giovedì 31 maggio 2012

Il Cimitero degli Inglesi




L'entrata del Cimitero




Datato ufficialmente 1821 ma aperto mezzo secolo prima, venne concepito e costruito per ospitare le tombe di tutti coloro che non si professassero cattolici, con particolare riferimento agli stranieri che si fossero trovati a Roma al momento del decesso o che desiderassero esservi seppelliti. Si trova  nel quartiere di Testaccio, vicino a Porta San Paolo, a lato della Piramide Cestia.
Dal momento che le norme della Chiesa cattolica vietavano di seppellire in terra consacrata i non cattolici — tra cui i protestanti, gli ebrei e gli ortodossi — nonché i suicidi, questi, dopo morte, erano "espulsi" dalla comunità cristiana cittadina e inumati fuori dalle mura (o al margine estremo delle stesse). Le inumazioni avvenivano di notte per evitare manifestazioni di fanatismo religioso e per preservare l'incolumità di coloro che partecipavano ai riti funebri.
Fisicamente, il cimitero è diviso in due zone. La prima è letteralmente disseminata di lapidi e statue funerarie immerse nei cipressi, tra angeli di pietra e croci dalle forme bizzarre. La seconda, più simile ad un giardino, fornisce alcune panchine per i turisti.




Angelo del dolore scolpito da William Wetmore Story




Entrando nel Cimitero degli Inglesi ci si cimenta a cercare le tombe delle personalità di rilievo che qui sono state seppellite. Gli “Inglesi” per eccellenza sono i poeti ottocenteschi Keats e Shelley, amanti del nostro paese ancora più della loro stesse vite burrascose. I nomi italiani più noti sono Antonio Gramsci e Carlo Emilio Gadda. Seguono poi diplomatici, viaggiatori, soldati, architetti, persone comuni, ciascuno con il proprio angolo di silenzio.


Tomba di Antonio Gramsci


Certamente non siamo al cimitero di “Pere Lachaise” di Parigi, ricolmo di nomi molto più “pop” come Jim Morrison o Oscar Wilde; il vantaggio è che questo luogo riesce a mantenere intatta la sua sacralità, pur accogliendo un flusso sottile ma costante di turisti.
I grandi, centenari cipressi, il prato verde che circonda parte delle tombe, la bianca piramide che svetta dietro la recinzione di mura romane, insieme ai gatti che prendono il sole e passeggiano indisturbati tra le lapidi redatte in tutte le lingue del mondo, conferiscono a questo piccolo cimitero uno stile inimitabile.




martedì 29 maggio 2012

Mino Pecorelli







Carmine Pecorelli conosciuto come Mino, fu un giornalista italiano assassinato a Roma in circostanze ancora non del tutto chiarite. Dopo la laurea in Giurisprudenza, iniziò la carriera di avvocato, diventò un esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo, iniziando così ad entrare nel giornalismo.
Diresse OP, rivista prima mensile poi settimanale, che trattava di politica, in particolare di scandali della politica, e comunque di chi in qualche modo aveva qualche potere in Italia, fornendo notizie in anteprima che il Pecorelli stesso raccoglieva grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello stato, ed accompagnandovi analisi dello stesso. Politici, dirigenti statali, militari, agenti segreti (e forse anche criminali d'alto bordo) leggevano la sua testata con frenetica costanza per scorgervi acute indicazioni su cosa era successo o sagaci previsioni su cosa stava per accadere.






Pecorelli aveva una singolare predisposizione, quasi un dono, a scorgere immediatamente fra le righe di uno scarno comunicato o nella banalità di una semplice frase indizi rivelatori di oscuri collegamenti, occulte manovre, recondite intenzioni. Dotato di spiccato senso storico e grandissimo conoscitore della realtà politica, militare, economica e criminale italiana, riusciva a tradurre gli apparentemente innocui avvenimenti in corso in deduzioni che registravano con fedeltà chi faceva cosa in Italia. Sorvegliato speciale dei servizi segreti, aveva con essi un ambiguo rapporto di scambio di informazioni, probabilmente essendo più venditore che acquirente, come provano i tantissimi piccoli indiretti accenni che a proposito delle vicende più disparate ebbero a sortire in procedimenti giudiziari e di commissioni inquirenti. OP appare, almeno incidentalmente, in talmente tanti procedimenti, da costituire quasi un soggetto storico a sé nel riferimento del periodo.
Pecorelli era iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli. Il ritrovamento del suo nome nelle liste degli aderenti non destò alcuna sorpresa.






La sera del 20 marzo 1979 fu ucciso nel quartiere Prati di Roma, poco lontano dalla redazione del suo giornale, con quattro colpi di una pistola calibro 7,65. I proiettili trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della Banda della Magliana nascosto nei sotterranei del Ministero della Sanità. 





Nei mesi a seguire le ipotesi sul mandante e sul movente nacquero a grappoli: da Gelli e la mafia, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari di De Chirico. La supposta relazione tra l'omicidio Moro e quello di Pecorelli, teoria che attualmente gode del maggior credito, venne fuori solo più tardi.
Nel 1993 il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti.




venerdì 25 maggio 2012

Sergio Leone






Figlio unico e d'arte (la madre è l'attrice Bice Valerian), nato a Roma il 3 gennaio 1929, fa la sua prima apparizione nel mondo del cinema come comparsa in Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948). Dopo la laurea in giurisprudenza, negli anni '50 collabora con i più importanti registi italiani, e figura come aiuto di illustri maestri stranieri durante l'epoca d'oro della "Hollywood sul Tevere". Ha già una lunga gavetta alle spalle quando si trova a sostituire Mario Bonnard per Gli ultimi giorni di Pompei (1959). Si è sposato ed ha appena superato i trent'anni quando firma (ufficialmente) la sua prima regia, Il colosso di Rodi (1960), film spettacolare con cui si guadagna l'ammirazione dei critici francesi. Con la "trilogia del dollaro" (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965; eIl buono, il brutto, il cattivo, 1966), come padre indiscusso del western-spaghetti si impone prepotentemente a livello internazionale e porta al successo un attore americano apparso in una piccola serie televisiva, Clint Eastwood, nonchè un "gigante" intravvisto in Mezzogiorno di fuoco, Lee Van Cleef. Ad eccezione di Claudia Cardinale (C'era una volta il West, 1968) , i protagonisti dei suoi film sono tutti uomini, tipi duri dalla pistola facile. Ma anche se sono pronti a sparare per primi e a tradirsi, conoscono bene le leggi dell'amicizia.








Dopo aver rifiutato un'offerta per dirigere Il padrino (The Godfather), lavorò per circa dieci anni a un proprio progetto epico, questa volta incentrato sulla mafia e i gangster americani: C'era una volta in America (1984) era un'idea nata prima ancora di C'era una volta il West.
Il film ebbe grande successo di pubblico e critica in tutto il mondo, tranne che negli USA in cui fu proposta dalla produzione una versione dimezzata nella durata, e sconvolta nella struttura temporale. Il rimontaggio dell'opera causò dunque un flop inevitabile sul mercato americano, anche se la versione originale proposta anni dopo in VHS riscosse grande apprezzamento.
Il film è considerato come uno dei migliori del genere nonché della storia del cinema. 






Non tutti sanno che Sergio Leone diresse Bianco Rosso e Verdone.
Non condividendo tutte le scelte di Carlo Verdone sul casting del film, Sergio Leone incaricò il fratello di Carlo, Luca, affinché gli comunicasse segretamente un resoconto quotidiano e dettagliato delle riprese.
Le riserve di Leone vertevano soprattutto sul personaggio di Furio, temendo che questi potesse risultare odioso al pubblico. Prima dell'uscita del film, organizzò una proiezione privata in casa sua cui parteciparono, oltre a Verdone, Alberto Sordi, Monica Vitti e il calciatore Paulo Roberto Falcão; Sordi gradì molto il personaggio di Furio, sciogliendo così ogni riserva per il produttore Leone.






Amicizia vera, fraterna, quella che lo lega ad Ennio Morricone (si conoscono dai tempi delle elementari), al quale affidò l'incarico di dirigere le colonne sonore di alcuni suoi film che, anche grazie alle sue musiche, divennero poi cult intramontabili.
Nella seconda metà degli anni '80 lavora con passione ad un altro film spettacolare. Stavolta sull'assedio di Leningrado, protagonista Robert De Niro. Progetto drammaticamente interrotto dalla sua scomparsa, avvenuta a Roma il 30 aprile 1989.




mercoledì 23 maggio 2012

Antico Caffè Greco





Il Caffe’ Greco, che infatti si trova a via dei Condotti, 86, è il più antico caffè di Roma, in Italia solo il Florian di Venezia è più antico. Il nome del locale deriva dal fatto che Nicola della Maddalena, il caffettiere che lo ha fondato nel 1760, era greco.
Si racconta che in antichi documenti  l’originario nome della caffetteria era Caffè del Greco e che nell’insegna era dipinta la figura di un greco.





Il locale conserva tuttora il suo aspetto ottocentesco e nella celebre sala Omnibus ospita ogni primo mercoledì del mese un gruppo di studiosi e accademici cultori in particolare della città di Roma.
La caffetteria è famosa anche per le importanti personalità che lo hanno frequentato nel corso degli anni come Massimo D’Azeglio, Luigi di Baviera, Buffalo Bill, Ennio Flaiano, Aldo Palazzeschi, Cesare Pascarella, Richard Wagner, Orson Welles, Edvard Grieg, Johann Wolfgang von Goethe e molti altri ancora.





Si racconta un aneddoto riguardante un famoso cliente occasionale della caffetteria : Henry Beyle più noto con lo pseudonimo di Stendhal che varcò la soglia dell’Antico Caffè Greco per cercarvi il suo sosia. Precedentemente lo scrittore francese a Terni era stato scambiato per il pittore Stefano Forby e per tale motivo era stato trattato con grandissima cortesia. Stendhal aveva cercato di chiarire l’equivoco ma non vi era riuscito tanto era somigliante al Forby. Giunto a Roma lo scrittore aveva saputo che il suo sosia era un frequentatore della famosa caffetteria e vi si era recato, curioso di incontrarlo. Il vederlo però gli aveva provocato una grande delusione in quanto il pittore era molto brutto.
Tra i noti personaggi che furono clienti del locale, ci fu Giacomo Casanova: giovane abate al servizio del cardinale Acquaviva, trovandosi a passeggiare per la Strada Condotta, come si chiamava precedentemente via dei Condotti, dove fu chiamato dal cardinale Gama che, seduto ad un tavolo del caffè con altri abati, lo invitò a fare loro compagnia. Sembra che si intrattennero scambiandosi storie e racconti lontani dall’austerità consona al loro abito.




lunedì 21 maggio 2012

Tutti contro il Colosseo




Ai nostri giorni il Colosseo é senza dubbio l’emblema di Roma. Nel corso della storia però ha dovuto sopportare più persecuzioni di quelle che ha realmente ospitato. Nel XVI secolo per esempio gli arconi inferiori costituivano il rifugio di banditi e meretrici. Clemente X per scacciarli ebbe un’ineffabile idea: fece chiudere quegli archi con i relativi corridoi, trasformandoli in depositi di letame che hanno funzionato fino al 1811.
Neanche la natura ha risparmiato il Colosseo e ben tre terremoti l’hanno ridotto all’attuale consistenza. I travertini caduti, invece di essere restaurati, furono usati per altre architetture romane: Palazzo Venezia, la Cancelleria, il porto di Ripetta e le sottostrutture di Ponte Sisto. Costruzioni che, a ragione, furono definite “figlie del Colosseo”.
Assai più devastanti dei terremoti però rischiarono di essere due illuminanti proposte provenienti dalle alte sfere pontificie. L’anfiteatro corse un grave pericolo quando Sisto V decise di costruire una strada che collegasse il Vaticano al Laterano. Gli architetti obiettarono che il percorso avrebbe incontrato il Colosseo e lui ordinò senza esitazioni di “tagliarlo” perché la via da lui ideata sarebbe stata molto più utile. Poi, per una questione economica, dovette rinunciare alla sua brillante trovata. Una volta tanto anche una crisi economica é stata un evento provvidenziale.
Non era ancora abbastanza. Una citazione per l’idea migliore spetta di diritto al cardinal Brunetti che, nel 1832, ebbe la geniale intuizione di trasformare il Colosseo in un cimitero. Secondo lui il terriccio sottostante misto alla calce sarebbe stato perfetto per la decomposizione dei cadaveri. Per fortuna, é proprio il caso di sottolinearlo, morì prima lui ed il progetto sfumò.

domenica 20 maggio 2012

L'omicidio di Massimo D'Antona




Il 20 maggio 1999 a Roma un commando delle Nuove Brigate Rosse di Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce uccide Massimo D'Antona, 51 anni, docente di diritto del lavoro all'Università "La Sapienza" di Roma e consigliere del ministro del lavoro Antonio Bassolino.
Lascia la moglie Olga e la figlia Valentina.
Erano da poco passate le 8.00 di mattina, del 20 maggio 1999 quando, il professor Massimo D'Antona, consulente del Ministero del Lavoro, si apprestava ad uscire dalla sua abitazione di via Salaria, angolo via Po, a Roma, per recarsi al lavoro nel suo studio, situato a poca distanza dal suo appartamento.  Superato l'incrocio con via Adda, all'altezza di un cartellone pubblicitario che lo nasconde dalla vista dalla strada, intorno alle ore 8.13, il professore, viene bloccato dal commando di brigatisti formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce che sono già dalle cinque e mezzo, nascosti all'interno del furgone parcheggiato al lato della via. Un testimone oculare del delitto racconta di vedere un uomo e una donna che stavano fermi come se aspettavano qualcuno. Dopo qualche istante sente dei colpi sordi. Si gira a guardare e vede una "pistola lunga" e poi l'uomo che continuava a sparare mentre l'altro uomo era già a terra".






Secondo la deposizione processuale della pentita Cinzia Banelli, l'uomo che continuava a sparare era Mario Galesi che, armato di una pistola semiautomatica calibro 9x19 senza silenziatore, faceva fuoco su D'Antona, svuotando tutti i 9 colpi del caricatore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore.
Conclusa l'azione i due si allontanano dal luogo del delitto: l'uomo verso via Basento dove sale in sella a un motorino "50", mentre la donna cammina ancora lungo via Salaria, incrociando un secondo testimone oculare che la descriva con: "i capelli corti e lisci, castano scuri, attaccati al volto e pettinati con la riga in mezzo, occhi grandi, piuttosto scuri e faccia grassottella.
E' un assassinio che colpisce un uomo, uno studioso raffinato, il sindacato, uno stile di relazioni fra intellettuali e governo, un progetto di modernizzazione dello Stato e del welfare.
Il 20 maggio è l'anniversario dello Statuto dei lavoratori (1970), una conquista di civiltà che segnò profondamente l'assetto dei rapporti sindacali e politici del nostro paese.
Il suo più recente impegno è stato per il Patto sociale e il Piano dell'occupazione, dove pure è riuscito ad introdurre la cultura nuova dell'unità delle regole fra "privato" e "pubblico", con il Ministero del lavoro ricondotto a quel ruolo di "amministrazione delle politiche del lavoro", da tempo ormai smarrito.
Chi ha conosciuto Massimo D'Antona ha avuto la precisa idea che lui fosse maturo per assumere, in un tempo non lungo, probabili responsabilità di governo. In questo senso, rappresentava la "classe politica di nuova generazione", per cui il suo assassinio è anche un messaggio di intimidazione verso quanti cercano di cambiare i codici tradizionali della politica, che è fatta - per gli autentici servitori dello Stato - di lavoro e sacrificio quotidiano, spesso oscuro, sempre disinteressato.



venerdì 18 maggio 2012

Marisa Merlini




Il suo era un volto storico, e tra i più celebri, dello spettacolo italiano. Marisa Merlini è stata una delle attrici simbolo del nostro Novecento, particolarmente votata alla commedia, ma capace di interpretare qualsiasi ruolo. E che, pur prediligendo il cinema, non ha trascurato né il teatro né la televisione.
Nata nella capitale nel 1923, già da ragazzina mostra una spiccata tendenza alla ribalta: è giovane, formosa, esuberante, ha un sorriso aperto. E così, a soli diciotto anni, esordisce nella rivista, come una delle tante belle ragazze dell'epoca. Il debutto è al Teatro Valle di Roma, nello show Primavera di donne, in un ruolo di contorno alla star Wanda Osiris. Lo spettacolo va in giro per l'Italia, è un trionfo. Anche Totò nota Marisa, che nel frattempo viene scelta come modella e testimonial per la Signorina Grandi Firme, emblema di un settimanale di successo.



"IL Vigile" con Alberto Sordi



Ma il suo destino è quello approdare sul grande schermo. E infatti, appena due anni dopo, Marisa passa al cinema, che da allora in poi le affida soprattutto ruoli da caratterista, da spalla, facendo leva sul suo aspetto simpatico e sulla sua naturalezza. Il debutto avviene in Stasera niente di nuovo (1942), diretta da Maurizio Mattioli. Un'esperienza davanti alla macchina da presa che per lei è solo la prima di una lunga serie: fra i tanti, vale la pena di citare L'imperatore di Capri (1949) di Luigi Comencini, accanto a Totò, con cui gira in tutto sette film; Signori in carrozza (1951) di Luigi Zampa; Gli eroi della domenica (1953) di Mario Camerini; Porta un bacione a Firenze (1955) di Camillo Mastrocinque; Il Bigamo (1955) di Luciano Emmer.
Ma forse, almeno nel corso degli anni Cinquanta, i suoi due ruoli migliori sono quelli in Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini, in cui è la levatrice che vuole conquistare il maresciallo Vittorio De Sica; e in Tempo di villeggiatura (1956) di Antonio Racioppi, che le vale la conquista del Nastro d'argento.



Pane Amore e Fantasia con Vittorio De Sica



Gli anni passano, ma il suo attivismo non si ferma. Gli anni Sessanta, per lei, si aprono col Il Vigile di Luigi Zampa, accanto ad Alberto Sordi; e si concludono con Lisa dagli occhi blu di Bruno Corbucci (1969); nel mezzo tanti altri film, tra cui Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica, e Io, io, io e gli altri (1966) di Alessandro Blasetti.
Negli anni Settanta la sua presenza su grande schermo è meno incisiva.
Negli ultimi anni il volto di Marisa è apparso tante volte sulle nostre tv, in fiction di vario tipo. Mentre al cinema il suo ultimo ruolo risale a Seconda notte di nozze di Pupi Avati.
Muore il 27 luglio 2008 nella sua cara città natale a 85 anni.

mercoledì 16 maggio 2012

Le Madonnelle di Roma





L’origine della devozione religiosa nelle strade risale al culto pagano dei Lari nella Roma antica.
Il Cristianesimo, che ebbe tra le sue caratteristiche quella di assorbire aspetti esteriori di altri culti rinnovandoli con un diverso significato interiore, ha fatto propria anche questa consuetudine: così le divinità delle strade furono sostituite, nel tempo, dalle immagini della Madonna. Le prime chiese di Roma dedicate al culto di Maria furono la chiesa di Santa Maria in Trastevere eretta nel 340 e la basilica di Santa Maria Maggiore nel 358. Si diffuse anche l’uso di porre immagini sacre dappertutto, sulle mura e sulle porte della città e sulle facciate delle case con la scritta dedicatoria “Posuerunt me custodem”, con l’evidente intenzione di porre la città sotto la protezione della Madonna.  Le immagini inizialmente erano semplici e rozze, dipinte a fresco o a secco direttamente sul muro o su tavole riparate da una piccola tettoia. In alcuni casi, hanno  dato luogo a vere e proprie opere d'arte. Inoltre, queste, rischiaravano con i loro lumi votivi la notte del viandante che si avventurava in una Roma completamente buia. 





Dall’Oriente arrivarono a Roma anche molte icone di Maria, tipiche dell’arte bizantina, ed alcune di esse sono sopravvissute fino ai nostri giorni. 
Molte di queste immagini stradali diventarono, fin dal Quattrocento e dal Cinquecento, oggetto di particolare venerazione perché ritenute miracolose: la Madonna dell’Orto che compie guarigioni, la Madonna della Consolazione che libera un innocente dalla forca, la Madonna dei Miracoli che salva un bambino scivolato nel fiume, la Madonna della Pace che fa abbracciare due rissosi, la Madonna della Purità, la Madonna del Buon Consiglio, la Madonna della Misericordia, la Madonna del Pozzo ed altre, ognuna col suo attributo riferito ad un evento soprannaturale. Per queste Madonne si edificarono cappelle e chiese ancora oggi esistenti.
Ma è verso la fine del Settecento e più precisamente il 9 di luglio del 1796 che si verificò a Roma una sequenza di fatti prodigiosi che si protrassero per tutto un anno. Esposte alla devozione dei fedeli nelle pubbliche vie, molte icone avrebbero mosso gli occhi e lacrimato, accompagnando questo prodigio con guarigioni straordinarie per cui il fervore religioso si accese notevolmente e si organizzarono processioni seguite da atti di penitenza.





Per verificare l’autenticità dei prodigi si istruirono dei processi da parte dell’autorità ecclesiastica, al termine dei quali 26 immagini mariane vennero riconosciute ufficialmente miracolose. 
E le Madonnelle si moltiplicarono nella città e divennero luoghi di riferimento e di aggregazione sociale.





lunedì 14 maggio 2012

Mario Carotenuto





Mario Carotenuto, nato a Roma il 29 giugno 1915, è un attore comico fra i più amati dal pubblico italiano.
Nasce in una famiglia di artisti, il padre Nello è già un affermato attore di teatro e del cinema muto, mentre il fratello, Memmo, sarà anch’egli protagonista di numerosissime commedie. Dopo un’adolescenza turbolenta, che lo porta anche in riformatorio, si ritrova nella Roma del Dopoguerra, decidendo di sbarcare il lunario grazie alle doti comiche e artistiche maturate dalla lunga frequentazione dei palcoscenici (grazie al padre aveva esordito in teatro a soli otto anni).
Mentre si dedica al teatro di rivista, che dopo la guerra è in pieno boom, esordisce anche come attore alla radio e al cinema. Il suo primo ruolo, con Renato Rascel e Paolo Stoppa, è appunto “Maracatumba… ma non è una rumba” (1949) un film tratto da un varietà teatrale di grande successo. Negli anni Cinquanta si ritrova, insieme a Memmo a lavorare al fianco dei più grandi comici dell’epoca come il grande Totò, Alberto Sordi o WalterChiari.
Gli anni Sessanta sono una consacrazione per Carotenuto che si dedica a decine di pellicole comiche come caratterista, si tratta spesso di film leggeri, farse, parodie o musicarelli.
Gli anni Settanta sono un periodo di decadenza per la commedia all’italiana, le farse diventano sempre più scollacciate e dimenticabili, ma Carotenuto è intanto arrivato alla piena maturità tecnica e ritrova verve in film come “Girolimoni il mostro di Roma” (1972) di Damiano Damiani o nell’humor nero di “Lo scopone scientifico” (1972) ancora di Dino Risi. Fra tutti bisogna ricordare “Febbre da cavallo” (1976) di Steno, commedia ambientata nel mondo delle scommesse ippiche, con un cast che include Proietti,  Montesano e Catherine Spaak.
Gli anni Ottanta, a parte qualcuna delle solite farse, segnano il definitivo ritiro dalle scene per Carotenuto. 
Si spegne qualche tempo dopo, il 14 aprile 1995.






sabato 12 maggio 2012

Giorgiana Masi







Il 12 maggio 1977, nell'anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali decidono di tenere un sit-in in piazza Navona, nonostante l'assoluto divieto di manifestare in vigore a Roma dopo la morte, il 21 aprile, dell'agente Passamonti nel corso di scontri di piazza. Il movimento e i gruppi della nuova sinistra aderiscono all'iniziativa, per protestare contro il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo, favorito dall'appoggio esterno del PCI al cosiddetto "governo delle astensioni", il monocolore democristiano guidato da Andreotti. Per far rispettare, a qualsiasi costo, il divieto, il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga schiera migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, affiancati da agenti in borghese delle squadre speciali, in alcuni casi travestiti da "autonomi". Fin dal primo pomeriggio la tensione è molto alta. A quanti difendono il diritto di manifestare con brevi cortei e fortunose barricate, le forze di polizia rispondono sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Anche numerosi fotografi, giornalisti, passanti e il deputato Mimmo Pinto sono picchiati e maltrattati. Con il passare delle ore la resistenza della piazza si fa più decisa, e vengono lanciate le prime molotov. Mentre nelle strade sono in corso gli scontri, i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, fra gli insulti di quasi tutte le forze politiche. Mancano pochi minuti alle 20 quando, durante una carica, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri. Elena Ascione rimane ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del liceo Pasteur, viene centrata alla schiena. Muore durante il trasporto in ospedale.



Agenti sparano ai manifestanti 



Poliziotti in borghese si fingono manifestanti
per poi sparare




Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell'Interno, porteranno il governo a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Cossiga, dopo aver elogiato il 13 maggio in Parlamento "il grande senso di prudenza e moderazione" delle forze dell'ordine, modificherà più volte la propria versione dei fatti. Costretto dall'evidenza ad ammettere la presenza delle squadre speciali - tra gli uomini in borghese armati furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l'agente della squadra mobile Giovanni Santone - continuerà però a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da vari testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati. L'inchiesta per l'omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D'Angelo "per essere rimasti ignoti i responsabili del reato".







Lapide in onore di Giorgiana su ponte Garibaldi


mercoledì 9 maggio 2012

Bocca della Verità



Per risanare l’area del foro dai rifiuti e dalle acque stagnanti il re di Roma Tarquinio il Superbo decise di realizzare la Cloaca Maxima, che ha funzionato ininterrottamente dall’epoca della sua costruzione fino ai giorni nostri.
L'acqua piovana, nonchè gli scarichi dalle terme e dei bagni pubblici e privati, scorrevano dentro il canale principale della Cloaca Massima. Le strade di Roma erano costruite nella forma di "schiena d'asino", per cui, grazie al centro rialzato rispetto ai lati, l'acqua piovana scorreva ai lati della strada precipitando nei tombini e da lì nei canali sotterranei. Questo geniale sistema per la pulizia delle strade funziona fino ai giorni nostri, ma non in Italia, bensì a Parigi, dove gli spazzini non devono raccogliere polvere, foglie e antro, ma solo spazzarlo verso i lati della strada, dove l'acqua porta via tutto.
In seguito alla massiccia edificazione si dovette procedere alla copertura del condotto, con una serie di tombini posti a pochi metri l’uno dall’altro, grandi, in marmo e ornati a bassorilievi, come si addiceva al luogo più prestigioso della civiltà romana, i fori imperiali. Uno di quei tombini è diventato molto famoso in tutto il mondo,  si conserva nell’atrio di S. Maria in Cosmedin ed è conosciuto coma La Bocca della Verità.
Questa  possiede diverse leggende. Le guide medievali ne parlavano come di un oracolo potente e magico, spesso come personificazione del diavolo; si parlò addirittura di Virgilio come costruttore della scultura, la quale doveva essere utilizzata per scoprire la fedeltà delle mogli. Ne derivò la leggenda della mano incastrata della moglie fedifraga nella bocca punitrice, giunta fino ai giorni nostri e riprodotta anche in alcuni film, tra cui il celeberrimo Vacanze Romane.




      http://www.youtube.com/watch?v=e35KMqE1N7k







domenica 6 maggio 2012

Il Ghetto





Anche se è a Venezia che spetta il poco onorevole vanto di aver creato nel 1516 il primo ghetto (la parola, infatti sembra che derivi da una fonderia, in veneto “gèto”, vicino alla quale esso sorgeva), Roma, comunque, arrivò seconda: fu infatti nel 1555 che papa Paolo IV costrinse, con bolla paolina, gli ebrei romani alla residenza obbligata (obbligo che durò per circa tre secoli) in un perimetro della città che coincideva quasi esattamente con quella in cui negli ultimi secoli si erano venuti spontaneamente accentrando, ossia di fronte all'isola Tiberina, delimitato da un muro di cinta la cui realizzazione fu affidata all'architetto Silvestro Peruzzi e  il cui costo fu addebitato alla stessa comunità israelitica.


Il Ghetto in un quadro di E.R. Franz



Fu verso il Duecento che lo spostamento al di qua del Tevere andò prendendo sempre maggior consistenza e la zona prescelta fu una che costeggiava il fiume da Ponte Elio o Sant'Angelo, passando per Ponte Fabricio, per arrivare a Ponte Rotto, si addentrava sino ai pressi del Teatro di Marcello ed era detta "Contrada Judeorum". Al tempo del censimento del 1527, qui vivevano, mescolati ai cristiani, ben 1.511 dei 1.750 ebrei presenti a Roma, una città che allora contava in tutto 55.035 anime.
Nel suo lato più lungo, parallelo al fiume, il ghetto era attraversato da tre strade: nella parte alta, dalla piazzetta Giudea, dove si trovavano i negozi più importanti, partiva la via Rua, la principale del ghetto. Al centro, da piazza delle 5 Scole, a ridosso del vicolo Cenci, si staccava un groviglio di viuzze che toccavano la piazzetta dei Macelli (dove veniva mattato ritualmente il bestiame) e quella delle Tre Cannelle, con una fontanella al centro, per disperdersi poi fra via delle Azzimelle, con i suoi forni per il pane azzimo, e i vicoli della Torre, di Savelli, dei Quattro capi; in basso, infine, lungo il Tevere, si stendeva la via Fiumara regione nel rione Sant' Angelo.


Via Rua la strada principale dell'epoca


Nella Roma dell'epoca, ebrei erano rimasti i soli, o quasi, in città a dover ancora attingere l'acqua da bere dal Tevere. Così, nel 1614, Paolo V diede ordine che una derivazione dell'acquedotto che da lui aveva preso nome fosse portata nel ghetto e che lì fosse eretta una fontana in travertino ornata dai due draghi del suo stemma.
Nell'insieme la cinta racchiudeva una superficie di poco più di tre ettari. Quando, alle soglie del ‘700, la popolazione ebraica giunse a raddoppiare il proprio numero, la concentrazione umana raggiunse e superò il livello di guardia. Non restò altro da fare che rubare spazio alle vie, per lavorarvi e svolgere i piccoli commerci, aggiungere altri piani alle case e collegarle con ballatoi e passaggi sopraelevati, attaccar loro ogni sorta di costruzioni. 
Tutto ciò rese sempre più difficile l'accesso del sole dell'aria e dell'acqua piovana, con conseguenze facilmente intuibili sul piano dell'igiene e della salute.
Finalmente, nel 1848 Pio IX fece calare sui portoni del ghetto quei colpi demolitori di piccone, che la popolazione ebraica da tanto tempo aspettava di sentire.
Nel 1888, con l'attuazione del nuovo piano regolatore della capitale, buona parte delle antiche stradine e dei vecchi edifici del ghetto, malsani e privi di servizi igienici, furono demoliti creando così tre nuove strade: via del Portico d'Ottavia (che prendeva il posto della vecchia via della Pescheria), via Catalana e via del Tempio. Sono scomparsi in questo modo interi piccoli isolati e strade che costituivano il vecchio tessuto urbano del rione, sostituiti da ampi spazi e quattro nuovi isolati più ordinati ma anche meno caratteristici.






All'alba di sabato 16 ottobre 1943, un centinaio di soldati tedeschi, dopo aver circondato il quartiere, catturarono 1022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Il convoglio, partito il 18 ottobre, giunse al campo di concentramento di Auschwitz il 22 ottobre. Soltanto 17 deportati riusciranno a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino.
Il 9 ottobre 1982, un commando di terroristi palestinesi assalì i fedeli che uscivano dalla Sinagoga. Raffiche di mitra ed il lancio di una granata causarono la morte del piccolo Stefano Taché di due anni ed il ferimento di 35 persone.
Il 13 aprile 1986, Giovanni Paolo II si recò in visita al Tempio Maggiore, accolto dal presidente della Comunità ebraica di Roma Giacomo Saban e dal rabbino capo Elio Toaff. Nel suo discorso definì gli ebrei "... i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.



mercoledì 2 maggio 2012

Mario Riva




Il primo settembre del 1960, in un banale incidente a Verona, moriva a 47 anni, Mario Riva.
Impegnato proprio in un'edizione speciale del suo programma Il Musichiere all'Arena di Verona rimase vittima di quello che sembrò un banale incidente (una caduta nella buca del palcoscenico) si rivelò invece fatale, mettendo fine ad una storia professionale fatta soprattutto di una lunghissima gavetta e di un successo tardivo, ma memorabile. 
Il suo 'Il Musichiere' è stato infatti per anni l"avvenimento' senza rivali del sabato sera sul piccolo schermo e non solo. Un programma - compresa la sigla di chiusura 'Domenica è sempre domenica' (di Gorni Kramer, Garinei e Giovannini ) ritagliato su misura per l'aria scanzonata e la bonomia del conduttore, capace di ospitare con grande empatia ospiti nazionali e internazionali di altissimo livello: da Totò a Gary Cooper, tra gli altri. Il duetto canoro tra Coppi e Bartali, acerrimi nemici sulle due ruote, ma amici nella vita, divenne - anche grazie all'abilità di Riva - un classico della televisione italiana.  La prima trasmissione andò in onda nel dicembre 1957 per chiudersi, 90 puntate dopo, nel 1960 con la morte del conduttore. Il sabato sera, i cinema, al posto del film in cartellone, trasmettevano il programma diffuso dallo storico 'Studio Uno' di via Teulada a Roma. 



Bartali e Coppi ospiti al Musichiere


Nato a Roma nel 1913, vero nome Mariuccio Bonavolontà - aveva alle spalle una robusta carriera di attore comico: giovanissimo negli anni '40 aveva esordito con spettacoli per i soldati italiani; nell'immediato dopoguerra era passato all'avanspettacolo e subito dopo, per tutti gli anni '50, nella rivista e nella commedia musicale.
Nel suo lavoro aveva collaborato con molti, destinati poi a rappresentare la storia dello spettacolo italiano come  Totò, Anna Magnani, Paola Borboni, con la Compagnia di Peppino De Filippo.
Nel 1948, al teatro Colle Oppio di Roma, Riva aveva incontrato Riccardo Billi, altro giovane emergente attore comico, con il quale costituì una delle prime "coppie" comiche dell'epoca dando così il via a un modello che ha avuto grande successo: Totò e Peppino, Tognazzi e Vianello, Franco e Ciccio, Ric e Gian, Cochi e Renato, fino ai nostri giorni Greggio e Iachetti.
Al cinema Riva ebbe al suo attivo oltre 40 film, sia come protagonista sia come 'guest star' assieme a Totò, Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Walter Chiari e Aldo Fabrizi. Tra le pellicole: 'Accadde al commissariato' (1954), 'Accadde al penitenziario' (1955), 'Arrivano i dollari!' (1956), 'Ladro lui, ladra lei' (1957), 'Toto Peppino e le fanatiche' (1958), 'Il Vigile' (1960).



Riva con Aldo Fabrizi in una scena del film
 "Accade al penitenziario" del 1955


Riva - insieme a Buongiorno - ebbe la capacità di comprendere subito l'enorme potenziale di comunicazione della televisione: per questo fece perno su una conduzione popolare con l'uso ravvicinato della telecamera per dialogare direttamente con il telespettatore.  E fu ripagato dal pubblico che lo sentiva vicino e amico: basti pensare che ai suoi funerali parteciparono 250.000 persone.




martedì 1 maggio 2012

1° Maggio...storia e significato di una ricorrenza





Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese : "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi". 
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. 






Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento. Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi. In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva.  Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo. 





Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".
Inizia così la tradizione del 1 maggio dove diverse categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. 
Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio. All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo anche se smarriti e senza un'organizzazione. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.


Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano a Roma a piazza San Giovanni per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio.



VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"