venerdì 23 novembre 2012

Q. IX. Appio Latino




Porta Metronia




Superficie: 584,91 ha.

Confini attuali: è compreso tra la via Appia Nuova fino all’incrocio con via dell’Almone, che prosegue in via di Cecilia Metella, per poi girare e ritornare verso la città lungo la via Appia Antica fino a raggiungere le mura aureliane davanti alla porta di S. Sebastiano e quindi scendere lungo il viale delle Mura Latine, oltrepassare il piazzale Metronio fino al piazzale Appio, da dove ha inizio la suddetta Appia Nuova.
Origine del nome: il quartiere prende nome da due delle più antiche strade consolari risalenti all’età dell’antica Roma che lo attraversano: la via Appia e la via Latina. 
 
 

Via Appia Antica con la veduta del Mausoleo di Cecilia Metella

 
 
 
Storia: l’Appio Latino comprende luoghi topici dell’immagine più antica e classica di Roma: la tomba di Cecilia Metella, il Circo di Massenzio e la basilica di S. Sebastiano. Una volta l’area del quartiere presentava pergole di osterie campestri, prati, casali e ville dai parchi rigogliosi e ombrosi. Un po’ ovunque si trovavano vigne il cui vino genuino era atteso dai romani per le ottobrate “fori porta”. Accompagnata da sepolcri e ruderi monumentali, con antiche chiese e catcacombe, la via Appia Antica venne definita “la regina delle vie”; la via Appia Nuova, invece, sistemata in età moderna, era percorsa dai carri di vino provenienti dai Castelli romani e dai gitanti “fori porta”. Anche la via Latina è segnata da importanti resti monumentali della Roma antica con catacombe e sepolcri sotterranei.

 
Catacombe di San Callisto
 
 
 
Appena fuori porta Metronia era nata una borgata detta anch’essa di Porta Metronia dalla fama non del tutto limpida, che fu cancellata durante gli anni del fascismo.
Il prezzo economico dei terreni oltre la porta S. Giovanni attirò, negli anni Trenta, gli interessi della speculazione edilizia che con le sue costruzioni cancellò anche il ricordo del paesaggio rupestre e dei viottoli che lo percorrevano.
Il quartiere oggi è contraddistinto da un’urbanizzazione ad abitazioni intensive.

domenica 18 novembre 2012

Paolo Di Nella




 
 
Roma 09.02.1983 
Negli anni Ottanta, il clima politico andava lentamente cambiando, l’ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta andava sempre più esaurendosi. Le aggressioni, gli agguati e i pestaggi di diradarono anche se non scomparvero del tutto.
In quegli anni un giovane missino, Paolo Di Nella, combatteva una sua piccola e personale battaglia sociale: la riapertura di una villa abbandonata nel quartiere africano. Villa Chigi, era inaccessibile, degradata, un intreccio di sterpi e siringhe gettate dai tossici del quartiere. Per Paolo Di Nella, quell’impegno, divenne una bandiera e una battaglia personale. I manifesti lì disegnava con il pennello e la vernice nera sul retro di quelli già stampati, sul pavimento della sezione di via Somma campagna. Il 2 febbraio del 1983, Paolo Di Nella decise di iniziare l’affissione per le strade della città. L’invito era rivolto a tutti i giovani militanti della sezione. Molti decisero di non seguirlo, presi da cose più grandi e importanti, tranne, però, Daniela Bertani, venti anni. I due uscirono dalla sede del Fronte della Gioventù insieme, intorno alle nove di sera. Salirono sulla Fiat centoventisette e girarono per il quartiere Trieste – Salario. All’inizio tutto sembrava tranquillo. Iniziarono ad attaccare i primi manifesti proprio da Piazza Vescovio, dove era caduto Francesco Cecchin, per poi continuare sui muri abbandonati di Villa Chigi e dirigendosi verso viale Somalia. Un primo segnale sospetto arrivò in quel punto della serata. Due ragazzi su un ciclomotore fissarono i due missini costantemente. Ma arrivati all’incrocio tra viale Somalia e Piazza Gondar, Paolo Di Nella e Daniela Bertani, notarono altre due persone, dall’aspetto trasandato. Paolo Di Nella continuò a fare il suo lavoro, prima all’altezza del bar Motta, poi attraversando la strada e dirigendosi verso uno spartitraffico dove vi era un tabellone pubblicitario, mentre Daniela Bertani era in macchina ad aspettarlo. E lì che successe tutto. Davanti alla fermata dell’autobus trentotto, due giovani. Il primo indossava un piumino di colore rosso, il secondo, invece, azzurro. Mentre Paolo Di Nella era di spalle per mettere la colla sul tabellone, uno dei due, prese la rincorsa e lo colpi violentemente alla testa con un corpo contundente, fuggendo poi a piedi. Paolo Di Nella si piegò sulle gambe come se per un attimo fosse stata tolta la corrente dal suo generatore interno. Ma riuscì comunque a raggiungere la macchina. Dopo un po’ si fermarono nei pressi di una fontanella e mentre Paolo Di Nella si bagnava la testa, le sue mani erano sporche di sangue. La ferita proveniva dietro l’orecchio. A quel punto era necessario il trasporto in ospedale ma Paolo Di Nella rifiutò fermamente. Mentre Daniela Bertani lasciava l’amico davanti al portone di casa e riprendeva la strada per viale Libia, vide che tutti i manifesti che avevano attaccato erano stati strappati. Durante la notte, Paolo Di Nella, non riuscì a dormire. Si agitava. Prima andò in bagno per rinfrescarsi, poi girò per casa senza trovare pace. I genitori sentirono i rumori, si svegliarono e videro i vestiti macchiati di sangue. Solo in quel momento capirono che era successo qualcosa di grave. Già durante il trasporto in ambulanza, Paolo Di Nella, entrò in coma. Aveva un grosso ematoma interno. Ricoverato al Policlinico Umberto I fu operato d’urgenza. Rimosso l’ematoma, gli fu asportato quello che era rimasto dell’osso temporale, letteralmente frantumato. In realtà Paolo Di Nella fu colpito al di sopra dell’orecchio, nella zona posteriore del cranio. L’arteria meningea fu compromessa dalla frattura che si estese subito dopo il colpo ricevuto. Furono sei lunghi giorni di agonia, la sua vita era già compromessa, dal terzo giorno, Paolo Di Nella, sprofondò in coma di quinto grado e fu mantenuto in vita artificialmente. Per la prima volta, in questi giorni, arrivarono dei segnali importanti e diversi. Non più una comunità assediata che piangeva il proprio lutto, ma una parte politica che riceveva solidarietà un tempo nemmeno immaginabile. La visita del Sindaco della Capitale, Ugo Vetere, iscritto al Partito Comunista; il telegramma di solidarietà alla famiglia Di Nella da parte del Segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, e la visita in ospedale del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Al capezzale di un giovane fascista in agonia giunse il Presidente partigiano. Il 9 febbraio del 1983 alle ore venti il cuore di Paolo Di Nella smise di battere. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, si svolsero i solenni funerali nella chiesa di San Saturnino. Oltre ai militanti e amici anche molti cittadini dalle più svariate idee politiche, come Marco Pannella. Quando il feretro arrivò a spalla fino al carro funebre, dalla bara fu tolta la bandiera tricolore, ma sotto vi era un’altra bandiera quella con la croce celtica del Fronte della Gioventù. Mentre la salma di Paolo Di Nella veniva tumulata al cimitero di Verano, circa trecento – quattrocento giovani missini giunsero sul posto dell’agguato. I partecipanti depositarono un mazzo di fiori davanti a un lungo striscione murale e dopo alcuni minuti di raccoglimento e una breve commemorazione, il corteo si sciolse senza alcun incidente. Il volantino di rivendicazione dell’agguato, firmato da Autonomia Operaia, fu ritrovato il 14 febbraio in una cabina telefonica di Piazza Gondar, a pochissimi metri dove Paolo Di Nella fu aggredito, dopo una telefonata al centotredici. Intanto la squadra politica della Digos iniziò le indagini proprio da alcuni informatori. Quest’ultimi dubitarono della deposizione di Daniela Bertani e la polizia decise di frugare nei tabulati delle intercettazioni. Ma gli inquirenti trovarono solo lacrime e dolore. Le indagini si concentrarono su due giovani dell’area di autonomia, Corrado Quarra e Luca Baldassarri. I sospetti non trovarono riscontro fino a quando, quindi giorni dopo la morte di Paolo Di Nella, il 24 febbraio, i due extraparlamentari di sinistra abbandonarono la città e gli inquirenti spiccarono due mandati di arresto con l’accusa di omicidio e latitanza. Corrado Quarra si nascose a Subiaco, un paesino vicino Roma, in casa di una zia. Quando la polizia arrivò con il mandato, Corrado Quarra, riuscì a fuggire dalla finestra. Ma la notte tra il primo e il 2 agosto del 1983, in Piazza Risorgimento, a Roma, fu fermato da un posto di blocco della polizia e portato in Questura. Una volta interrogato il sospettato, fu allestito un confronto all’americana. In causa, fu chiamata l’unica testimone oculare, Daniela Bertani, per l’identificazione di uno dei due aggressori. Al di là del vetro, quattro ragazzi, senza esitazione, Daniela Bertani, riuscì a individuare Corrado Quarra. In seguito alle intercettazioni, alla doppia fuga, alla latitanza e al riconoscimento della Bertani, il giudice Santacroce emise il mandato di cattura nei confronti di Corrado Quarra con l’accusa di tentato omicidio. Il 4 novembre del 1983 un nuovo colpo di scena. Daniela Bertani, per la seconda volta, si trovò davanti a uno specchio per il riconoscimento di Luca Baldassarri. Ma sbagliò, individuando una delle tre comparse. Infatti la controfigura di Luca Baldassarri non fu selezionata dagli inquirenti ma dalla difesa di Baldassarre. Allora anche il primo riconoscimento non doveva essere considerato valido. E cosi fu. Il 29 dicembre del 1983, il giudice istruttore Calabria, decise di mettere in libertà Corrado Quarra. A nulla servirono le proteste degli avvocati della famiglia Di Nella. Nell’aprile del 1986, a tre anni dalla morte di Paolo Di Nella, Corrado Quarra fu completamente prosciolto dall’accusa di omicidio. In quel periodo fu sottoposto solo all’obbligo della firma in commissariato senza essere più compiuta nessuna indagine su di lui. Finalmente, nell’ottobre del 2005, il sogno di Paolo Di Nella si realizzò. Villa Chigi, splendente e fiorita, fu restituita al quartiere per dare ossigeno alla città assediata dal traffico.
 
Paolo fu l'ultimo di una lunghissima serie di delitti a sfondo poltico che insaguinarono Roma dove persero la vita tanti giovani di destra e sinistra in nome di un ideale, di un credo politico.

 
 

 


 

mercoledì 14 novembre 2012

Poveri ma Belli







Ci sono dei film che sono stati per la città di Roma un vero e proprio trampolino di lancio. 
Poveri ma belli di Dino Risi del 1956, pietra miliare della commedia all’italiana, che ha consacrato Roma come ciak cinematografico per eccellenza a livello nazionale.
Questo film, che è diventato nel tempo un cult, ha fatto sognare intere generazioni, donando una immagine di Roma eterna, come se il tempo si fosse fermato e cristallizzato per sempre nelle rappresentazioni della pellicola.
La capitale non fu un semplice scenario, in cui gli attori si muovevano nelle diverse azioni, ma è il caso di dire che diede valore aggiunto alla pellicola, contribuendo al suo successo, tanto che è un film rimasto nella memoria di molti.
Ancora oggi Poveri ma belli viene visto, quando replicato, da molte persone desiderose di fare un salto indietro nel tempo, per riassaporare l’atmosfera che si respirava a Roma in quegli anni: una città genuina, solare e semplice. 
Rispetto a come si usa fare oggi, il film fu realizzato in estrema economia, ottenendo comunque un grandissimo consenso di pubblico. Se da una parte, la critica accolse in modo scettico l’opera, dall'altra gli spettatori lo amarono sin da subito. Poveri ma belli segnò infatti il confine nel passaggio tra il neorealismo e la commedia all’italiana, che mirava invece allo svago, al divertimento e alla leggerezza.
Il grande successo fu merito anche del cast composto da giovani attori, che divennero dopo il film dei divi: Renato Salvatori, Maurizio Arena, Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro.









Le vicende narrate sono molto semplici e, forse proprio per questo, capaci di creare condivisione nello spettatore di un tempo: due amici d’infanzia che entrano in competizione per una donna.
I due protagonisti sono Romolo e Salvatore, due ragazzi che vivono in uno dei più antichi rioni di Roma. I due sono dei bulli un po’ spacconi che amano divertirsi, uscire e corteggiare le ragazze invece di dedicarsi al lavoro. 







Il fascino intramontabile di Poveri ma belli, è nel mostrare la società degli anni Cinquanta. Come si divertivano, vestivano e comportavano i ragazzi di un tempo: le prime vespe, le feste in spiaggia o sulle terrazze dei genitori. Una immagine schietta non solo di Roma ma dell’Italia di quegli anni, appena uscita dalla guerra, dove si cercava di guardare avanti e si facevano enormi sacrifici economici per arrivare al giorno dopo.










L’Italia dove i ragazzi erano dei Don Giovanni, mai eccessivi, che architettavano una miriade di trucchi nel tentativo, alcune volte anche goffo, di conquistare le loro amate. Le ragazze, dall’altra parte, erano ribelli, svampite e sognatrici, si vestivano con abiti alla moda e indossavano i primi bikini.
Oggi la società è irrimediabilmente cambiata, e se per certi aspetti è un bene, dall’altro c'è qualcosa da rimpiangere.

lunedì 12 novembre 2012

I Forti di Roma







I Forti di Roma sono diciotto strutture difensive (quindici forti e tre batterie) che compongono il campo trincerato di Roma, costruito tra il 1877 e il 1891 dal neo-nato Stato Italiano per difendere la nuova capitale dalla minaccia di un eventuale attacco francese. Questa cintura di difesa si estende per circa quaranta chilometri intorno all’urbe, ad una distanza dal centro di circa sei chilometri. Ogni forte era posto in una posizione strategica, spesso in corrispondenza delle principali arterie di scorrimento viario (da cui molti prendono il nome) e mediamente alla stessa distanza uno dall’altro.



Forte Prenestino visto dal satellite



Nonostante all’epoca sorgessero in aperta campagna, al giorno d’oggi l’intero complesso è stato totalmente inglobato nel processo di espansione della città; sfortunatamente tali strutture sono state escluse da processi di riconfigurazione e riqualificazione urbana. Alcuni forti sono ancora di proprietà demaniale ed utilizzati dal Ministero della Difesa, ma la maggior parte è inutilizzata e versa in stato di abbandono e degrado. Il Forte Prenestino è l’unico caso, tra le strutture che compongono il campo trincerato, ad essere stato rifunzionalizzato e reso fruibile ai cittadini come Centro Sociale Occupato Autogestito.



 

venerdì 9 novembre 2012

La tomba " der fornaro "






Chi ha detto che solo papi, imperatori e condottieri possano vantare un famoso monumento funebre nelle strade di Roma? Se vi capita di passare dalle parti di Porta Maggiore prestate attenzione all’insolita tomba di un fornaio.

Secondo la leggenda si trattava di un mercante ricco e spaccone, un tal di nome Eurisace, che impose il suo discutibile gusto (richiese espressamente elementi architettonici che ricordassero gli attrezzi del suo mestiere) all’architetto cui aveva commissionato la tomba.

A quei tempi, però, il livello artistico era altissimo e l’architetto riuscì a rendere un progetto nato per l’insuccesso un’opera d’arte.
Lo scultore optò per un motivo modesto, creando un effetto contemporaneamente grandioso e armonioso. Scelse come tema del suo lavoro uno staio di grano di forma cilindrica che dispose sapientemente ora orizzontalmente ora verticalmente. In alto si può ammirare un bassorilievo che descrive le varie fasi della lavorazione del pane.
Grazie a questo piccolo capolavoro un fornaio giace immortale nel cuore della città eterna.



giovedì 8 novembre 2012

Luciano Re Cecconi









Roma, 18 gennaio 1977.
Quella sera di gennaio Luciano è in compagnia di Pietro Ghedin e Rossi Renzo. I tre incrociano Garlaschelli e lo invitano ad unirsi a loro per una serata a cena fuori. L'ala declina l'invito e va via. Anche Rossi deve sganciarsi per fare delle commissioni. Re Cecconi e Ghedin vanno da un loro amico comune, Giorgio Fraticcioli (titolare di una profumeria), per passare un po' di tempo scambiando due chiacchiere. Il negoziante li invita ad accompagnarlo da un cliente a cui deve consegnare dei flaconi in una gioielleria di via Nitti a Roma, nel quartiere Flaminio. I tre entrano poco prima dell'orario di chiusura, intorno alle 19,30. Il carattere estroverso di Luciano gli suggerisce uno scherzo che si rivelerà tragico anche perchè il clima sociale del periodo non è certo dei migliori. All'ingresso si presenta col bavero alzato esclamando: "Fermi tutti questa è una rapina". Il gioielliere, Bruno Tabocchini, non lo riconosce anche perchè Re Cecconi ha il volto parzialmente coperto e tiene una mano in tasca simulando una pistola. Il calciatore è così scambiato per un rapinatore ed il gioielliere estrae una pistola che teneva in negozio perchè già vittima di diverse rapine e spara immediatamente.






 Re Cecconi, colpito in pieno, cade mormorando: "Era uno scherzo, era solo uno scherzo". Ghedin fa in tempo ad alzare le mani e farsi riconoscere. Poi si gira verso il compagno dicendogli di alzarsi chè lo scherzo è terminato, ma si accorge del sangue che esce dal torace del compagno. Il dramma è compiuto. Qualcuno ferma una pattuglia della polizia che, a sirene spiegate, lo porterà al San Giacomo dove arriverà ormai morto. Sono circa le 20 e neanche mezz'ora dopo l'atroce fatto, il calciatore muore lasciando nel dolore non solo la tifoseria laziale, da cui era adorato, ma l'intero modo sportivo italiano. Luciano lasciava così, a soli 28 anni appena compiuti, l'adorata moglie Cesarina ed il figlio Stefano di due anni (Francesca nascerà dopo pochi mesi). La notizia si sparge in un'attimo. Accorrono i compagni di squadra ed il presidente Umberto Lenzini pietrificati dal dolore. Felice Pulici è l'unico a vederlo all'obitorio, nudo con un piccolo foro del proiettile che gli è penetrato nel cuore. Gli altri non ce la fanno. Ghedin è in preda alle convulsioni in stato di shock. Solo dopo ore riuscirà a fare una deposizione alle autorità giudiziarie raccontando i fatti. Tabocchini venne arrestato ed accusato per "eccesso colposo di legittima difesa". Processato per direttissima 18 giorni dopo, venne assolto per "aver sparato per legittima difesa putativa". Per una delle tante ironie del destino che spesso gioca beffardamente con la vita, Luciano Re Cecconi era uno dei pochi, se non l'unico giocatore della rosa laziale del tempo, a non possedere un'arma da fuoco. I funerali si svolsero presso la basilica romana di San Pietro e Paolo all'EUR a cui prese parte una gran folla. Le sue spoglie vennero poi tumulate nel cimitero di Nerviano. Il 30 gennaio 1977, alla ripresa del campionato, la Lazio è di scena a Cesena e nel minuto di raccoglimento decretato dall'arbitro Agnolin, un trombettiere solitario intona il silenzio dalla curva locale in uno stadio che rimane immobile per la commozione.



venerdì 2 novembre 2012

Le Campane di Roma









Con le sue 400 chiese (di cui 48 con il titolo di basilica), a Roma le campane non mancano - ma, grazie ad una disposizione ecclesiastica che ne vieta l’uso prima delle sette del mattino, il sonno è salvo - . In passato, quando la città era meno rumorosa e il termine ‘inquinamento acustico’ era di là da venir coniato, le campane erano la colonna sonora della vita di ogni giorno. Erano anche il mezzo più rapido e diffuso per comunicare eventi più o meno fausti: elezioni e morti di papi, chiamata alle armi per difendere la città in caso di invasione nemica, pestilenze. La gente ne riconosceva la ‘voce’ e, con essa, la mano del campanaro. I romani affibbiavano connotazioni evocative ai timbri delle diverse campane: la campana grande di Santa Maria Maggiore, ad esempio, sembrava loro che annunciasse un gustoso piatto ad ogni tiro di corda: "avemo fatto li facioli, avemo fatto li facioli".


Santa Maria Maggiore


Affamato interveniva il campanone di San Giovanni: "co’ che? co’ che?". Rispondeva una campanella della vicina Santa Croce in Gerusalemme: "co’ le cotichelle, co’ le cotichelle". E l’immaginazione si scatenava sempre in campo mangereccio, data la fame cronica del popolo. Non si salvava dunque la campana di Santa Maria in Trastevere, il cui scampanio era interpretato come se la campana domandasse: "’ndò se magna la pulenta ? ‘ndò se magna la pulenta?" E il campanone di San Pietro rispondeva col suo vocione: "in Borgo, in Borgo, in Borgo".


San Pietro


E passiamo ai campanili. Tra loro (tanti quante le chiese), il record del più piccolo lo detiene quello della chiesetta di San Benedetto in Piscinula a Trastevere, che deve il suo nome all’antica piscina di una ‘domus’ romana che sorgeva sul posto. Campana e campanile risalgono al 1069 e scamparono miracolosamente al sacco di Roberto il Guiscardo che razziò tutte le campane di Roma. Il più antico di tutti, di cui si abbia notizia, è quello della prima basilica di San Pietro, poi demolito: fu eretto nel 752 e rifatto nel tredicesimo secolo. Tra i superstiti, antichissimo quello a torre della chiesa dei Santi Quattro Coronati, del XII secolo.
Tornando alle campane, non si può tacere della Patarina, la celebre campana della torre che svetta sul Campidoglio. Fu tolta ai viterbesi nel corso del Medioevo. E’ per eccellenza la campana civica e ancora oggi fa sentire la sua voce nelle più solenni occasioni laiche: il Natale di Roma e l’elezione del sindaco.


Campidoglio

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"