domenica 6 maggio 2012

Il Ghetto





Anche se è a Venezia che spetta il poco onorevole vanto di aver creato nel 1516 il primo ghetto (la parola, infatti sembra che derivi da una fonderia, in veneto “gèto”, vicino alla quale esso sorgeva), Roma, comunque, arrivò seconda: fu infatti nel 1555 che papa Paolo IV costrinse, con bolla paolina, gli ebrei romani alla residenza obbligata (obbligo che durò per circa tre secoli) in un perimetro della città che coincideva quasi esattamente con quella in cui negli ultimi secoli si erano venuti spontaneamente accentrando, ossia di fronte all'isola Tiberina, delimitato da un muro di cinta la cui realizzazione fu affidata all'architetto Silvestro Peruzzi e  il cui costo fu addebitato alla stessa comunità israelitica.


Il Ghetto in un quadro di E.R. Franz



Fu verso il Duecento che lo spostamento al di qua del Tevere andò prendendo sempre maggior consistenza e la zona prescelta fu una che costeggiava il fiume da Ponte Elio o Sant'Angelo, passando per Ponte Fabricio, per arrivare a Ponte Rotto, si addentrava sino ai pressi del Teatro di Marcello ed era detta "Contrada Judeorum". Al tempo del censimento del 1527, qui vivevano, mescolati ai cristiani, ben 1.511 dei 1.750 ebrei presenti a Roma, una città che allora contava in tutto 55.035 anime.
Nel suo lato più lungo, parallelo al fiume, il ghetto era attraversato da tre strade: nella parte alta, dalla piazzetta Giudea, dove si trovavano i negozi più importanti, partiva la via Rua, la principale del ghetto. Al centro, da piazza delle 5 Scole, a ridosso del vicolo Cenci, si staccava un groviglio di viuzze che toccavano la piazzetta dei Macelli (dove veniva mattato ritualmente il bestiame) e quella delle Tre Cannelle, con una fontanella al centro, per disperdersi poi fra via delle Azzimelle, con i suoi forni per il pane azzimo, e i vicoli della Torre, di Savelli, dei Quattro capi; in basso, infine, lungo il Tevere, si stendeva la via Fiumara regione nel rione Sant' Angelo.


Via Rua la strada principale dell'epoca


Nella Roma dell'epoca, ebrei erano rimasti i soli, o quasi, in città a dover ancora attingere l'acqua da bere dal Tevere. Così, nel 1614, Paolo V diede ordine che una derivazione dell'acquedotto che da lui aveva preso nome fosse portata nel ghetto e che lì fosse eretta una fontana in travertino ornata dai due draghi del suo stemma.
Nell'insieme la cinta racchiudeva una superficie di poco più di tre ettari. Quando, alle soglie del ‘700, la popolazione ebraica giunse a raddoppiare il proprio numero, la concentrazione umana raggiunse e superò il livello di guardia. Non restò altro da fare che rubare spazio alle vie, per lavorarvi e svolgere i piccoli commerci, aggiungere altri piani alle case e collegarle con ballatoi e passaggi sopraelevati, attaccar loro ogni sorta di costruzioni. 
Tutto ciò rese sempre più difficile l'accesso del sole dell'aria e dell'acqua piovana, con conseguenze facilmente intuibili sul piano dell'igiene e della salute.
Finalmente, nel 1848 Pio IX fece calare sui portoni del ghetto quei colpi demolitori di piccone, che la popolazione ebraica da tanto tempo aspettava di sentire.
Nel 1888, con l'attuazione del nuovo piano regolatore della capitale, buona parte delle antiche stradine e dei vecchi edifici del ghetto, malsani e privi di servizi igienici, furono demoliti creando così tre nuove strade: via del Portico d'Ottavia (che prendeva il posto della vecchia via della Pescheria), via Catalana e via del Tempio. Sono scomparsi in questo modo interi piccoli isolati e strade che costituivano il vecchio tessuto urbano del rione, sostituiti da ampi spazi e quattro nuovi isolati più ordinati ma anche meno caratteristici.






All'alba di sabato 16 ottobre 1943, un centinaio di soldati tedeschi, dopo aver circondato il quartiere, catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Il convoglio, partito il 18 ottobre, giunse al campo di concentramento di Auschwitz il 22 ottobre. Soltanto 17 deportati riusciranno a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino.
Il 9 ottobre 1982, un commando di terroristi palestinesi assalì i fedeli che uscivano dalla Sinagoga. Raffiche di mitra ed il lancio di una granata causarono la morte del piccolo Stefano Taché di due anni ed il ferimento di 35 persone.
Il 13 aprile 1986, Giovanni Paolo II si recò in visita al Tempio Maggiore, accolto dal presidente della Comunità ebraica di Roma Giacomo Saban e dal rabbino capo Elio Toaff. Nel suo discorso definì gli ebrei "... i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.



VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"