lunedì 30 gennaio 2012

Ponte Fabricio, il ponte dei Quattro Capi



É ritenuto il ponte più antico di Roma. Conduce all’isola Tiberina ed il suo vero nome é Ponte Fabricio. Nella capitale però é meglio conosciuto come Ponte Quattro Capi. Una denominazione che si é diffusa nei secoli tra il popolino in virtù delle quattro teste (in realtà otto) riunite nelle due erme di pietra sui due lati del ponte.
La leggenda racconta che Papa Sisto V regnò alla soglia pontificia per cinque anni e alla sua elezione aveva promesso la costruzione di cinque strade, cinque fontane e cinque ponti. Uno dei ponti in questione sarebbe proprio questo, anche se già esisteva a quei tempi. Sisto V però lo fece restaurare affidando l’incarico ai quattro migliori architetti di Roma.
Durante i lavori i rapporti tra gli architetti furono tutt’altro che cristallini. Dapprima si generò una grande rivalità, poi antipatia ed infine odio feroce, sfogato con dispetti e sabotaggi.
A lavoro compiuto, Sisto V si congratulò con loro per il risultato e come premio li condannò a morte per il comportamento “poco cristiano” e l’atteggiamento non consono alla loro posizione.
I quattro architetti furono decapitati sul ponte e, a ricordo del fatto, Sisto V fece erigere le due erme quadrifonti con i loro visi.
Ironia della sorte, loro che in vita si erano tanto odiati vennero costretti per l’eternità alla più intima vicinanza.


venerdì 27 gennaio 2012

L'assassinio di Antonio De Falchi

Antonio De Falchi


 Il 4 giugno 1989 Antonio De Falchi, tifoso romanista non ancora diciannovenne, arriva alle 8:30 di mattina alla Stazione Centrale di Milano assieme ad altri tre amici per assistere in trasferta alla partita Milan Roma.
I quattro decidono di raggiungere San Siro per conto proprio, staccandosi dal gruppetto dei quaranta con cui avevano condiviso il viaggio.

Comprato il biglietto si avviano verso il cancello 16, con le sciarpe giallorosse nascoste sotto al giubbotto. 
Sono le 11:35  e la partita sarebbe iniziata alle 16:00. 


Improvvisamente compare una persona. "Avete una sigaretta?" gli chiede. E poi: "sapete che ore sono?". L'accento romano tradisce Antonio e i suoi amici: un cenno e da dietro una struttura di cemento (c'erano i lavori per Italia 90), sbucano una trentina di persone. I quattro scappano. Antonio non ce la fa, inciampa (forse per per uno sgambetto) e cade a terra.
Lo massacrano a calci a pugni.

Dopo una trentina di secondi gli aggressori si mettono in fuga per l'arrivo della polizia.

Antonio prova a rialzarsi, è cianotico e respira a fatica; cade nuovamente a terra. Uno degli agenti cerca di rianimarlo con la respirazione bocca a bocca e con il massaggio cardiaco. Inutile. Viene immediatamente caricato sull'ambulanza ma arriva all'Ospedale San Carlo già morto.

Intanto la polizia ferma, nei pressi del cancello 16 tre persone. Si tratta di Daniele F. (29 anni), uno dei capi del "gruppo brasato" e tesserato con pass del Servizio d'ordine del Milan, di Luca B. (20 anni) e Antonio L. (21 anni).




10.000 persone presenti al funerale di Antonio
Dino Viola accanto alla madre di De Falchi al funerale


Il funerale a spese della AS Roma calcio viene celebrato il 7 giugno 1989 nella Chiesa di San Giovanni Leonardi a Torre Maura davanti a oltre diecimila persone commosse. Sono presenti Dino Viola (che alla fine della cerimonia abbraccia commosso la madre di Antonio), Peruzzi, Nela (che parla commosso con un fratello di Antonio), Giannini e l'intera Squadra dei Giovanissimi della Roma.




Coreografia della curva sud in onore di De Falchi




martedì 24 gennaio 2012

La chiesa delle Zoccolette

Che la fantasia dei romani fosse fervida è un dato assodato, ma l’aneddoto che sto per raccontarvi ha davvero dell’incredibile.
Avreste mai immaginato una chiesa dedicata al mestiere più antico del mondo? No?
Invece esiste. In centro, tra via Arenula e via dei Pettinari c’è un vicoletto dal nome originale, via delle zoccolette. Strano a dirsi il toponimo deriva dal conservatorio della chiesa dei SS. Clemente e Crescentino che Papa Clemente XII istituì «per le povere orfane comunemente denominate zoccolette». 







Zoccolette però non deriva dal noto tipo di calzatura (come i più avranno sicuramente pensato), ma dal parlare popolare romanesco. «Zoccole» infatti sono le meretrici (o donne di malaffare che dir si voglia). I romani chiamando così le orfanelle non intendevano dargli delle puttane in modo dispregiativo, ma, ancor più incredibile, usare un appellativo dolce dipingendo una triste realtà.
Era infatti comune credenza che le orfanelle, una volta dimesse dal conservatorio, non avessero molta scelta: o trovavano un marito, o prendevano servizio presso qualche ricca famiglia o, purtroppo erano costrette a battere il marciapiede per sbarcare il lunario. 


lunedì 23 gennaio 2012

I bignè di San Giuseppe

Il personaggio di S. Giuseppe, è sempre stato molto venerato dal popolo romano. Di questo sono testimonianza le tante chiese costruite a Roma in suo onore, e la grande diffusione del nome Giuseppe o Giuseppina tra la gente. Per questi motivi il 19 Marzo è sempre stata una data particolare a Roma. La celebrazione del 19 marzo ha origini antichissime. La festa cristiana di San Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, si innesta su riti di origine pagana, con un collegamento in primo luogo di calendario: il 19 marzo è, infatti, la data alla vigilia dell’equinozio di primavera in cui si svolgevano gli antichi riti dionisiaci di propiziazione e fertilità, i baccanali, poi vietati anche a Roma per l’eccessiva licenziosità dei costumi.
La festa cattolica ha origine nella Chiesa dell’Est e venne importata in Occidente e nel calendario romano nel quindicesimo secolo, con la data fissata al 19 marzo. Pio IX dichiarò San Giuseppe patrono della Chiesa universale nel 1870, mentre Pio XII° stabilì che la data del 1° maggio fosse dedicata a San Giuseppe lavoratore.
Alla sua figura di patrono dei falegnami e degli artigiani viene associata anche quella di protettore dei poveri, perché come poveri in fuga Giuseppe e Maria si videro rifiutata la richiesta di un riparo per il parto.
A Roma la festa di San Giuseppe è sempre stata accompagnata da grandi festeggiamenti: nella Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, al Foro, la confraternita dei Falegnami organizzava solenni festeggiamenti e banchetti a base di frittelle e bignè, da cui il detto romano "San Giuseppe frittellaro". 

Il Friggitore - Bartolomeo Pinelli

La tradizione nell’800 è talmente radicata tra il popolo che viene ricordata da poeti e scrittori come il Belli e Zanazzo, fino alla più recente preghiera a "San Giuseppe frittellaro" di Checco Durante del 1950.
Di quella che agli inizi del secolo Giggi Zanazzo definiva "ffesta granne", durante la quale i "cristiani bbattezzati" mangiavano frittelle e bignè a tutto spiano, è rimasto negli anni recenti solo un pallido ricordo nel quartiere Trionfale. Momento clou della festa, che prevedeva anche cerimonie religiose e spettacoli musicali in piazza della Rotonda, era l'invasione nelle strade dei friggitori, con i loro "apparati, le frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de sonetti stampati intorno ar banco, indove lodeno le fritelle de loro, insinenta a li sette cèli". Il testo dei cartelli osannava i miracolosi poteri dei dolci venduti: 

"E chi vuol bene mantenersi sano / di frittelle mantenga il ventre pieno".....

in grado di far tornare la vista ai ciechi, la parola ai muti e persino di far camminare gli storpi... nemmeno una parola però rispetto agli effetti di queste "abbuffate" sul fegato!

Bignè come li mangiamo oggi

sabato 21 gennaio 2012

Il vergognoso caso di Enzo Tortora

Tortora al momento dell'arresto


 Il 16 giugno 1983 veniva arrestato Enzo Tortora, che sarebbe poi divenuto protagonista di un caso-simbolo della malagiustizia italiana. Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita. Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone. Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi. L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.
Enzo Tortora non è mai stato risarcito, né quando era in vita, né dopo la sua morte. La lezione che lascia a questo paese è quella di considerare la giustizia non come un caso personale ma come un caso che riguarda tutti noi. Quello che è capitato a lui la mattina del 17 giugno del 1983 ancora oggi, purtroppo, potrebbe capitare a un cittadino qualsiasi. Nel suo caso l'aggravante era quella di chiamarsi Tortora, era quella di essere un personaggio televisivo estremamente popolare: Enzo Tortora è l'emblema di un modo sbagliato di amministrare la giustizia e di fare cattiva informazione. Tortora ci lascia un esempio di professionismo molto alto nel suo lavoro e una grande correttezza anche nell'affrontare la condizione che poi l'ha ucciso. 

Tortora con il suo famoso pappagallo "Portobello"

sabato 14 gennaio 2012

Aldo Fabrizi



Nasce a Roma il 1° novembre del 1905, vicino a Campo de’ Fiori, in vicolo delle Grotte, da Giuseppe, carrettiere e Angela Pietrucci che gestisce un banco di frutta al mercato di Campo de’ Fiori. E’ il primogenito di sei figli, di cui cinque femmine.
La madre resta vedova a trentasette anni. Aldo, che ha 11 anni, è costretto a lasciare la scuola e, per aiutare la famiglia, si adatta a fare qualsiasi mestiere: facchino, vetturino, tipografo, falegname, portiere e tanti altri.
Comincia ben presto a scrivere poesie e testi di canzoni che lo avvicinarono al mondo del teatro e dello spettacolo.
Nel 1928 lavora nella redazione del giornale Rugantino e scrive poesie dialettali che pubblica quasi quotidianamente.
Alla fine del 1929 conosce in un teatro la cantante romana Beatrice Rocchi, in arte Reginella, cui era stata affidata l’interpretazione di alcune canzoni di Fabrizi; a lui piacque subito, soprattutto la voce: la più bella del mondo. Lei era famosa, cantava nei teatri più importanti di Roma. Si fidanzarono ed iniziarono a cantare insieme in vari teatri di tutta Italia.
Nel 1932 sposa finalmente la sua “Reginella” che in seguito lascia definitivamente il palcoscenico, per dedicarsi alla casa e ai due figli gemelli Wilma e Massimo. Padrino del battesimo Federico Fellini, che diventerà sceneggiatore dei suoi primi film.
Il mondo del cinema apre le porte a Fabrizi con “Avanti c’è posto” del 1942 e “Campo de’ Fiori” del 1943 ed arriva subito il successo. Ma il neorealismo lo renderà celebre nel mondo attraverso il film di Roberto Rossellini: “Roma città aperta” del 1945. 


Fabrizi in una scena di Roma città aperta


Seguono molti altri film che ingrandiscono la sua popolarità. Negli anni ’50 è lui stesso regista di nove film e nel teatro è memorabile la sua interpretazione del boia di Roma, Mastro Titta, nel Rugantino di Garinei e Giovannini (anni ’60).
Ottiene il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista del film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”, basato sugli ultimi giorni dell’occupazione di Roma da parte delle milizie naziste alla fine della seconda guerra mondiale.
Gli piaceva mangiare e scherzava sul suo fisico imponente, evidente prova della sua passione per il cibo, principalmente per i piatti caratteristici della cucina romana; ma nell’ultimo periodo dei suoi anni, con suo grande dispiacere, problemi di salute lo costrinsero a mettersi a dieta. Testimoniano questa sua passione due raccolte di poesie, “La Pastasciutta” del 1971 e “Nonna Minestra” del 1974.


 Nel 1983 muore la moglie Reginella e dal quel momento si chiude sempre di più in casa.
Il 2 aprile del 1990 Aldo Fabrizi muore e le esequie vengono fatte nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, nei pressi di Campo de’ Fiori. La bara viene portata sopra una carrozzella. Tanta gente al suo funerale, tutti quelli che lo avevano amato. Aveva da pochi giorni ricevuto un David di Donatello alla carriera.
Fabrizi è considerato uno dei migliori comici romani, l’anima di Roma; in quanto si trovava perfettamente a suo agio nei ruoli brillanti così come in quelli drammatici. Del popolo romano l’attore ha canzonato, in oltre cinquant’anni di carriera, cattive abitudini e debolezze, con quella sua comicità cinica e senza illusioni.

Poesia

Appresso ar mio, nun vojo visi affritti, / e pe’ fà ride’ pure a ‘st’occasione / farò un mortorio con consumazione… / in modo che chi venga n’approfitti. / Pe’ incenso, vojo odore de soffritti, / ‘gni cannella dev’esse’ un cannellone, / li nastri, sfoje all’òvo e le corone / fatte de fiori de cucuzze fritti. / Li cuscini, timballi de lasagne, / da offrì ar momento de la sepportura / a tutti quelli che “sapranno” piagne’. / E su la tomba mia, tutta la gente / ce leggerà ‘sta sola dicitura: / TOLTO DA QUESTO MONDO TROPPO AL DENTE.” (A.Fabrizi)

mercoledì 11 gennaio 2012

Il Carnevale romanesco

Il carnevale romano è oltretutto una festività antichissima che porta con sé una tradizione di secoli, e anche se le maschere romane non sono note come quelle di altre città italiane, ve ne sono alcune molto importanti.
La più famosa è il Rugantino maschera del teatro romano che impersona un tipico personaggio romanesco, er bullo de Trastevere, svelto co' le parole e cor cortello, il giovane arrogante e strafottente ma in fondo buono e amabile. L'aspetto caratteristico di Rugantino è l'arroganza, infatti il suo nome nasce dalla parola romanesca ruganza ovvero "arroganza". Un giovane vanaglorioso, abile con la parola quanto con i pugni, protagonista di una delle più romantiche e tragiche storie d'amore che si ricordino all'ombra del Colosseo. Il suo amore per la bella Rosetta lo trasformerà da briccone a eroe, capace di addossarsi la colpa dell'omicidio del marito di lei. Rugantino morirà giustiziato sulla forca. 


Rugantino

Se desiderate riprodurre da soli la maschera tenete in considerazione che Rugantino doveva presentarsi così: "Cor cappello a du'pizzi, cor grugno lungo du'parmi, co' 'na scucchia rivortata 'nsù a uso de cucchiaro, co' no' spadone che nun ce la po' quello der sor Radeschio, e co' le cianche come l'Arco de Pantano, se presenta, Signori mia, Rugantino er duro, nato 'nsto piccolo castelluccio e cresciuto a forza de sventole, perchè ha avuto 'gni sempre er vizio de rugà e d'arilevacce".
Altra maschera del carnevale romano è Meo Patacca, soprannome derivato dalla patacca, ossia dalla misera paga del soldato, corrispondente a 5 carlini.
Meo Patacca è un popolano attaccabrighe che incarna perfettamente lo spirito tradizionale del romano che ancora oggi viene rappresentato nel ristorante di piazza de' Mercanti, nel cuore di Trastevere, di nome non a caso Da Meo Patacca.



Cassandrino è invece un bravo padre di famiglia, credulone, non popolano, ma di origine nobile successivamente imborghesitosi.
Se avete la fama di essere dei creduloni mascherarsi da Cassandrino, raggirato negli affari e in amore, potrebbe essere un modo per fare auto ironia e vivere con filosofia il Carnevale.


lunedì 9 gennaio 2012

Gabriella Ferri



Gabriella Ferri muore il pomeriggio del 3 aprile alle ore 18 del 2004, all'ospedale San Camillo di Roma.
Caduta dal balcone della sua abitazione di Corchiano (VT), dopo un volo di sette metri, ricoverata d'urgenza all'ospedale di Civita Castellana da dove, vista la gravità della situazione, trasferita d'urgenza a Roma. A nulla sono valsi gli sforzi per tenerla in vita.
Con la scomparsa di Gabriella Ferri, cessa di esistere una delle voci più belle e famose della canzone popolare romana. La cantante nata a Roma il 18 settembre 1942, aveva iniziato negli anni Sessanta, con grande successo, rivisitando le canzoni più famose della tradizione romana. "La società dei magnaccioni", in particolare, vendette 1.700.000 copie.
Aveva cominciato, lei che è uno dei simboli di Roma, all'Intras Club di Milano negli anni 60. In seguito al Bagaglino di Roma continuò la sua avventura artistica cantando gli stornelli romani. Con il successo arrivarono anche le apparizioni televisive dove il suo naturale temperamento teatrale la aiutò a divenire grande. 


 
 Erano gli anni '70 dei grandi varietà televisivi. Partecipò a "Senza rete" e "Dove sta Zazà" dove, con la sigla di chiusura "Sempre", lasciò uno dei ricordi più belli della storia della musica italiana in televisione.
Oltre alle più famose canzoni romane, Gabriella Ferri ha saputo interpretare in modo profondo, anche quelle della tradizione popolare napoletana.
Nel suo curriculum, oltre alle già citate romane e napoletane c'è anche tanta musica diversa: dalla canzone d'autore anni '70, ai vecchi successi americani, per arrivare a sfiorare atmosfere latine.
Insomma, un'artista completa che ha lasciato un segno indelebile nel panorama musicale italiano, che pur mancando dalle scene da molti anni, non è mai stata e non sarà mai dimenticata.
Con lei se ne va l'ultima grande interprete femminile della canzone romana e non solo. Di lei ricorderemo le innumerevoli interpretazioni graffianti e personali delle canzoni popolari: uno stile inimitabile che l'ha resa di fatto, un'artista unica e straordinaria.


Ciao, Zazà

venerdì 6 gennaio 2012

La festa della Befana

 

Per tradizione antica la notte tra il 5 e il 6 gennaio veniva considerata una notte magica. Era la notte della Befana e veniva attesa sia con ansia che con preoccupazione perchè portatrice di doni per i buoni e carbone per chi fosse stato cattivo. Fino a qualche decennio fa, quando mi potevo considerare ancora un bambino, la vera festa dei bambini era proprio l'Epifania, il giorno che arrivavano i tanto attesi giocattoli. Poi con il tempo fu messa in ombra da Babbo Natale e il suo orrendo consumismo tanto che la festa fu addirittura abolita con legge di Stato nel 1977. Nell'ottica di recuperare tale rito, radicato nella cultura popolare, che evoca nell'immaginario collettivo l'anno vecchio che se ne va e quello nuovo che arriva, a furor di popolo fu reintrodotta nel 1985, anno della famosissima e indimenticabile, per quelli della mia età, nevicata a Roma.


E' uno dei ricordi più vivi che ho da bambino. Mio padre per tradizione amava festeggiare sempre e solo la Befana per noi figli  la notte tra il 5 e il 6 gennaio, quando ormai io e mia sorella eravamo già nel mondo dei sogni, riempiva di regali la nostra cucina  e precisamente sopra la macchina del gas, all'epoca si chiamava così, a simboleggiare la venuta della Befana giù dalla cappa. La mattina al risveglio ci si precipitava con la mia sorellona Tiziana in cucina e lì saliva un tremolio di sorpresa e si impazziva dalla felicità.
La Befana del 1985 fu per i bambini romani un evento unico, indimenticabile. Ai tanto attesi regali si univa la magia della neve che tanti come me non aveva mai visto in vita sua. In quei giorni si scendeva per le strade del quartiere e si faceva a pallate di neve, con delle buste di plistica si adattavano a mò di slittino e giù per le discese con i freddi fiocchi di neve che ti venivano in faccia. E si rideva, rideva, rideva come non mai e soprattutto si era felici con così poco.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"