ore, muore per un arresto cardiaco all'età di 75 anni.



 

domenica 25 agosto 2013

Giovanna Marturano





Nata a Roma da famiglia sarda, studiò al Liceo classico Ennio Quirino Visconti nel rione Pigna e poi alla facoltà di architettura de La Sapienza, ma poi si ritirò poco dopo perché la sua famiglia nel 1936 si trasferì a Milano. Dopo il trasferimento a Milano divenne operaia e aderì al Partito Comunista Italiano che operava in clandestinità. Con l'arresto di uno dei suoi fratelli nel 1938 venne schedata dalla polizia come "sovversiva" e scontò un mese di carcere per propaganda antifascista, nel 1941 a Ventotene sposò Pietro Grifone durante il suo confino durante il fascismo. Nel 1943 operò come staffetta partigiana all'interno delle Brigate Garibaldi, anche al fianco di suo marito Pietro Grifone che, dopo lunghi anni di detenzione per antifascismo, era stato liberato e rischiava la fucilazione. A guerra finita continuò la militanza politica, conciliandola con una vita familiare impegnata dal figlio Carlo e dalla figlia Anna, e continuando ad aiutare il marito Pietro, che aveva assunto incarichi politici di grande responsabilità, divenendo parlamentare del PCI ed uno tra i fondatori e dirigenti del movimento dei contadini nel Sud d'Italia, nel quale si distinse per moderazione e lungimiranza. Dopo la Liberazione è stata insignita della medaglia di bronzo al valor militare per il suo contributo alla Resistenza, avendo operato come staffetta all'interno delle Brigate Garibaldi. Successivamente fu nominata responsabile dell'archivio del PCI.
È presidente onoraria dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) della provincia di Roma ed è costante negli ultimi anni la sua attività politica come memoria della resistenza.
Ha affermato, durante la celebrazione per la Festa della Liberazione del 2011 a Porta San Paolo a Roma, "ho 99 anni non voglio morire sotto Berlusconi. 
 Nel 2012, a 100 anni, si iscrive al Partito Democratico, nel Circolo Nuovo Salario, che viene intitolato alla sua memoria nel 2013; nello stesso anno il consiglio d'istituto del Liceo scientifico statale Augusto Righi ha votato contro il suo intervento all'interno del liceo per l'incontro su "Resistenza a Roma": la decisione ha suscitato polemiche e la dura reazione dell'ANPI É morta a Roma all'età di 101 il 22 agosto 2013, è stata ricordata dal sindaco di Roma Ignazio Marino come una delle figure più importanti della resistenza romana.



giovedì 8 agosto 2013

Q. XIV. Trionfale





Prende il nome dalla via Trionfale sulla quale passavano i guerrieri romani, a seguito di una vittoria sul nemico, per riscuotere gli onori del popolo. Gran parte degli storici, tuttavia, concorda nel non attribuire all'antica via Triumphalis l'esclusiva del percorso regale seguito dagli illustri festeggiamenti.
Il Trionfale è fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1921. Prende il nome dalla via Trionfale, che lo attraversa. Questa era la strada attraverso la quale, i generali romani vincitori, entravano a Roma dopo le loro battaglie.
Durante tutto il Medio Evo, attraverso questa stessa via, i pellegrini provenienti dalla via Francigena arrivavano nella città eterna. A testimonianza di questo passato è rimasta la piccola chiesa rettoria di San Lazzaro in Borgo del XII secolo dove i pellegrini dovevano sostare prima di essere ammessi nella città.






Confini: largo Trionfale – via Leone IV – viale Vaticano – via Aurelia – via Anastasio II – via di Valle Aurelia – via del Pineto Torlonia – via della Pineta Sacchetti – via Trionfale – piazza di Monte Gaudio – via Trionfale – largo Trionfale

I criteri sottintesi alla suddivisione della città moderna hanno destinato la via principale, la Trionfale, a confine nord-orientale del quartiere con il risultato paradossale di relegare metà della via al quartiere Della Vittoria. Lo stesso destino di perifericità ha colpito il vecchio cuore del Trionfale, quello del celebre mercato. A dispetto della sua costante marginalizzazione (prima rispetto al centro della città e in seguito nei confronti del quartiere da cui prenderà le mosse), il nucleo del Trionfale basso ha avuto il suo ruolo nel condizionare i destini sociali del colle sovrastante. Questa zona, infatti, aveva all’origine tutte le carte in regola per contendere ai Parioli la palma della più elevata qualificazione sociale. L’urbanizzazione promossa a lungo dall’ingegnere Carlo Pompilio (e successivamente dalla Società edilizia Monte Mario) era mossa principalmente da quest’ultimo intento, puntando sulla signorile tipologia del villino. Ma solo un’esigua parte della borghesia aderì al progetto: l’aristocrazia borghese, infatti, non reputò Monte Mario all’altezza della propria rispettabilità lasciandolo alla sconsiderata edificazione del secondo dopoguerra. I motivi che stavano alla base di questo rifiuto erano molteplici: per guadagnare il colle era necessario attraversare le forche caudine del Trionfale basso, sviluppatosi nel primo dopoguerra con la sua edilizia di massa, il plebeo mercato all’aperto, quelle tradizioni popolari travasate in un irriducibile antagonismo politico e le cellule repubblicane e anarchiche originate dalla cospicua presenza dei “fornaciari”. Questi erano le antiche fornaci che si svilupparono durante il periodo di intensa attività edilizia successiva alla designazione, da parte del Parlamento, di Roma Capitale del Regno d’Italia. Ma lo sfruttamento della zona per l’estrazione dell’argilla e per la realizzazione dei mattoni risale al I sec. d.C., perdura fino al tardo Impero, e, dopo una flessione nel Medioevo, riprende a pieno ritmo durante il Rinascimento con la costruzione della Basilica di S. Pietro. Oggi rimangono gli emblematici resti delle fornaci Pomilia (all’interno del Parco Regionale Urbano Pineto) e Veschi, vicino alla stazione “Valle Aurelia” della linea metropolitana. Residui delle diciotto fabbriche di mattoni che, sfruttando le cave argillose, hanno fornito materiale per costruire la Roma papalina e successivamente la Capitale.


Antico Borgo dei Foranciari di Valle Aurelia



Il "Parco Urbano attrezzato di Monte Ciocci" è un'area demaniale compresa tra via delle Medaglie d'Oro, via Simone Simoni, via Anastasio II, via Baldo degli Ubaldi, via di Valle Aurelia, Ferrovia Roma Viterbo. Il Parco prende il nome dall'omonimo colle il cui toponimo è con ogni probabilità derivante dal Casal Ciocci, appartenuto alla famiglia Ciocchi Del Monte. Monte Ciocci è legato, nell'immaginario collettivo, alle scene della baraccopoli del film di Ettore Scola "Brutti, sporchi e cattivi". In questa area è previsto un importante intervento di riqualificazione di verde urbano, che dovrà portare ad un "continuum" di aree verdi fino al Pineto.
Nel parco è presente un trasmettitore della RAI.

giovedì 18 luglio 2013

Bombardamento di San Lorenzo





19 Luglio 1943
Una data indimenticabile per San Lorenzo, senz'altro la più importante nella storia del quartiere San Lorenzo.
Seconda guerra mondiale, Roma è sotto l’occupazione tedesca. In questa data la capitale fu attaccata dalle formazioni di bombardieri alleati. Da San Lorenzo parte il bombardamento della città: è il primo quartiere ad essere bombardato ed è quello più duramente colpito. Ecco la descrizione di quello che avvenne:
Sganciano contemporaneamente “Arkansas’ Travellers”, “Pretty Boy”, “Dark Lady”, “Winnie Oh Oh”, “Geronimo II” e gli altri B-17 della prima formazione. Sono esattamente le 11, un minuto e cinquanta secondi. Bombe da 500 libbre, 250 chili.
Il primo stick di otto bombe tocca terra alle 11.03, dopo un minuto e 10 secondi dal lancio: è quello mirato da Owen Gibson, il puntatore della “Lucky Lady”. Centra in pieno i binari, due vagoni e un capannone dello scalo merci San Lorenzo.





Una parte degli ultimi stick sganciati investe in progressione il Viale dello scalo San Lorenzo e il viale del Verano che ne costituisce il proseguimento, le due strade che costeggiano sulla destra l’area ferroviaria. Quella prima raffica tocca anche largo Talamo, via dei Liguri, via degli Enotri, via dei Piceni. Almeno otto palazzi sono centrati, su queste strade; un altro è colpito all’inizio di via Porta Labicana.
Arrivano altre formazioni, quelle che seguono il flight leader. Arrivano gli Squadron del 319° e del 54°, i B-17.
I bombardieri hanno l’ordine di lanciare mirando strettamente alle nubi di polvere, al fumo e agli incendi provocati dal primo passaggio, quello della formazione del flight leader, ma la zona coperta da polveri e fumi s’allarga sempre di più, ad ogni ondata, e inevitabilmente i grappoli di bombe finiscono fino a tre, quattro, cinquecento metri di distanza dallo scalo. Viene investito in pieno il quartiere San Lorenzo, vengono centrati il piazzale del Verano e l’adiacente piazzale San Lorenzo.







Le maggiori devastazioni sono concentrate nel triangolo formato dal piazzale Sisto V, piazzale San Lorenzo, piazza Porta Maggiore.
Il primo, sommario rapporto sui danni è quello dei vigili del fuoco inviato il giorno successivo al Ministero dell’Interno. Si parla di zone sconvolte dalle bombe, traffico impossibile, linee postelegrafoniche interrotte, stabiliti completamente rasi al suolo, depositi incendiati ancora in fiamme, zone spezzonate e mitragliate, strade interrotte da macerie, cavi elettrici, rotaie divelte e crateri delle bombe, tubazioni idriche interrotte.
L’unica breve relazione ufficiale italiana sul bombardamento parla di 3.000 bombe sganciate, tra quelle di grosso, medio e piccolo calibro, di oltre 2.000 morti e 2.000 feriti.
In realtà si è accertato successivamente che i morti non furono meno di 3.000 in quel bombardamento ed i feriti tra gli 11.000 e i 12.000.
Al termine del bombardamento Papa Pio XII si recò a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano.



Pio XII in visita al quartiere San Lorenzo il 20 luglio del 1943.
                                   










sabato 15 giugno 2013

Q. XIII. Aurelio





Villa Vascello entrata via di S. Pancrazio



Superficie: 471.51 ha
 
Confini attuali: porta S. Pancrazio (esclusa) - piazzale Aurelio - via S. Pancrazio - via Aurelia Antica - via Torre Rossa - piazza di Villa Carpegna - circonvallazione Aurelia - piazza S. Giovanni Battista De la Salle - circonvallazione Cornelia - via Pier delle Vigne - Via Boccea - via Domenico Tardino - via della Pineta Sacchetti - via del Pineto Torlonia - via di Valle Aurelia - Via Baldo degli Ubaldi - via Anastasio II - Via Aurelia - via di Porta Pertusa - confine con la città del Vaticano - mura urbane - porta S. Pancrazio (esclusa).

Origine del nome: il quartiere Aurelio deve il suo nome alla via Aurelia aperta forse da Aurelio Cotta, console nel 241 a.C., che oggi comincia da Porta S. Pancrazio, in origine porta Aurelia. Per altri il nome dovrebbe derivare dalla potente gens Aurelia.

Storia: sorto con la deliberazione della giunta municipale del 20 agosto 1921 il quartiere è stato caratterizzato, al pari di tutti gli altri, da numerose testimonianze del passato anche se, oggi, i reperti archeologici visibili sono scarsi, sepolti o andati distrutti.
Durante il periodo della Roma repubblicana, in una zona caratterizzata da orti e vigne, la popolazione era scarsa a causa delle frequenti inondazioni del Tevere, ma soprattutto a causa della malaria: solo nell'età imperiale si bonificarono i luoghi del quartiere e vennero costruite ville suburbane con i giardini.
Le zone adiacenti al Vaticano fin dal `400 ospitarono fabbriche di laterizi dove lavoravano i fornaciari (le industrie laterizie già nell'antica Roma erano in piena attività e sfruttavano le cave di argilla del Monte Vaticano).
Gran parte dell’area di questo quartiere è di edificazione recente: la parte a nord della via Aurelia Nuova, gli insediamenti residenziali intorno al viale di Valle Aurelia, via Baldo degli Ubaldi, che sono stati costruiti intorno agli anni Cinquanta. Così come tutto il rettangolo tra via della Pineta Sacchetti, via del Pineto Torlonia, via di Valle Aurelia e via Baldo degli Ubaldi, fatta eccezione per l’Istituto dermopatico dell’Immacolata (IDI) in via dei Monti di Creta e per il borghetto di Valle Aurelia dei Fornaciari.

venerdì 7 giugno 2013

Delitto Montesi





 Sabato 11 aprile 1953, vigilia di Pasqua. Il cadavere di Wilma Montesi, 21 anni, una bella ragazza romana, viene trovato sulla spiaggia di Torvajanica, in località Capocotta, una zona balneare non distante da Roma. Il corpo non presenta segni di violenza ed è completamente vestito (se non fosse per la mancanza di un reggicalze, delle calze e delle scarpe). Le cause della morte non sono chiare: l’autopsia parla, genericamente - e quindi sollevando mille sospetti - di una sincope dovuta ad un pediluvio.
Il ritrovamento - anche se diversi interrogativi restano senza risposta - sembra essere destinato ad una rapida archiviazione: un semplice malore, un incidente, forse un suicidio. Ma se l’incidente sembra poco credibile, anche il suicidio è da escludere. 





Di famiglia modesta, ma tranquilla, Wilma Montesi era fidanzata e stava preparandosi al matrimonio. Testimoni raccontano di aver visto la ragazza sul trenino che collega Roma ad Ostia, un’altra località balneare, ma distante alcuni chilometri da Torvajanica. Difficile spiegare come il cadavere della ragazza abbia percorso quella distanza. La spiegazione che tentano gli investigatori - anche questa piuttosto alambiccata - parla di un gioco di correnti marine. E non fa altro che alimentare altri sospetti.





Trascorrono alcuni mesi, la vicenda è quasi dimenticata quando un piccolo settimanale scandalistico, Attualità, diretto da un giovane giornalista, Silvano Muto, il 6 ottobre 1953 riporta a galla, in forma generica, un intrigo di sospetti e di accuse che in primavera, attorno al mistero di Torvajanica, aveva attraversato le redazioni di diversi quotidiani, senza mai trovare lo sbocco della pubblicazione. Si trattava, infatti, solo di voci create ad arte: Wilma Montesi sarebbe morta, forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante un’orgia, in una villa del marchese Ugo Montagna, alla quale avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo.
Da questo momento il caso Montesi non è più un caso giudiziario, ma diventa un affare politico: dietro la morte della ragazza si scatena la più grande faida mediatico-politica per la conquista del potere interno alla DC.
Gli sviluppi della vicenda sono quanto mai intricati, anche perché sulla scena, a sostegno delle tesi accusatorie di Muto, spunta una donna: è Anna Maria Moneta Caglio, detta (per il suo lungo collo) Il “Cigno Nero”, ex amante, delusa, del marchese Montagna. La donna conferma: nella villa di Capocotta - che è vicina a luogo dove il corpo della Montesi è stato ritrovato - si svolgevano festini. Montagna e Piccioni - spaventati dal malore della giovane donna - si sono disfatti del corpo di Wilma, abbandonandolo - forse ancora vivo - sulla spiaggia di Torvajanica.
Lo scandalo assume dimensioni gigantesche e anche il questore di Roma, Saverio Polito, viene accusato di aver cercato di insabbiare tutto, per questioni, ovviamente, politiche.
Il caso Montesi - sul quale la stampa italiana, divisa per appartenenza politica, seppe dare il peggio di sé - si trascinerà per oltre quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955.
Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta un mistero. 



venerdì 31 maggio 2013

Little Tony





Antonio Ciacci - questo il vero nome di Little Tony - nasce a Tivoli il 9 febbraio 1941. Nato da genitori sammarinesi originari di Chiesanuova, è cittadino della Repubblica di San Marino e pur avendo vissuto quasi sempre in Italia, non ne ha mai richiesto la cittadinanza. Giovanissimo si interessa alla musica grazie alla passione del padre, dello zio e i fratelli, tutti musicisti.
Le prime pedane che Antonio calca sono i ristoranti dei Castelli Romani; seguono poi le balere e i teatri d'avanspettacolo. 


 


Viene notato del 1958 Jack Good, impresario inglese, che assiste a un suo spettacolo al teatro Smeraldo di Milano. Good convince l'artista a partire con i suoi fratelli per l'Inghilterra: oltremanica nascono quindi "Little Tony and his brothers". I loro spettacoli riscuotono grande successo e Little Tony decide di rimanere in Inghilterra per diversi anni. In questi anni alimenta un vero e proprio amore per il Rock'n'roll, amore che si riscontrerà essere di quelli che non fiscono mai.
Tra gli anni 1958 e 1960 incide un notevole numero di 45 giri tra cui "Lucille", "Johnny B.Good", "Shake Rattle And Roll". Alcuni dei suoi pezzi vengono scelti per far da sfondo musicale ai film di quegli anni ("Blue monday", "Il Gangster cerca moglie", "Che tipo rock", "I teddy boys della canzone"). Rientra in Italia e partecipa al Festival di Sanremo in coppia con Adriano Celentano nel 1961. Canta "24 mila baci" e si classifica al secondo posto. Nello stesso anno incide diverse canzoni per altri film. Il primo successo discografico esplosivo arriva l'anno seguente (1962) con "Il ragazzo col ciuffo" lo proietta ai primi posti delle classifiche. 






Nel 1962 Little Tony è al Cantagiro con il brano "So che mi ami ancora". L'anno dopo arriva secondo con "Se insieme ad un altro ti vedrò", scritta da Enrico Ciacci, suo fratello. Pubblica "T'amo e t'amerò", già presentata da Peppino Gagliardi, riscuotendo buon seguito. Torna poi a Sanremo con "Quando vedrai la mia ragazza". Il trionfo, quello vero, arriva nel 1966 quando presenta al Cantagiro una delle canzoni che saranno suo simbolo distintivo: "Riderà". Boom chiama boom e nel 1964 presenta a sanremo "Cuore matto", altro exploit di vendite (prima in classifica, la canzone rimane tra i primi posti per dodici settimane consecutive). "Cuore matto" fa conoscere Little Tony in altri paesi europei e in America latina. 





Nel 1968 partecipa al Festival di Sanremo per la quarta volta (con "Un uomo piange solo per amore"). Dello stesso anno sono "Lacrime" e "La donna di picche". Poi "Bada bambina" (1965, ancora a Sanremo). Fonda successivamente la "Little Records", propria etichetta con cui esce "E diceva che amava me/Nostalgia". Nel 1970 arriva un grande successo sanremese con "La spada nel cuore" (in coppia con Patty Pravo). 
Dopo quegli anni '60 che hanno proiettato Little Tony nella storia della canzone italiana, torna di nuovo a Sanremo con "Cavalli bianchi" nel 1974. L'anno seguente pubblica l'album "Tony canta Elvis", in cui rende omaggio a quello che considera suo maestro e guida, Elvis Presley, interpretando vari suoi classici. 





Negli anni '80 forma il gruppo "I Robot", insieme a Bobby Solo e Rosanna Fratello (il nome del gruppo è un acronimo delle loro iniziali) che riscuote discreto successo (anche a Sanremo). Negli anni '90 si dedica esclusivamente alla tv partecipando come ospite musicale a molte trasmissioni sia Rai che Mediaset. Nella stagione 2002-2003 è ospite fisso e spalla di Mara Venier al programma "Domenica In".
Con Bobby Solo si presenta di nuovo sul palco dell'Ariston nel 2003, partecipando in coppia con il brano "Non si cresce mai". Presta la voce nel 2004 al brano dance di Gabry Ponte "Figli di Pitagora", poi torna ancora a Sanremo nel 2008 con "Non finisce qui". Ricoverato da tre mesi circa presso la clinica di Villa Margherita a Roma, Little Tony si spegne a causa di un tumore il giorno 27 maggio 2013 .


VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"