lunedì 25 giugno 2012

Ferruccio Amendola



Nato a Torino il 22 luglio 1930 ma romano d'adozione, Ferruccio Amendola è stato il doppiatore più famoso e celebrato del cinema italiano. Ha prestato la sua inconfondibile voce a mostri sacri di Hollywood quali Robert De Niro, Al Pacino, Dustin Hoffman e Sylvester Stallone, nonché a Bill Cosby nella serie tv "I Robinson" e agli italiani Maurizio Arena e Tomas Milian.
Figlio d'arte e con una nonna essa stessa insegnante di dizione, Ferruccio Amendola ha iniziato a frequentare le sale di doppiaggio a soli cinque anni, quando ha dato la sua voce al bambino di "Roma città aperta". Era proprio la nonna che dietro le quinte gli insegnava le battute.
La sua è stata una vena artistica ereditata dalla famiglia; non esisteva ancora la tradizione del doppiaggio e i genitori erano figure di spettacolo più "tradizionali": suo padre era il regista cinematografico Pietro, mentre i nonni avevano alle spalle lunghi anni di esperienze teatrali.





Crescendo Ferruccio Amendola ha conservato l'amore per l'arte e si è dedicato al teatro, dove è apparso accanto a Walter Chiari, e soprattutto al cinema, non soltanto come doppiatore. Ha partecipato a un gran numero di pellicole a basso costo, in particolare i cosiddetti "musicarelli", dove compariva al fianco del cantante di turno, in genere nei panni dell'amico del cuore.
Nel 1959 Amendola ha interpretato il suo ruolo più importante, quello del soldato De Concini ne "La grande guerra" di Mario Monicelli. Fra gli altri film interpretati vale la pena ricordare "La banda del buco", "Marinai in coperta", "Viaggio di nozze all'italiana" e "Chissà perché...capitano tutte a me".







Nonostante la sua lunga carriera cinematografica (a prescindere dalla sua esperienza con Roberto Rossellini in tenera età, ebbe il primo ruolo di rilievo nel 1943, a soli tredici anni, con "Gian Burrasca"), Ferruccio Amendola è diventato un volto noto per il grande pubblico soprattutto grazie alla fiction tv. Dopo "Storie d'amore e d'amicizia" di Franco Rossi, è stato il portinaio di "Quei trentasei gradini", il barbiere di "Little Roma" e il dottor Aiace di "Pronto Soccorso".
Anche se l'uomo all'apparenza poteva sembrare chiuso e scorbutico, Amendola non ha mai gestito la popolarità in modo egoistico. Si è invece speso sovente per girare campagne pubblicitarie a scopo benefico come quella del 1996 per Greenpeace e, negli ultimi mesi di vita, a favore della Giornata dei diritti dell'infanzia.
Naturalmente Ferruccio Amendola è rimasto nei cuori di tutti per il timbro inconfondibile della sua voce, prestata praticamente a tutti i grandi di Hollywood degli ultimi decenni. Lo ritroviamo in "Kramer contro Kramer", "Un uomo da marciapiede", "Il piccolo grande uomo" e "Tootsie", come voce di Dustin Hoffman, senza contare la serie di "Rocky" e quella di "Rambo" con Sylvester Stallone o il Robert De Niro di "Taxi Driver", "Toro scatenato" e "Il cacciatore". Anche un grande Al Pacino ai suoi esordi ha avuto l'onore di avere un doppiaggio di Amendola, quando girò "Serpico" (in seguito Al Pacino verrà doppiato da Giancarlo Giannini). E a ben pensarci: cosa sarebbero questi attori senza la voce del grande Ferruccio? Certamente sarebbero comunque dei miti, ma per noi sarebbero altrettanto molto diversi. Forse meno umani, meno "caldi", meno sfaccettati. Tutte caratteristiche che potevano trasparire, come in un diamante iridescente, solo dalla voce di Amendola.




L'indimenticabile doppiatore era sposato con Rita Savagnone, anche lei doppiatrice, da cui ha avuto tre figli: Claudio Amendola, attore come i genitori e altrettanto famoso, Federico e Silvia. Insieme l'hanno pianto il 3 settembre 2001 quando si è spento a Roma dopo una lunga malattia.

venerdì 22 giugno 2012

Eccidio delle Fosse Ardeatine





Monumento all'entrata delle Fosse



Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaioleggere.


Via Rasella al tempo dell'attentato



Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini: 18 vittime a Canale Monterano, 32 a Saturnia, 14 a Blera, 40 a San Martino, 14 a Velletri ecc.


In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso.


Il rastrellamento dei "prescelti" all'eccidio



Leccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.


Le lapidi dei 323 caduti



lunedì 18 giugno 2012

Mario Monicelli
















Stimato dalla critica e amato dal pubblico, Mario Monicelli non ha mai rinunciato al compromesso tra il cinema d'autore e le esigenze del botteghino e ha creato nella sua lunga e fruttuosa carriera una serie indimenticabile di personaggi e con la sua opera esaminata nel complesso un affresco, amaro e ironico al tempo stesso, dell'Italia e della sua proverbiale arte di arrangiarsi.


Figlio del giornalista e drammaturgo Tomaso Monicelli, Mario nasce a Viareggio il 15 maggio 1915. All'inizio degli anni Trenta studia a Milano e intanto collabora con 'Camminare...', una rivista d'avanguardia in cui si occupa di cinema. Dopo le scuole superiori si iscrive alla facoltà di Storia e Filosofia dell'università di Pisa.


Nel 1935 partecipa per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia con I ragazzi della Via Paal, un film a basso costo che riscuote un discreto successo tra il pubblico del Lido e ottiene anche un premio.


Dopo un periodo passato a lavorare come aiuto regista e sceneggiatore, nel 1949 Monicelli inizia la felice collaborazione con Steno che proseguirà per alcuni anni, fino al 1953.







Insieme, i due dirigono a quattro mani una serie di film che rappresentano le fondamenta della commedia all'italiana e soprattutto in alcune pellicole interpretate da Totò, Totò cerca casa(1949), Vita da cani (1950), Guardie e ladri (1951) e Totò e i re di Roma (1952), Steno e Monicelli si distinguono per la capacità di affrontaretemi realisti e drammatici, come la disoccupazione o la povertà, con i consueti toni leggeri e scanzonati.


Dopo Padri e figli, con il quale vince il suo primo orso d'argento al Festival di Berlino del 1957, Monicelli realizza I soliti ignoti (1958), Nastro d'argento per la miglior sceneggiatura, che inaugura il filone più raffinato della commedia all'italiana. Nel 1959 dirige La grande guerra, lettura magistrale delle vicende belliche viste con gli occhi della povera gente, interpretato dal duo Gassman-Sordi e vincitore del Leone d'oro a Venezia (ex-aequo con Il generale della Rovere di Roberto Rossellini).








Negli anni successivi Monicelli lavora ad una lunga serie di pellicole che ormai fanno parte dell'immaginario collettivo, come quelle che raccontano le avventure di Brancaleone da Norcia,L'Armata Brancaleone (1966) e il successivo Brancaleone alle crociate (1970), ambientate in un Medioevo grottesco e di pura invenzione, con il solito gruppo di perdenti a fare da protagonisti.


Indimenticabili anche le vicende del conte Mascetti e dei suoi compagni, protagonisti di Amici miei (1975) e Amici miei - Atto II (1982), apologo della vita considerata come un gioco continuo e del gioco come massima espressione dell'intelligenza e della vitalità.





E poi ancora successi e una valanga di premi per Monicelli grazie a titoli come Caro Michele(1976), Orso d'argento al Festival di Berlino, Un borghese piccolo piccolo (1977), David di Donatello per la miglior regia e Nastro d'argento per la sceneggiatura, Il Marchese del Grillo(1981), Orso d'argento a Berlino e ancora un Nastro d'argento per la miglior sceneggiatura,Speriamo che sia femmina (1985), David di Donatello e due Nastri d'argento, Il male oscuro(1990), premiato con il David di Donatello per la miglior regia, e Cari fottutissimi amici (1994), menzione speciale al Festival di Berlino.










Nella sua lunga carriera, coronata nel 1991 con il Leone d'Oro, Monicelli è stato anche candidato per ben due volte all'Oscar per la migliore sceneggiatura, nel 1965 con I compagni (1963) e nel 1966 con Casanova '70 (1965). A 92 anni ha affrontato il caldo del deserto tunisino per girare il film Le rose del deserto (2006), su una divisione medica italiana mandata allo sbaraglio, a combattere nel deserto libico.


Dopo aver deciso di chiudere la sua proficua carriera cinematografica, il novantenne regista ha realizzato un mediometraggio documentario dedicato al suo quartiere, il borgo Monti di Roma.Vicino al Colosseo c'è Monti è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008. Sempre alla Mostra diretta da Marco Müller, Monicelli ha partecipato nel 2009 ai festeggiamenti per i 50 anni de 'La grande guerra' che prevedevano la proiezione in piazza San Marco della pellicola restaurata.


La sera del 29 novembre 2010, ricoverato nel reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni a Roma, Mario Monicelli muore lanciandosi dalla finestra della sua stanza al quinto piano.



mercoledì 13 giugno 2012

Il Mercato di Porta Portese




Chi non conosce Porta Portese? Per i pochi ignari è il mercato domenicale più grande e più famoso della capitale. Si estende da via Portuense a via Ippolito Nievo, arrivando fino aviale Trastevere e ovviamente alla piazza che da cui prende il nome, piazza di Porta Portese. Uno di quei luoghi che, a causa della massiccia affluenza, può vantare solerti parcheggiatori abusivi.





Come ogni mercato che si rispetti apre molto presto, intorno alle 6:00, poi si smonta tutto intorno alle 14:00. Porta Portese è talmente grande e vario che vi si può trovare di tutto: vestiti usati e nuovi, panini con salsiccia e porchetta, marche tarocche, vecchie biciclette, caschi da moto, valigie, borse, accessori per la casa, piante, dischi, antiquariato, mobili, dischi, cd, ombrelli, taglia puntarelle, portachiavi, giocattoli, cosmetici e ogni cosa vi venga in mente.





Dai venditori russi con binocoli, pile e merletti, agli infaticabili nigeriani tutti in fila in mezzo alla via del mercato poichè non hanno un banco di proprietà. Ma ci sono anche i peruviani con le loro maglie multicolore, gli indiani e i turchi con il loro argenti, i polacchi con le scarpe, i venditori del Bangladesh con gli incensi e le piume di pavone. 





E’ impossibile resistere ad un paio di scarpe a 5 euro o a dei jeans a 10 euro. Si consiglia di andare molto presto o molto tardi, gli affari si fanno in questi orari e nelle ore di punta rischiate di avere difficoltà di deambulazione tra mendicanti, venditori, turisti e folla. Attenzione inoltre al portafoglio: Porta Portese è il paradiso di zingari e borseggiatori. Anche il compratore più attento rimane facilmente vittima di furti.



sabato 9 giugno 2012

Silvana Mangano










Figlia d'un ferroviere siciliano e di una madre inglese che sognava un avvenire nel ballo, studia danza classica presso Jia Ruskaja , partecipa a vari concorsi di bellezza - all'età di 16 anni è eletta Miss Roma - e appare come figurante in pellicole d'un certo pregio ("Il delitto di Giovanni Episcopo", 1947, di Alberto Lattuada). La sua consacrazione giunge, subitanea, con "Riso amaro" (1949) di Giuseppe De Santis: qui, mondina provocante e dalle carni nivee, le calze a mezza coscia e l'aria sfrontata, s'impone come primo simbolo del sesso nazionale nell'Italia del dopoguerra, una sorta di risposta indigena alla hollywoodiana Rita Hayworth.






Il matrimonio con il produttore Dino De Laurentiis, il medesimo anno, le consente di gestire al meglio la propria carriera: nelle stagioni a venire, avrà modo di lavorare coi più quotati interpreti italiani (Gassman, Vallone, Nazzari, Sordi) ed internazionali (Douglas, Quinn, Perkins), diretta da cineasti di prestigio (Camerini, De Sica, Lizzani, Monicelli, Visconti, Pasolini).






Ancora seduttiva e passionale ne "Il lupo della Sila" (1949) di Duilio Coletti e ne "Il brigante Musolino" (1950) di Camerini,in "Anna" (1951) di Lattuada è una ballerina di night che si fa suora e ne "L'oro di Napoli" (1954; l'episodio è "Teresa") di Vittorio De Sica una prostituta che si sposa. Di nuovo protagonista, accanto a Yves Montand, di un film di De Santis, "Uomini e lupi" (1956), si cimenta pure in ruoli da commedia - ne "La grande guerra" (1959) di Mario Monicelli e in "Crimen" (1961) di Mario Camerini - sempre prediligendo, tuttavia, quelli drammatici, come l'intensa Edda Ciano de "Il processo di Verona" (1963) di Carlo Lizzani. Via via più selettiva nelle proprie scelte, in seguito ella compare di preferenza in opere di qualità, sotto la direzione di Pasolini (è Giocasta in "Edipo re", 1967, inquieta borghese in "Teorema", 1968) e Visconti (in "Morte a Venezia", 1971, è la madre di Tadzio; in "Ludwig", 1972, e "Gruppo di famiglia in un interno", 1974, dà vita a figure torbide e perfide). Ritiratasi dal cinema a metà degli anni Settanta per dedicarsi esclusivamente alla famiglia, vi torna nel 1984, partecipando a "Dune" di David Lynch, prodotto dalla figlia Raffaella; infine, si congeda incarnando in maniera indimenticabile la moglie dell'atipico viaggiatore - uno strepitoso Marcello Mastroianni - al centro di "Oci Ciornie" (1987) di Nikita Michalkov. Colpita da un gravissimo lutto (la scomparsa repentina dell'adorato figlio Federico), si separa dal marito - col quale si era, da tempo, trasferita negli Stati Uniti - e torna in Europa. Qui, vittima di un tumore ai polmoni, si spegne nell’89 in una clinica madrilena.

mercoledì 6 giugno 2012

L' Attentato a Papa Wojtyla








ROMA, 13 MAGGIO 1981. Sono trascorsi trentuno anni da quando Ali Ağca premette il grilletto contro Karol Wojtyła. Due colpi di pistola ferirono all’addome Papa Giovanni Paolo II che era a bordo della Papamobile scoperta. L’attentato che tenne il mondo con il fiato sospeso il mondo intero avvenne in Piazza San Pietro, alle ore 17.17, dove l’ex arcivescovo di Cracovia si trovava per un’udienza generale. Tra la folla il killer turco Ali Ağca fece esplodere tre colpi d’arma da fuoco contro il Santo Padre, per poi dileguarsi fra gli astanti. Durante la fuga urtò inavvertitamente una suora facendo cadere la pistola a terra. Ormai disarmato venne bloccato e arrestato dalle Forze dell’Ordine.





Mehmet Ali Ağca apparteneva all’organizzazione terroristica di estrema destra turca denominata "Lupi grigi". Nel 1979, assassinò il giornalista turco Abdi Ipekci, noto attivista per i diritti umani. Condannato alla carcerazione per questo omicidio, riuscì ben presto ad evadere da un carcere di massima sicurezza in cui era detenuto. In seguito all’evasione iniziarono le sue prime minacce di morte a Papa Giovanni Paolo II. Wojtyła, prontamente soccorso, sopravvisse dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico di 5 ore e 30 minuti. Ali Ağca non ha mai voluto rivelare la verità sull’attentato e ha ripetutamente cambiato versione sulla dinamica dei fatti. Il 22 luglio 1981, dopo tre giorni di processo per direttissima, i giudici della corte di Assise, condannarono il killer turco all’ergastolo per tentato omicidio di Capo di Stato Estero. Il 13 giugno 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia e il giorno successivo Ali Ağca venne estradato in Turchia dove è stato scarcerato nel gennaio 2010






I documenti esaminati dalla commissione Mitrokhin dimostrerebbero che l'attentato fu ideato dal KGB in collaborazione con la polizia della Repubblica democratica tedesca (Stasi) e con il sostegno di un gruppo terroristico bulgaro a Roma, che a sua volta si sarebbe rivolto ad un gruppo turco di estrema destra, i Lupi grigi. Una relazione di minoranza della stessa commissione non confermò questa tesi; tuttavia, alcuni documenti scoperti negli archivi sovietici e resi pubblici nel marzo 2005 sostengono la tesi che l'attentato sia stato ordinato dall'Unione Sovietica, timorosa dell’influenza di un papa polacco sui Paesi comunisti dell’Europa dell’Est.
Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede mette in relazione l’attentato al Papa con l'ultimo dei Segreti di Fatima. L'attentato ebbe luogo nel giorno della ricorrenza della prima apparizione della Madonna ai tre pastorelli portoghesi di Fatima e Giovanni Paolo II, certo che fu la mano della Madonna a deviare il colpo di pistola e a salvargli la vita, chiese che il bossolo del proiettile fosse incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima.





Il 27 dicembre del 1983, si recò nel carcere di Rebibbia per incontrare Ali Ağca, colui che aveva tentato di ucciderlo. I due ebbero un lungo colloquio privato e non ci è dato sapere le parole pronunciate tra il Papa e ill killer. Karol Wojtyla disse dopo l'incontro: “Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia”.





domenica 3 giugno 2012

Villa Borghese






Una delle più belle ville di Roma, fatta disegnare da Scipione (nipote di Paolo V Borghese) all'inizio del '600. Dentro il parco, fra fontane, architetture, statue, monumenti, panorami mozzafiato, si potrebbe trascorrere una intera giornata senza accorgersene. Una passeggiata fra le più belle al mondo.
Nel punto più elevato della villa sorge il Casino Borghese costruito dall'architetto olandese Vasanzio e restaurato per Marcantonio Borghese, in questo elegante edificio ha sede il Museo e la Galleria Borghese. 



                                        



                                          



Le collezioni ospitate riguardano opere d'arte sia di scultura che di pittura. All'interno sono visibili i grandissimi capolavori del Canova e del Bernini: Paolina Borghese opera eccellente del Canova, David con la fionda, Apollo e Dafne trionfo dell'arte Berniniana. Fra le opere esposte nella Galleria Borghese troviamo capolavori del Tiziano, del Raffaello e del Caravaggio. 
Per chi non è interessato agli splendori dell'arte, la villa offre divertimenti e svaghi nel verde della natura. 
E' da considerarsi il più importante polmone verde della città. Per i più piccoli sarà d'obbligo una visita al bioparco (ex giardino zoologico) ospitato dentro la grande villa.






VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"