mercoledì 29 febbraio 2012

29 febbraio...anno bisestile





Nel 46 aC Giulio Cesare decise di riformare il vecchio Calendario Numano (da re Numa), che si basava sull’anno lunare e aveva solo 344 giorni.

Grazie alla consulenza dell’astrologo Sosigene, nacque il Calendario Giuliano (da Giulio Cesare) basato sull’anno solare con una media di giorni 365 più 1/4; ma poiché per gli usi civili serviva un anno con un numero intero di giorni, Cesare decretò di eliminare quella frazione (il 1/4) e di recuperarla come giornata intera ogni 4 anni inserendo la ripetizione del sesto giorno prima delle calende di marzo: Bis sextus dies ante calendas martias.
Quel bis sextus quindi divenne il nostro bisesto.
Travagliati calcoli stabilirono che gli anni bisestili fossero scelti fra quelli divisibili per 100 e il giorno in più si decise di aggiungerlo a febbraio, che allora aveva normalmente 29 giorni e così ogni 4 anni arrivava a 30 (gli altri mesi erano o di 30 o di 31 giorni, come ora).


Augusto Imperatore


Però, quando Augusto divenne imperatore, visto che il Giulio Cesare si era autodedicato un mese di ben 31 giorni (luglio/Julius), per non essere da meno decise di accaparrarsi agosto (Augustus).
Ma dato che agosto aveva solo 30 giorni, in nome della par condicio gliene aggiunse uno, togliendolo a febbraio che rimase solo con 28 giorni (come è ora) o 29 quando era bisesto.
Col passare dei secoli, questo calendario civile dimostrò di non andare d’accordo col calendario solare perché Madre Natura, infischiandosene dei Potenti terrestri, continuava imperterrita a regolare a modo suo stagioni, albe, tramonti e il tempo in genere tanto che nel 1582 furono ben 10 i giorni in più che differenziavano i due calendari.


Papa Gregorio XIII



Fu così che Papa Gregorio XIII volle una nuova riforma: nel suo Calendario Gregoriano soppresse di botto i 10 giorni in eccesso facendo seguire al 4 ottobre di quell’anno (era un giovedì) subito il 15 ottobre (venerdì), non alterando così i giorni della settimana, ma permettendo in tal modo di riportare la data dell’equinozio di primavera al 21 marzo, ristabilendo quindi il ciclo delle stagioni in modo concorde sia nel calendario civile che in quello solare.
E perché in futuro non si verificassero nuovi disaccordi di date, stabilì di considerare bisestili solo gli anni divisibili per 400.
Secondo alcuni, la malafama del bisesto deriverebbe dal fatto che febbraio era dagli antichi romani vissuto come un mese molto poco allegro: era il Mensis Feralis, il mese dei morti, quasi completamente dedicato a riti per i defunti e a cerimonie di costrizione e purificazione poiché, secondo il calendario arcaico attribuito a Romolo, si trattava dell’ultimo mese prima del nuovo anno, che nasceva a marzo.


Statua di M. Savonarola a Padova


Michele Savonarola, nonno del più noto Gerolamo, affermò che i bisesti erano nefasti per greggi e vegetazioni; che portavano impennate di epidemie malariche e che erano controindicati per tutto ciò che riguardava l’acqua: quindi niente bagni e cure termali, ma soprattutto attenzione a funestanti diluvi e alluvioni.
In realtà l’anno bisestile è considerato funesto solo perché, sin dai primordi delle civiltà, tutte le cose anomale rispetto alla norma (come eclissi, comete, capelli rossi, albini, pecore nere ecc), venivano considerate di cattivo auspicio.
Quindi anche un anno diverso dagli altri era strano, “mostruoso“ e perciò – scatenando le paure irrazionali ed ataviche dette superstizioni- giudicato sicuramente foriero di avvenimenti imprevisti e particolari.

sabato 25 febbraio 2012

Aldo Moro




Il 16 marzo 1978, il presidente dell'allora Democrazia Cristiana italiana, On. Aldo Moro, venne sequestrato a Roma a Monte Mario in via Fani dalle Brigate Rosse e gli uomini della sua scorta vennero assassinati. Viene rapito mentre si stava recando in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del nuovo governo Andreotti costituito con l'appoggio e l'ingresso del PCI nella maggioranza programmatica e parlamentare, da Moro ampiamente favorito. 
 
 
 
Per tutta la durata di quel sequestro (55 giorni) i media e l'opinione pubblica italiana, europea e mondiale seguirono col fiato sospeso quel tragico fatto. Con vari ultimatum, pena la vita dello statista, le BR chiedono un riconoscimento politico del loro movimento e la liberazione dei brigatisti sotto processo a Torino. PCI-DC sono per la "fermezza", "rifiutare ogni compromesso", il PSI è invece per la trattativa. 
 
 
 
 
Passano 53 giorni di lacerazioni politiche, Vennero mobilitati politici di ogni Paese, lo stesso Papa Paolo VI, addirittura Cosa Nostra: invano. Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, lo statista venne ucciso dalle Br. Il suo corpo sarà trovato nel bagagliaio di una Renault R 4 rossa, posta emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure. 
 
 
 
 
Ai funerali sono presenti tutti i partiti, ma è assente la famiglia, che polemizza (e polimezzerà sempre) "la fermezza"; di aver escluso degli spiragli per trattare la vita del loro congiunto e di avere abbandonato al suo destino e con cinismo, lo statista.

martedì 21 febbraio 2012

Agostino Di Bartolomei



La mattina del 30 maggio 1994 sul balcone della propria villa di San Marco di Castellabate (Sa) si uccideva con un colpo di pistola al cuore Agostino di Bartolomei, ex centrocampista di Roma e Milan. Se ne andava a dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa dai giallorossi contro il Liverpool ai calci di rigore. Aveva soltanto 39 anni. Il giorno del funerale, sul feretro c’era spiegata la sua fascia di capitano e le sciarpe di Roma e Salernitana. I tifosi gli dedicarono uno striscione: Niente parole... solo un posto in fondo al cuore. Ciao Ago!. Di Bartolomei, il “campione troppo solo”, come lo definiva Tosatti in un articolo del Corriere della Sera. “Diba” per i tifosi della Roma o “Ninnaò” per chi gli rimproverava certe “dormite” a centrocampo o ancora “Caligola” per la sua grinta. Eccellente di tecnica e robusto di fisico, le sue punizioni e i suoi rigori avevano un’alta probabilità di colpire nel segno. La velocità non era il suo forte, ma compensava questo suo “difetto” con il senso della posizione in campo.



Nasce l’8 aprile 1955 nel quartiere romano del Tormarancia e cresce nella scuola calcistica del padre, calciatore come lui, dimostrando fin da subito di poter diventare qualcuno. Appena diciassettenne esordisce in serie A indossando i colori giallorossi. Dal ’72 all’84 conta 11 stagioni con la Roma, 237 presenze e 50 gol segnati. E’ in questa squadra che il capitano, il numero 10, darà il meglio di se stesso. Viene dato in prestito solo un anno, nella stagione 75/76, al Vicenza per maturare. Il campionato 77/78 è il più produttivo: realizzerà 10 reti. Nella stagione 82/83 è uno degli artefici del secondo storico scudetto della Roma.





 L’anno seguente il capitano guida i giallorossi nell’avventura della Coppa Campioni. Il cammino è esaltante e la finale è in programma proprio a Roma il 30 maggio. Contro il Liverpool i tempi supplementari finiscono 1-1 e si va ai rigori. Agostino segna il primo della serie, ma gli errori di Bruno Conti e Francesco Graziani consegnano la coppa agli inglesi. È la fine di un sogno. Si parlerà a lungo di una lite violenta a fine gara con l’altro leader della squadra, il “divino” Paulo Roberto Falcao, che, stranamente, non era rientrato nella cinquina dei rigoristi. Meno di un mese dopo, Di Bartolomei alza al cielo la Coppa Italia, l’ultimo trofeo vinto con la Roma. Ancora qualche giorno e segue il suo maestro Liedholm al Milan.




Alla Roma è in arrivo il calcio tutta corsa di Sven Goran Eriksson e per Agostino non c’è più spazio. Fu mandato poi al Cesena, per concludere poi la sua carriera calcistica nel 1990 nella Salernitana, contribuendo alla promozione in serie B dopo 24 anni di assenza. Malgrado il suo rancore nei confronti della vecchia dirigenza della Roma, attese a lungo che la società lo cercasse per avere un incarico ufficiale nella squadra, come allenatore o dirigente, ma la chiamata non arrivò mai nonostante gli fossero state fatte delle promesse. Diventò poi opinionista per la RAI durante i mondiali di calcio ‘90. Era appassionato di pittura, musica, leggeva molto, collezionava quadri, adorava la natura e gli animali e aveva mille altri interessi. Di Bartolomei ha cercato di fare anche l’assicuratore, ma il desiderio di lavorare nell’ambiente calcistico era troppo forte. Quando morì, fu trovato un biglietto. Il suo “sentirsi chiuso in un buco, come lui affermava, lo stava annientando, la crisi economica, il rifiuto di un prestito e il sentirsi abbandonato dagli ex-compagni, lui, che credeva molto nell’amicizia, sono i motivi alla base del gesto. Ha imparato a proprie spese cosa significa soffrire di nascosto terribili umiliazioni. Nei suoi confronti le società sportive non hanno mai versato contributi previdenziali. Succede spesso a chi fa questo mestiere. Al tempo di Agostino, non c’erano nemmeno gli ingaggi miliardari di adesso. Il Comune di Roma gli ha dedicato una strada proprio nel suo quartiere, e a San Marco di Castellabate era già stata fondata a suo nome una scuola per giovani calciatori. Marisa, moglie inseparabile, ha portato avanti con coraggio le sue attività. Agostino rimane per sempre nel cuore dei tifosi romanisti. Anche nell’ultima giornata del campionato 2006-07 la Curva Sud ha dedicato un coro al suo campione: “Oh, Agostino, Ago Ago Ago Agostino gol”…





venerdì 17 febbraio 2012

Giordano Bruno

Filippo Bruno


Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno moriva bruciato vivo sul patibolo dell’inquisizione romana a Campo de' Fiori a Roma proprio dove nel 1889 venne edificato il monumento in suo onore ad opera dello scultore Ettore Ferrari.


Monumento di Giordano Bruno in Campo de' Fiori


Domenicano, sedotto dalla Riforma senza aderirvi, Bruno non era né la prima né l’ultima vittima di quest’istituzione il cui scopo era quello di estirpare l’eresia, anche con i mezzi più terribili. Ma, agli occhi della storia, Bruno fu molto più di uno semplice eretico. Per la prima volta la chiesa cattolica romana eliminava fisicamente il partigiano di una teoria scientifica allora nuova in Europa: l’ eliocentrismo del sistema copernicano. Ciò che più conta, Bruno aveva pronunciato questa teoria corredandola con un’intuizione che doveva rovesciare la nostra visione del mondo: quella di un Universo infinito. Spingendo, attraverso scritti filosofici non sistematici, fino alle sue conseguenze estreme la sua adesione al sistema di Copernico, Bruno costruì così un cosmologia dove l’uomo, in comunione con un dio immanente alla natura, è, forse, il vero centro divino. E per questo perse la vita.
Filippo Bruno, divenuto poi padre Giordano, nacque nel gennaio del 1598 a Nola, cittadina del Regno di Napoli.



lunedì 13 febbraio 2012

La Candelora




Tra le feste romane, la Candelora è la più antica. Nasce come festa pagana, quando a Roma tra il 15 e il 18 febbraio si celebrava il fauno Luperco: i riti in suo onore erano detti Lupercali. Culmine della festa era la 'februatio', la purificazione della città dagli influssi dei demoni: le donne giravano per la città con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce e benevolenza divina. Quando a Roma si diffuse il cristianesimo, si continuarono a celebrare i Lupercali perché molti ritenevano che fame, pestilenze e saccheggi dei barbari potevano derivare dalla soppressione dei sacrifici in onore del dio. Fu allora che papa Gelasio I, sullo scorcio del V secolo, convinse il Senato che le disgrazie di Roma erano invece conseguenza del malcostume, della superstizione e dei residui di paganesimo. I Lupercali furono così aboliti, ma si avvertì l'esigenza di rimpiazzare la festa pagana con una nuova festa cristiana (come del resto accadde per la maggior parte degli antichi riti). Fu dunque introdotta la festa della Purificazione della Madonna che cadeva il due febbraio, quaranta giorni dopo il Natale (per la legge ebraica, le donne erano considerate impure per i quaranta giorni successivi al parto). Fu detta la festa 'delle candele', e a Roma si chiamò Candelora. Il rituale consisteva in una processione attraverso il Foro fino a Santa Maria Maggiore, con la benedizione dei ceri, simbolo del battesimo che purifica dal peccato originale. Nei secoli, poi, ad occuparsi della Candelora è sempre stata la confraternita della chiesa di Santa Maria dell'Orto, in Trastevere.


S.Maria dell'Orto in Trastevere


Oltre ai ceri, la chiesa provvedeva anche alla benedizione delle acque del Tevere. Fin dal XV secolo Santa Maria dell'Orto divenne così la piccola 'capitale' delle altre confraternite e dei sodalizi legati al fiume. La mattina del 2 febbraio tutti si presentavano sulle proprie imbarcazioni per la benedizione solenne e la consegna dei ceri. Gli equipaggi potevano accenderli - come segno di devozione alla Madonna e come richiesta d'aiuto - solo in caso di pericolo, malattia, temporali e tempeste.

sabato 11 febbraio 2012

Er conte Tacchia


Adriano Bennicelli, vissuto tra il 1860 e il 1925, è´ stato un personaggio assai popolare della Roma umbertina, e dato che i conti Bennicelli si erano arricchiti con il commercio del legname, la gente lo soprannominò Tacchia, perché «tacchia» in romanesco significa pezzo di legno, e si dice «Ogni botta ‘na tacchia», nel senso che uno lascia la propria impronta in quello che compie. Sempre elegante, prediligeva il thight, guanti sempre a penzoloni e bombetta; andava in giro per la città con una delle sue carrozzelle tirate da due o quattro cavalli e per chi non gli dava strada erano parolacce e scapaccioni.

Fu in questo senso il principe della “turlupineide”, con liti e denunce, che contribuirono a farlo spesso presente nelle cronache del tempo, simbolo di un’epoca fumantina, tutta esteriore e fatta di battute e snobismo ed entrando in tal modo nelle memoria di coloro che raccolgono leggende e storie amene di Roma. Per esprimersi al meglio aveva bisogno di un palcoscenico all’aperto e di un folto pubblico davanti al quale esibirsi e con il quale s’intratteneva spesso a discutere animatamente.

Il Conte Adriano, quando per strada si sentiva chiamare "Tacchia", s’infuriava e replicava con i termini più espressivi del vocabolario romanesco; poi col tempo, finì per rassegnarsi al soprannome di "Conte Tacchia", dal momento che era diventato una vera celebrità a Roma. Dove c’era lui, a volte la circolazione stradale si bloccava al punto da richiedere l’intervento di un "pizzardone". Alle minacce di pene corporali contro i beffeggiatori, il Conte faceva seguire qualche frase arguta, squillanti risate e rumorose pernacchie. Soprattutto I vetturini, magari perché non gli avevano lasciato la strada libera, erano i suoi bersagli preferiti: una volta il Conte finì in pretura per averne schiaffeggiato uno. Fu condannato a cinquanta lire di ammenda, ma visto il sorriso soddisfatto dell’avversario si affrettò a depositare sul tavolo del magistrato un biglietto da cento lire e sulla faccia del vetturino un altro schiaffo per pareggiare il conto.

La sua vita fu accompagnata da una sfilza di vicende giudiziarie con udienze alle quali accorreva la folla per ridere delle colorite autodifese dell’imputato.

Nel 1910 intraprese la carriera politica con la candidatura a deputato liberale. Molti manifesti apparvero a Roma per annunciare che il 2 luglio, presso una nota osteria del tempo, avrebbe esposto il suo programma elettorale. Fu accolto da pochi fedeli al grido di "evviva il nostro deputato" e raccolse soltanto 83 voti su 2694 votanti. Commentò così la sconfitta: "Ho pagato tanti litri e mi hanno restituito un fiasco solo!". Trascorse gli ultimi anni della vita infermo, finché il 21 dicembre 1925 cessò di vivere, rimpianto dai romani, privati di una simpatica e poliedrica figura aristocratica, tutta franchezza e generosità, in continua scommessa con se stesso, forse in gara con la vita.

Nel 1982 Sergio Corbucci ha girato il film “Il conte Tacchia”, interpretato da Enrico Montesano, liberamente ispirato alle vicende di Adriano Bennicelli.


venerdì 10 febbraio 2012

La Fontana delle Tartarughe



Nel corso dei secoli molti nobili della capitale si distinsero per essere giocatori accaniti. Non fece eccezione il duca Muzio Mattei che, in una notte, riuscì a perdere tutto il suo patrimonio, compreso il palazzo in cui risiedeva.
Il futuro suocero non gradì la notizia e proibì alla figlia di frequentare ancora quel “nobilastro” senza senno.
Il duca, indignato, decise di dimostrare che, perdite o non perdite, lui sarebbe rimasto sempre un gran signore. Così come in una notte aveva perso una fortuna, in una notte avrebbe creato come per incanto qualcosa di meraviglioso. Mai passione per il gioco d'azzardo fu più opportuna. Detto fatto, dalla sera alla mattina fece erigere davanti al suo palazzo la splendida Fontana delle Tartarughe.
Il giorno dopo invitò per la colazione la fidanzata ed il futuro suocero. Li fece entrare da una porta sul retro e li accolse in una sala che dava sulla piazza (oggi piazza Mattei). Prima di sedersi a tavola il duca spalancò la finestra commentando soddisfatto: «Vedete cosa è capace di fare in poche ore uno squattrinato come me!»
Gli ospiti rimasero sbigottiti davanti allo spettacolo della fontana. Il duca provò talmente tanta soddisfazione nel vedere il futuro suocero esterrefatto e senza parole da decidere che nessun altro avrebbe più goduto di quel mirabile panorama. Il pomeriggio stesso fece murare quella finestra. Il padre della fidanzata fu costretto a scusarsi e a concedergli di nuovo sua figlia in moglie. Ancora oggi si può notare, al primo piano del palazzo di fronte alla fontana, la finestra murata.

La finta finestra murata


In realtà la legenda presenta delle incongruenze storiche. La fontana delle Tartarughe fu eseguita da Taddeo Landini nel 1585, mentre palazzo Mattei risale al 1616. E’ più plausibile pensare che la fontana si trovasse originariamente in un giardino di un palazzo principesco ed il duca si limitò soltanto a farla trasferire sotto le sue finestre.
Un’altra curiosità su questa fontana riguarda le tartarughe bronzee: nel progetto originario non erano presenti, furono aggiunte successivamente, nel 1658, probabilmente dal Bernini. La sorte di queste tartarughe è stata sempre avversa: sono state più volte rubate, ma sempre recuperate e rimesse al loro posto. Nel 1981, ancora una volta la fontana è stata privata di una tartaruga, così si decise di sostituirle con delle copie, mentre le tre superstiti originali sono conservate nei Musei Capitolini.






mercoledì 8 febbraio 2012

Claudio Villa il "Reuccio" della canzone italiana



Mi piace ricordare Claudio Villa perchè era un uomo coraggioso, combattivo, fuori dalle righe, un artista che non ha mai accettato di farsi mettere da parte, che ha affrontato la vita, successi e contestazioni, sempre a viso scoperto. Un mattatore, il "reuccio", un animale da palcoscenico che amava il proprio pubblico che non lo abbandonò mai. Claudio Villa amava il confronto anche con i giovani che lo consideravano ormai un cantante "superato", un simbolo negativo. Ma lui è sempre stato giovane dentro. Amava andare in giro su motociclette potenti e a 60 anni sposò una 17enne. 




Per la cronaca il matrimonio viene celebrato da Ugo Vetere, primo sindaco comunista di Roma e fra gli invitati c'era anche Enrico Berlinguer, segretario del PCI mentre Pippo Baudo gli fece da testimone di nozze. Villa fu coerente con la sua idea di musica, nel modo di interpretarla ma era anche pronto a nuove sfide, magari ad affrontare pubblici lontani come ad esempio la Cina, in cui fece la sua prima tournèe nel 1971. 
Vincitore di ben quattro edizioni del Festival di Sanremo - nel 1955 con Buongiorno tristezza, nel 1957 con Corde della mia chitarra, nel 1962 con Addio… addio e nel 1967 con Non pensare a me - il cantante ha dimostrato in oltre quarant'anni di carriera di esser dotato di una personalità graffiante che non mancò di segnalarsi per la coraggiosa difesa della melodia italiana contro le manie esterofile e le importazioni in Italia di scadente musica straniera. 




Tra le sue canzoni più famose, oltre ai suoi successi sanremesi, ricordiamo Granada, Binario, Il torrente, Qui sotto il cielo di Capri, Messico e nuvole. Dalla metà degli anni '50 fino ai primi anni '60 interpretò anche alcuni film, naturalmente di scarso livello, il cui unico scopo era quello di mettere in evidenza le spiccate capacità canore di Villa. Alcuni titoli sono C'è un sentiero nel cielo e Primo applauso del 1957, oppure Fontana di Trevi del 1960.
Claudio Villa morì venticinque anni fa a Padova, in una clinica dove era andato per farsi operare, il 7 febbraio del 1987.
L'annuncio della sua morte venne dato da Pippo Baudo la sera della 37a edizione del Festival di Sanremo. Sulla sua lapide nel cimitero di Rocca di Papa, erano incise a caratteri d'oro le parole da lui volute "Vita sei bella, morte fai schifo". Claudio Villa era nato a Roma, nel cuore di Trastevere il 1° gennaio 1926 in via della Lungara dove oggi c'è una targa commemorativa in suo ricordo.


RAISTORIA - Il "Reuccio" della canzone italiana

domenica 5 febbraio 2012

Palazzo Altieri e la casa della vecchia



A piazza del Gesù, per molti solo un bivio di passaggio per chi sta in auto intorno a piazza Venezia, non possiamo non rimanere impressionati dall'imponenza maestosa della chiesa del Gesù, la chiesa madre dei gesuiti.


La prima piccola leggenda su questo luogo, tramandata a noi da Stendhal, narra che un giorno il Diavolo e il Vento se ne andavano a spasso per Roma. Arrivati in questa piazza, il Diavolo disse:
”Vento, ho da sbrigare una faccenda dentro la chiesa del Gesù, per cui aspettami qui che riesco subito". Il Diavolo entrò dentro la chiesa...ma sembra che per qualche strano sortilegio egli sia rimasto incastrato all'interno, per cui da quel giorno si narra che il Vento sia rimasto qui di fuori ad aspettarlo.
Stendhal voleva probabilmente alludere alle capacità incredibili di conversione dei gesuiti, per cui possiamo supporre che il demonio non riuscisse più ad uscire perchè era stato convertito.
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Siamo nel 1675. Il principe Altieri aveva intenzione di costruire la propria nuova residenza ufficiale, quello che poi diverrà questo elegante palazzo, cioè il simbolo del prestigio e del potere della propria famiglia, forte anche dell'appoggio del papa, Clemente X, che era proprio un Altieri. Il principe affidò il progetto all'illustre e severo architetto Giovanni Antonio De Rossi, stabilendo che proprio piazza del Gesù era il luogo più prestigioso ed adatto fra quelli disponibili ad accogliere la nascita del palazzo. Per mettere in atto il progetto, il principe fa spianare il terreno, acquistando e facendo abbattere tutte le case e le baracche preesistenti e di intralcio alla costruzione. Tutte, eccetto una.
Infatti una vecchia signora, (Assunta o Berta, secondo le varie fonti), vedova di un ciabattino, non ne vuole proprio sapere di vendere la propria baracca ed andarsene. Alla signora era stata offerta una cifra immensamente più grande del valore della propria baracca, ma tutto inutilmente. Per l'anziana signora infatti i soldi ed il potere del principe non avevano alcun valore, in quanto quella misera casa per lei aveva un enorme valore affettivo, e nulla poteva distoglierla dal desiderio di finire dentro di essa i propri giorni come avevano fatto suo marito e i suoi avi. Neppure le minacce la spaventarono.
Il principe, sbigottito, si rivolse al papa, sperando che, essendo parente, avrebbe acconsentito ad un "atto di forza" nei confronti della vecchia. Ma egli, incredibilmente, diede ragione all'anziana signora, e impose all'architetto del palazzo una incredibile soluzione di compromesso: l'illustre palazzo dei principi Altieri sarebbe potuto essere costruito solo "inglobando", ma rispettando, la casina della vecchia!
Osserviamo infatti l'esterno del palazzo: fregi, finestre, tutto tende a seguire una linea simmetrica...Eppure ci sono delle imperfezioni: la maggior parte delle mie fonti cita fra le varie "asimettrie" (presenti in realtà su ogni lato), quella che c'è dietro, in via Stefano del Cacco 9a. Qui troviamo una porta e delle finestrelle a sè stanti (vedi foto), che delimitano un ambiente separato, in evidente contrasto con tutto il resto: ecco a voi il segreto di palazzo Altieri, la casina della vecchia.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"