sabato 11 febbraio 2012

Er conte Tacchia


Adriano Bennicelli, vissuto tra il 1860 e il 1925, è´ stato un personaggio assai popolare della Roma umbertina, e dato che i conti Bennicelli si erano arricchiti con il commercio del legname, la gente lo soprannominò Tacchia, perché «tacchia» in romanesco significa pezzo di legno, e si dice «Ogni botta ‘na tacchia», nel senso che uno lascia la propria impronta in quello che compie. Sempre elegante, prediligeva il thight, guanti sempre a penzoloni e bombetta; andava in giro per la città con una delle sue carrozzelle tirate da due o quattro cavalli e per chi non gli dava strada erano parolacce e scapaccioni.

Fu in questo senso il principe della “turlupineide”, con liti e denunce, che contribuirono a farlo spesso presente nelle cronache del tempo, simbolo di un’epoca fumantina, tutta esteriore e fatta di battute e snobismo ed entrando in tal modo nelle memoria di coloro che raccolgono leggende e storie amene di Roma. Per esprimersi al meglio aveva bisogno di un palcoscenico all’aperto e di un folto pubblico davanti al quale esibirsi e con il quale s’intratteneva spesso a discutere animatamente.

Il Conte Adriano, quando per strada si sentiva chiamare "Tacchia", s’infuriava e replicava con i termini più espressivi del vocabolario romanesco; poi col tempo, finì per rassegnarsi al soprannome di "Conte Tacchia", dal momento che era diventato una vera celebrità a Roma. Dove c’era lui, a volte la circolazione stradale si bloccava al punto da richiedere l’intervento di un "pizzardone". Alle minacce di pene corporali contro i beffeggiatori, il Conte faceva seguire qualche frase arguta, squillanti risate e rumorose pernacchie. Soprattutto I vetturini, magari perché non gli avevano lasciato la strada libera, erano i suoi bersagli preferiti: una volta il Conte finì in pretura per averne schiaffeggiato uno. Fu condannato a cinquanta lire di ammenda, ma visto il sorriso soddisfatto dell’avversario si affrettò a depositare sul tavolo del magistrato un biglietto da cento lire e sulla faccia del vetturino un altro schiaffo per pareggiare il conto.

La sua vita fu accompagnata da una sfilza di vicende giudiziarie con udienze alle quali accorreva la folla per ridere delle colorite autodifese dell’imputato.

Nel 1910 intraprese la carriera politica con la candidatura a deputato liberale. Molti manifesti apparvero a Roma per annunciare che il 2 luglio, presso una nota osteria del tempo, avrebbe esposto il suo programma elettorale. Fu accolto da pochi fedeli al grido di "evviva il nostro deputato" e raccolse soltanto 83 voti su 2694 votanti. Commentò così la sconfitta: "Ho pagato tanti litri e mi hanno restituito un fiasco solo!". Trascorse gli ultimi anni della vita infermo, finché il 21 dicembre 1925 cessò di vivere, rimpianto dai romani, privati di una simpatica e poliedrica figura aristocratica, tutta franchezza e generosità, in continua scommessa con se stesso, forse in gara con la vita.

Nel 1982 Sergio Corbucci ha girato il film “Il conte Tacchia”, interpretato da Enrico Montesano, liberamente ispirato alle vicende di Adriano Bennicelli.


VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"