domenica 30 dicembre 2012

Roberto Rossellini







Regista fondamentale e grandissimo all'interno della cinematografia di tutti i tempi, Roberto Rossellini è nato a Roma l'8 maggio 1906. Interrotti gli studi dopo la licenza liceale, si dedica a diverse attività prima di entrare nel mondo del cinema come scenotecnico e montatore, e successivamente come sceneggiatore e regista di documentari.
Si avvicina al cinema vero e proprio più tardi, verso la fine degli anni '30, collaborando alla sceneggiatura di "Luciano Serra pilota" di Goffredo Alessandrini. Solo qualche anno dopo, nel 1941, effettua il salto di qualità, realizzando come regista "La nave bianca" (interpretato, ironia della sorte per quello che diventerà il principe dei neorealisti, da attori non professionisti), primo episodio di una "trilogia della guerra" più tardi completata da "Un pilota ritorna" e da "L'uomo dalla croce", pellicole di scarso successo.




Nel 1944-45, mentre l'Italia è ancora divisa dal fronte che avanza verso nord, gira quello che è considerato il suo capolavoro nonchè uno dei massimi della cinematografia, "Roma, città aperta". Il film non solo è importante per l'argomento trattato e per l'alta tragicità ed efficacia dello stile, ma anche perché segna l'inizio del cosiddetto neorealismo. Con questa espressione si vuole sottolineare un lavoro artistico caratterizzato da elementi come l'anonimato (gli attori non professionisti), la presa diretta, la mancanza di "mediazione" autoriale e l'essere espressione delle voci della contemporaneità.
Se retrospettivamente possiamo affermare che il film è un capolavoro, al momento della sua proiezione nelle sale venne accolto piuttosto freddamente, sia dal pubblico che da gran parte della critica. La rivoluzione di "Roma città aperta" è dovuta fra l'altro, come dichiarato più volte dallo stesso Rossellini, al fatto che è stato possibile infrangere "le strutture industriali del cinema di quegli anni", conquistandosi "la libertà di esprimersi senza condizionamenti".
Dopo l'esperienza di "Roma città aperta" Roberto Rossellini gira altri due film d'eccezione quali "Paisà" (1946) e "Germania anno zero" (1947), riflessioni amare sulle condizioni dell'Italia martoriata dall'avanzare della guerra e sulla crisi dei valori umani nella Germania del dopoguerra.



 


Dopo queste pietre miliari il regista cerca di trovare nuove vie di espressione, senza grande successo. Si tratta dei poco riusciti "Amore", un film in due episodi interpretati da Anna Magnani, e del fallimentare "La macchina ammazza-cattivi"; in seguito gira anche i non memorabili "Francesco, giullare di Dio" e "Stromboli, terra di Dio", ambedue centrati, sia pure in diverso senso, sul problema della grazia divina. In quest'ultimo film prende il via il suo sodalizio artistico con Ingrid Bergman: i due vivranno anche una tormentata storia sentimentale.











 Dopo un periodo di crisi artistica e personale, caratterizzato da un lungo viaggio in India (nel quale trova anche moglie), destinato a produrre materiale per l'omonimo film documentario del 1958, dirigerà opere formalmente impeccabili ma non più che corrette quali "Il generale Della Rovere", "Era notte a Roma" e "Viva l'Italia". "Il generale Della Rovere" in particolare (premiato alla Mostra di Venezia) si richiama ai temi della Resistenza cari al primo Rossellini e sembra un segno del desiderio di voler intraprendere una nuova fase, mentre in realtà segna l'ingresso dell'autore nella produzione "commerciale", sia pure temperata dal grande talento, sempre intatto, e dalla creatività visiva del regista. 
Ma la sua grande vena stilistica si era ormai esaurita. Consapevole di questo stato di cose, si dedica interamente alla regia di lavori a carattere divulgativo e didattico pensati per la televisione. Alcuni titoli evocativi ci fanno ben capire la natura di queste pellicole: si va da "Età del ferro", agli "Atti degli Apostoli" fino a "Socrate" (siamo ormai nel 1970). 
Un notevole guizzo artistico si verifica con il documentario "La presa del potere di Luigi XIV", realizzato per la TV francese e giudicato dalla critica all'altezza delle cose sue migliori. 
Tornato infine al cinema, si licenzia con "Anno uno. Alcide De Gasperi" (1974) ed "Il Messia" (1976) due pellicole che affrontano tematiche già visitate in passato con ben altra forza e convinzione. Dopo poco tempo, il 3 giugno 1977, Roberto Rossellini si spegne a Roma.

venerdì 21 dicembre 2012

Q. X. Ostiense





Piazzale Ostiense


Superficie: 712,31 ha.

Confini attuali: riva sinistra del Tevere dal ponte ferroviario, ferrovia Roma-Civitavecchia, mura urbane, piazzale Ostiense, mura urbane, porta Ardeatina (esclusa), via Cristoforo Colombo, via Laurentina, via delle Tre Fontane, via Ostiense, fosso delle Tre Fontane, fiume Tevere.

Origine del nome: la via Ostiense è la matrice storica del quartiere omonimo, una delle più antiche vie aperte dai romani che permise all’Urbe di collegarsi con quella che oggi è detta Ostia Antica e quindi con il mare aperto.

Storia: ancora oggi la via Ostiense mantiene inalterato il senso del collegamento con la nuova Ostia, l’Ostia-mare o Ostia-Lido che da diversi decenni è la meta estiva di molti romani. A realizzare questo collegamento con il mare fu Benito Mussolini, al quale si deve l’apertura della parallela via del Mare. Il regime fascista intervenne con grandi progetti nel quartiere Ostiense, non solo con l’edificazione di numerosi palazzi ma, soprattutto, con la costruzione della monumentale e neo-razionalista stazione Ostiense. Il quartiere è inoltre segnato dalla presenza dei sepolcri, della piramide Cestia (anche se appartiene al rione Testaccio), del cimitero protestante che ci invita a rendere omaggio alla tomba millenaria di S. Paolo. Ma il suo maggior tesoro è rappresentato dalla basilica del Santo, considerato il vero organizzatore delle comunità cristiane e della Chiesa romana.
Nel quartiere prese forma il primo grande insediamento industriale di Roma, non solo per la presenza dei Mercati Generali, uno dei luoghi più tipici della città che si apre lungo la via Ostiense, ma anche per quella dell’imponente gasometro e per il porto fluviale. Così comparvero una centrale elettrica, gli stabilimenti della Società romana gas, officine, fabbriche, ecc.


Ponte Ostiense


Il quartiere Ostiense è, inoltre, arricchito dalla zona della Garbatella che rappresenta uno dei massimi esempi di struttura urbanistica autonoma periferica.
Il quartiere fu fondato negli anni venti sui colli che dominano la basilica Papale di San Paolo fuori le mura. L'origine del nome è tuttora oggetto di discussione: secondo un'ipotesi molto diffusa, il quartiere prenderebbe il nome dall'appellativo dato alla proprietaria di un'osteria che sarebbe sorta sullo sperone roccioso che sovrasta proprio la basilica di San Paolo (sul lato sinistro dell'odierna via Ostiense, provenendo dalla Porta San Paolo), presumibilmente all'altezza del Sepolcreto Ostiense e pertanto a ridosso di via delle Sette Chiese, via che collega la basilica Paolina alla basilica di San Sebastiano fuori le mura, che dal XVI secolo era meta di pellegrinaggi per la visita alle sette chiese di Roma. Tale ostessa - sarebbe stata tanto benvoluta dai viaggiatori che chiedevano ostello presso la sua locanda, da meritare il nome di "Garbata Ostella", successivamente sincopato in "Garbatella".
Le ragioni del favore concessole, risalirebbero alla sua caritatevole attitudine verso i bisognosi, anche se un'interpretazione più maliziosa accosta una simile "garbatezza" a favori sessuali che, si ritiene, fosse usa concedere ai viaggiatori. 
La Garbatella è tradizionalmente suddivisa in lotti, occupati da costruzioni che circondano cortili e giardini che, soprattutto in passato, erano punti di ritrovo per la popolazione: lavatoi e stenditoi, botteghe e cantine, sedie e muretti. L'assetto architettonico della zona è un compromesso tra l'estetica e la pratica: le abitazioni sono collocate, almeno nel nucleo storico, in villini o palazzine di tre piani al massimo, con grande cura per i dettagli e per la diversificazione degli stili.


La Garbatella


La Garbatella è un set molto utilizzato da registi cinematografici e televisivi: la serie TV "Caro Maestro" fu ambientata nella "Casa dei Bimbi" alla Garbatella, la serie TV "I Cesaroni" si serve di due scorci del quartiere, la "bottiglieria Cesaroni" sfrutta per gli esterni il "Roma club Garbatella" di via Roberto De Nobili, mentre il liceo della fiction si serve per le riprese interne ed esterne della scuola elementare statale Cesare Battisti di via Damiano Sauli). Inoltre altre vie del quartiere sono state usate per numerose fiction poliziesche.



Il Bar dei Cesaroni

domenica 16 dicembre 2012

Alida Chelli






E' morta la sera del 14 dicembre scorso a Roma dopo una lunga malattia l'attrice Alida Chelli. Un volto ed una voce che almeno due generazioni ricordano nei panni di una magistrale Rosetta in "Rugantino", una delle commedie musicali italiane più popolari e più amate. E' stata moglie di Walter Chiari. Dalla loro unione è nato Simone Annicchiarico.



Nata a Carpi nel 1943 la Chelli, il cui vero nome era Alida Rustichelli, è stata attrice di teatro, cinema e tv, oltre che cantante ed ha dato messo in luce il proprio talento soprattutto nelle commedie musicali, quando voce e recitazione si sono unite per dare forma ai suoi personaggi.
Figlia del compositore di colonne sonore per il cinema Carlo Rustichelli, ha iniziato da giovane la sua attività di cantante, partecipando a molti varietà televisivi e commedie teatrali. Un'altra sua interpretazione ha lasciato il segno, quella della canzone "Sinnò me moro", che apre il film "Un maledetto imbroglio" con la colonna composta dal padre nel 1959: un brano che poi è divenuto un classico della canzone italiana in romanesco, inciso da Lando Fiorini e Gabriella Ferri. E' dello periodo l'incisione del disco 45 giri "Se è vero amore".
Alida Chelli è comparsa in molti film, come nel musicarello "Quando dico che ti amo". A teatro, oltre che in "Rugantino", ha recitato in "Cyrano", nel 1979, con Domenico Modugno, e "Aggiungi un posto a tavola", nel
1990, con Johnny Dorelli. Dopo la fine del matrimonio con Walter Chiari, l'attrice ha avuto una relazione a Pippo Baudo.

lunedì 10 dicembre 2012

Steno



Stefano Vanzina in arte Steno



 
Uno dei talenti più prolifici dei nostri schermi. Con 73 regie (più un film e una miniserie per la televisione), oltre 100 sceneggiature, 48 anni di carriera, ha attraversato la storia del cinema italiano, sperimentando ogni genere, incrociando tutti i protagonisti della comicità all'italiana, lavorando con alcuni dei produttori più bizzarri e geniali. Sapeva come girare bene, sapeva intuire i gusti del pubblico, e soprattutto sapeva restare nei budget. Mai, nella sua lunga carriera, ha fallito un film. Garantiva sicurezza. I produttori gli affidavano un progetto, lui lo portava a termine con scrupolo, intelligenza e gusto. Perché, più di ogni altro, aveva inchinato brillantezza intellettuale e raffinata cultura a un mestiere che considerava artigiano. Si divertiva a raccontare storie farsesche e popolari , ricche di svariati personaggi che si divertiva a mettere in ridicolo, esaltandone con umorismo e ironia i vizi e i difetti. Figlio di un giornalista de "Il Corriere della sera", il giovane Steno passa la sua infanzia ad Arona, dove comincia a lavorare presto per mantenersi e sostenere la madre rimasta vedova. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza, dimostra subito una grande passione per il cinema, soprattutto per quello americano e russo. La passione è tanta, e Steno decide di rinunciare alla carriera forense per dedicarsi completamente al grande schermo. Allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, comincia a scrivere soggetti e sceneggiature nel genere comico-leggero, come Imputato, alzatevi (1939) e Il pirata sono io! (1940), entrambi interpretati da Macario. Intanto scrive per il giornale umoristico "Marc'Aurelio", rivista satirica nata nel 1931, che attraverso un sagace umorismo fa una fronda gioiosa al regime. Successivamente passa alla regia, in cui debutta nel 1949 dirigendo con Mario Monicelli il film Al diavolo la celebrità, nel quale riprende la navigata formula del sogno proibito piccolo borghese e del satanasso-tentatore. 
 
 
Celebre scena del film Guardie e ladri



 
 
Un Americano a Roma


 
Dorellik
 
 
 
 In coppia con Monicelli, Steno dirigerà altri sette film, tra cui il celeberrimo Guardie e ladri (1951), interpretato da due comici eccezionali: Totò ed Aldo Fabrizi. Con Guardie e ladri Steno e Monicelli si allontanano dai binari della farsa per esplorare i paesaggi della commedia all'italiana, che sgretola il mondo del sorriso. Il film è un amabile spaccato di un'Italia ancora da costruire e che si arrangia come può. In seguito Steno si mette in proprio, e dà il via con Totò a colori (1952) ad una carriera ricca di successi, tra i quali vanno almeno ricordati: Un americano a Roma (1954) con Sordi nell'indimenticabile personaggio di Nando Moriconi, detto "l'americano"; Piccola posta (1955), con una strepitosa accoppiata Alberto Sordi-Franca Valeri; Tempi duri per i vampiri (1959), scatenata farsa vampiresca animata da Renato Rascel e Christopher Lee; Arriva Dorellik (1967), garbata parodia degli allora imperanti fumetti "neri" e sorta di versione autarchica de La pantera rosa (1963) di Blake Edwards; Il vichingo venuto dal Sud (1971), vivificato dalla presenza d'un travolgente Lando Buzzanca; La polizia ringrazia (1972), nel quale utilizzò per la prima volta che usò il suo vero nome per la regia; Febbre da cavallo (1976), ironico e pungente ritratto del mondo delle corse; La patata bollente (1979), gentile sexy-comedy che rifà il verso a Il vizietto (1978) di Edouard Molinaro; Mani di fata (1984), ove i cambiamenti del costume nostrano vengono registrati con divertita stupefazione da un signore d'altri tempi, pacatamente misoneista. Mentre è ancora in piena attività, Steno si spegne nella sua città natale il 13 marzo 1988.

mercoledì 5 dicembre 2012

Il Passetto di Borgo Pio







Il cosiddetto Passetto di Borgo o di Castel Sant'Angelo è costituito da un viadotto - accessibile dal Bastione San Marco - che collega i Palazzi Vaticani con Castel Sant'Angelo. Venne edificato intorno al 1277, per volontà di papa Niccolò III, che per primo trasferì la residenza pontificia dal Palazzo Lateranense, scarsamente protetto, a quello Vaticano, circondato dalle mura fortificate della Civitas Leonina e situato in prossimità della salda fortezza di Castello. Gli architetti di Niccolò III sfruttarono parte delle vecchie mura difensive fatte erigere da Leone IV per realizzare una sorta di 'corridoio' - tanto che nelle antiche fonti si fa costantemente riferimento al Passetto menzionandolo con il nome di Corridore - che consentisse un collegamento rapido e protetto tra la sede pontificia ed il Castello, in grado di garantire l'incolumità del papa anche in situazioni di estremo pericolo quali assedi e tumulti tutt'altro che infrequenti nella turbolenta Roma medievale.





Il Passetto svolse diligentemente la sua funzione di 'via di salvezza' fino al XVII secolo: tra i primi a percorrerne rapidamente gli 800 metri di lunghezza per trovare protezione all'interno di Castel Sant'Angelo, Alessandro VI Borgia (1492 - 1503), che nel 1494 è costretto a fuggire davanti alle truppe di Carlo VIII, anche se la fuga più famosa è quella di Clemente VII, che nel 1527 sfrutta il Corridore per sfuggire ai Lanzichenecchi che saccheggiano e devastano la città. E' l'ultima grande impresa legata al Passetto, che con la fine del Cinquecento vede tramontare inesorabilmente la sua funzione difensiva.


martedì 4 dicembre 2012

Vittorio De Sica







Vittorio De Sica nasce a Terra di Lavoro (provincia allora appartenente alla Campania), vicino Frosinone, il 7 luglio 1901. De Sica è stato indubbiamente uno dei più grandi registi della storia del cinema, idolatrato anche dai mostri sacri d'oltreoceano che immancabilmente lo citano come esempio sublime di artista. Fedeli al detto "nemo profeta in patria", l'Italia, malata di esterofilia non ha mai saputo valorizzarlo, trascurando come talvolta accade i suoi grandi personaggi.



 


Nato in una famiglia di umili origini, Vittorio De Sica studia a Napoli fino a quindici anni; inizia a lavorare come garzone e quindi si trasferisce a Roma con la famiglia dove consegue il diploma di ragioniere. Già da studente inizia a frequentare l'ambiente teatrale e a misurarsi come attore. Nel 1926 l'esordio nel cinema, dove recita e si afferma nelle parti del conquistatore galante. Di questi anni sono i film "Gli uomini che mascalzoni!" (1932) e "Grandi Magazzini" (1939). Personaggio assai distinto, malgrado le umili origini, dotato di grande talento anche nella recitazione, De Sica è stato, insieme a Roberto Rossellini, il caposcuola della corrente cinematografica del neorealismo, periodo in cui escono "I bambini ci guardano" (1942), "Sciuscià" (1946, ritratto dell'infanzia abbandonata) e, due anni dopo, "Ladri Di Biciclette", sulla triste condizione dei disoccupati nel dopoguerra. Per questi ultimi due titoli il grande regista vince l'Oscar.





In seguito, sempre sulla scia della poetica neorealista gira "Miracolo a Milano" e il malinconico "Umberto D.", pellicola amara considerata da più parti come il suo vero capolavoro.
Più tardi, abbandonata la corrente neorealista, Vittorio De Sica si dedica a film più disimpegnati ma per questo non meno carichi di sensibilità e raffinatezza, come lo straordinario "L'Oro di Napoli". Tra questi ricordiamo anche "La Ciociara" (1961), "Ieri, Oggi e Domani" (1964), "Matrimonio All'Italiana" (1964), "Il giardino dei Finzi Contini" (con il quale vince un altro Oscar nel 1971).
L'ultimo film realizzato è "Il Viaggio", del 1974.
Il 13 novembre dello stesso anno il regista si spegne a Neuilly-sur-Seine, Île-de-France, Francia, all'età di 72 anni.




domenica 2 dicembre 2012

Febbre da Cavallo









Febbre da cavallo è un film del 1976 diretto da Steno, ed interpretato da Gigi Proietti ed Enrico Montesano assieme a Francesco De Rosa, Adolfo Celi, Catherine Spaak, Mario Carotenuto e Gigi Ballista. 
Inizialmente il film fu ideato come prodotto di cassetta destinato ad essere dimenticato rapidamente dopo il suo passaggio nelle sale cinematografiche. I molteplici passaggi televisivi della pellicola lo hanno nel tempo rilanciato, fino a farne un cult per appassionati della commedia leggera all'italiana e per frequentatori più o meno assidui di sale scommesse e ippodromi.
Gran parte del film è stato girato tra Piazza Venezia e Piazza Margana. Nella prima Gabriella gestisce il Gran Caffè Roma, locale tuttora esistente ma profondamente rimaneggiato (non esiste più nemmeno l'insegna); nella seconda, in un angolo defilato, si trova (ancor oggi perfettamente uguale) il portone della casa di Pomata, dove sta appostato il Ventresca. L'ospedale dove il Pomata ricetta i medicinali rubati da Luciano Bonanni è il Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina. La farmacia Magalini esiste ancora, e non è molto cambiata dall'epoca del film. Le scene in treno sono state girate sulla linea Roma-Formia-Napoli, mentre quelle di stazione ambientate a Napoli sono in realtà girate alla Stazione Termini di Roma. Le scene nei vari ippodromi presenti nel film sono tutte girate all'Ippodromo Tor di Valle. Infine, la scena in cui l'auto di Mandrake si ferma perché senza benzina è girata sulla via Ostiense, tra Tor di Valle e Vitinia.
Inizialmente il film doveva essere serio, un'accurata analisi del fenomeno sociale del gioco d'azzardo, con risvolti drammatici. Inoltre la regia era già stata affidata a Nanni Loy. Senza una particolare ragione però, il soggetto finì in mano a Steno, che riscrisse la sceneggiatura insieme al figlio Enrico, trasformandola in una commedia. Anche il titolo Febbre da cavallo fu un'idea sua. 
Del film è stato girato un sequel nel 2002, Febbre da cavallo - La mandrakata, diretto da Carlo Vanzina (figlio di Steno, il cui vero nome era Stefano Vanzina).





venerdì 23 novembre 2012

Q. IX. Appio Latino




Porta Metronia




Superficie: 584,91 ha.

Confini attuali: è compreso tra la via Appia Nuova fino all’incrocio con via dell’Almone, che prosegue in via di Cecilia Metella, per poi girare e ritornare verso la città lungo la via Appia Antica fino a raggiungere le mura aureliane davanti alla porta di S. Sebastiano e quindi scendere lungo il viale delle Mura Latine, oltrepassare il piazzale Metronio fino al piazzale Appio, da dove ha inizio la suddetta Appia Nuova.
Origine del nome: il quartiere prende nome da due delle più antiche strade consolari risalenti all’età dell’antica Roma che lo attraversano: la via Appia e la via Latina. 
 
 

Via Appia Antica con la veduta del Mausoleo di Cecilia Metella

 
 
 
Storia: l’Appio Latino comprende luoghi topici dell’immagine più antica e classica di Roma: la tomba di Cecilia Metella, il Circo di Massenzio e la basilica di S. Sebastiano. Una volta l’area del quartiere presentava pergole di osterie campestri, prati, casali e ville dai parchi rigogliosi e ombrosi. Un po’ ovunque si trovavano vigne il cui vino genuino era atteso dai romani per le ottobrate “fori porta”. Accompagnata da sepolcri e ruderi monumentali, con antiche chiese e catcacombe, la via Appia Antica venne definita “la regina delle vie”; la via Appia Nuova, invece, sistemata in età moderna, era percorsa dai carri di vino provenienti dai Castelli romani e dai gitanti “fori porta”. Anche la via Latina è segnata da importanti resti monumentali della Roma antica con catacombe e sepolcri sotterranei.

 
Catacombe di San Callisto
 
 
 
Appena fuori porta Metronia era nata una borgata detta anch’essa di Porta Metronia dalla fama non del tutto limpida, che fu cancellata durante gli anni del fascismo.
Il prezzo economico dei terreni oltre la porta S. Giovanni attirò, negli anni Trenta, gli interessi della speculazione edilizia che con le sue costruzioni cancellò anche il ricordo del paesaggio rupestre e dei viottoli che lo percorrevano.
Il quartiere oggi è contraddistinto da un’urbanizzazione ad abitazioni intensive.

domenica 18 novembre 2012

Paolo Di Nella




 
 
Roma 09.02.1983 
Negli anni Ottanta, il clima politico andava lentamente cambiando, l’ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta andava sempre più esaurendosi. Le aggressioni, gli agguati e i pestaggi di diradarono anche se non scomparvero del tutto.
In quegli anni un giovane missino, Paolo Di Nella, combatteva una sua piccola e personale battaglia sociale: la riapertura di una villa abbandonata nel quartiere africano. Villa Chigi, era inaccessibile, degradata, un intreccio di sterpi e siringhe gettate dai tossici del quartiere. Per Paolo Di Nella, quell’impegno, divenne una bandiera e una battaglia personale. I manifesti lì disegnava con il pennello e la vernice nera sul retro di quelli già stampati, sul pavimento della sezione di via Somma campagna. Il 2 febbraio del 1983, Paolo Di Nella decise di iniziare l’affissione per le strade della città. L’invito era rivolto a tutti i giovani militanti della sezione. Molti decisero di non seguirlo, presi da cose più grandi e importanti, tranne, però, Daniela Bertani, venti anni. I due uscirono dalla sede del Fronte della Gioventù insieme, intorno alle nove di sera. Salirono sulla Fiat centoventisette e girarono per il quartiere Trieste – Salario. All’inizio tutto sembrava tranquillo. Iniziarono ad attaccare i primi manifesti proprio da Piazza Vescovio, dove era caduto Francesco Cecchin, per poi continuare sui muri abbandonati di Villa Chigi e dirigendosi verso viale Somalia. Un primo segnale sospetto arrivò in quel punto della serata. Due ragazzi su un ciclomotore fissarono i due missini costantemente. Ma arrivati all’incrocio tra viale Somalia e Piazza Gondar, Paolo Di Nella e Daniela Bertani, notarono altre due persone, dall’aspetto trasandato. Paolo Di Nella continuò a fare il suo lavoro, prima all’altezza del bar Motta, poi attraversando la strada e dirigendosi verso uno spartitraffico dove vi era un tabellone pubblicitario, mentre Daniela Bertani era in macchina ad aspettarlo. E lì che successe tutto. Davanti alla fermata dell’autobus trentotto, due giovani. Il primo indossava un piumino di colore rosso, il secondo, invece, azzurro. Mentre Paolo Di Nella era di spalle per mettere la colla sul tabellone, uno dei due, prese la rincorsa e lo colpi violentemente alla testa con un corpo contundente, fuggendo poi a piedi. Paolo Di Nella si piegò sulle gambe come se per un attimo fosse stata tolta la corrente dal suo generatore interno. Ma riuscì comunque a raggiungere la macchina. Dopo un po’ si fermarono nei pressi di una fontanella e mentre Paolo Di Nella si bagnava la testa, le sue mani erano sporche di sangue. La ferita proveniva dietro l’orecchio. A quel punto era necessario il trasporto in ospedale ma Paolo Di Nella rifiutò fermamente. Mentre Daniela Bertani lasciava l’amico davanti al portone di casa e riprendeva la strada per viale Libia, vide che tutti i manifesti che avevano attaccato erano stati strappati. Durante la notte, Paolo Di Nella, non riuscì a dormire. Si agitava. Prima andò in bagno per rinfrescarsi, poi girò per casa senza trovare pace. I genitori sentirono i rumori, si svegliarono e videro i vestiti macchiati di sangue. Solo in quel momento capirono che era successo qualcosa di grave. Già durante il trasporto in ambulanza, Paolo Di Nella, entrò in coma. Aveva un grosso ematoma interno. Ricoverato al Policlinico Umberto I fu operato d’urgenza. Rimosso l’ematoma, gli fu asportato quello che era rimasto dell’osso temporale, letteralmente frantumato. In realtà Paolo Di Nella fu colpito al di sopra dell’orecchio, nella zona posteriore del cranio. L’arteria meningea fu compromessa dalla frattura che si estese subito dopo il colpo ricevuto. Furono sei lunghi giorni di agonia, la sua vita era già compromessa, dal terzo giorno, Paolo Di Nella, sprofondò in coma di quinto grado e fu mantenuto in vita artificialmente. Per la prima volta, in questi giorni, arrivarono dei segnali importanti e diversi. Non più una comunità assediata che piangeva il proprio lutto, ma una parte politica che riceveva solidarietà un tempo nemmeno immaginabile. La visita del Sindaco della Capitale, Ugo Vetere, iscritto al Partito Comunista; il telegramma di solidarietà alla famiglia Di Nella da parte del Segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, e la visita in ospedale del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Al capezzale di un giovane fascista in agonia giunse il Presidente partigiano. Il 9 febbraio del 1983 alle ore venti il cuore di Paolo Di Nella smise di battere. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, si svolsero i solenni funerali nella chiesa di San Saturnino. Oltre ai militanti e amici anche molti cittadini dalle più svariate idee politiche, come Marco Pannella. Quando il feretro arrivò a spalla fino al carro funebre, dalla bara fu tolta la bandiera tricolore, ma sotto vi era un’altra bandiera quella con la croce celtica del Fronte della Gioventù. Mentre la salma di Paolo Di Nella veniva tumulata al cimitero di Verano, circa trecento – quattrocento giovani missini giunsero sul posto dell’agguato. I partecipanti depositarono un mazzo di fiori davanti a un lungo striscione murale e dopo alcuni minuti di raccoglimento e una breve commemorazione, il corteo si sciolse senza alcun incidente. Il volantino di rivendicazione dell’agguato, firmato da Autonomia Operaia, fu ritrovato il 14 febbraio in una cabina telefonica di Piazza Gondar, a pochissimi metri dove Paolo Di Nella fu aggredito, dopo una telefonata al centotredici. Intanto la squadra politica della Digos iniziò le indagini proprio da alcuni informatori. Quest’ultimi dubitarono della deposizione di Daniela Bertani e la polizia decise di frugare nei tabulati delle intercettazioni. Ma gli inquirenti trovarono solo lacrime e dolore. Le indagini si concentrarono su due giovani dell’area di autonomia, Corrado Quarra e Luca Baldassarri. I sospetti non trovarono riscontro fino a quando, quindi giorni dopo la morte di Paolo Di Nella, il 24 febbraio, i due extraparlamentari di sinistra abbandonarono la città e gli inquirenti spiccarono due mandati di arresto con l’accusa di omicidio e latitanza. Corrado Quarra si nascose a Subiaco, un paesino vicino Roma, in casa di una zia. Quando la polizia arrivò con il mandato, Corrado Quarra, riuscì a fuggire dalla finestra. Ma la notte tra il primo e il 2 agosto del 1983, in Piazza Risorgimento, a Roma, fu fermato da un posto di blocco della polizia e portato in Questura. Una volta interrogato il sospettato, fu allestito un confronto all’americana. In causa, fu chiamata l’unica testimone oculare, Daniela Bertani, per l’identificazione di uno dei due aggressori. Al di là del vetro, quattro ragazzi, senza esitazione, Daniela Bertani, riuscì a individuare Corrado Quarra. In seguito alle intercettazioni, alla doppia fuga, alla latitanza e al riconoscimento della Bertani, il giudice Santacroce emise il mandato di cattura nei confronti di Corrado Quarra con l’accusa di tentato omicidio. Il 4 novembre del 1983 un nuovo colpo di scena. Daniela Bertani, per la seconda volta, si trovò davanti a uno specchio per il riconoscimento di Luca Baldassarri. Ma sbagliò, individuando una delle tre comparse. Infatti la controfigura di Luca Baldassarri non fu selezionata dagli inquirenti ma dalla difesa di Baldassarre. Allora anche il primo riconoscimento non doveva essere considerato valido. E cosi fu. Il 29 dicembre del 1983, il giudice istruttore Calabria, decise di mettere in libertà Corrado Quarra. A nulla servirono le proteste degli avvocati della famiglia Di Nella. Nell’aprile del 1986, a tre anni dalla morte di Paolo Di Nella, Corrado Quarra fu completamente prosciolto dall’accusa di omicidio. In quel periodo fu sottoposto solo all’obbligo della firma in commissariato senza essere più compiuta nessuna indagine su di lui. Finalmente, nell’ottobre del 2005, il sogno di Paolo Di Nella si realizzò. Villa Chigi, splendente e fiorita, fu restituita al quartiere per dare ossigeno alla città assediata dal traffico.
 
Paolo fu l'ultimo di una lunghissima serie di delitti a sfondo poltico che insaguinarono Roma dove persero la vita tanti giovani di destra e sinistra in nome di un ideale, di un credo politico.

 
 

 


 

mercoledì 14 novembre 2012

Poveri ma Belli







Ci sono dei film che sono stati per la città di Roma un vero e proprio trampolino di lancio. 
Poveri ma belli di Dino Risi del 1956, pietra miliare della commedia all’italiana, che ha consacrato Roma come ciak cinematografico per eccellenza a livello nazionale.
Questo film, che è diventato nel tempo un cult, ha fatto sognare intere generazioni, donando una immagine di Roma eterna, come se il tempo si fosse fermato e cristallizzato per sempre nelle rappresentazioni della pellicola.
La capitale non fu un semplice scenario, in cui gli attori si muovevano nelle diverse azioni, ma è il caso di dire che diede valore aggiunto alla pellicola, contribuendo al suo successo, tanto che è un film rimasto nella memoria di molti.
Ancora oggi Poveri ma belli viene visto, quando replicato, da molte persone desiderose di fare un salto indietro nel tempo, per riassaporare l’atmosfera che si respirava a Roma in quegli anni: una città genuina, solare e semplice. 
Rispetto a come si usa fare oggi, il film fu realizzato in estrema economia, ottenendo comunque un grandissimo consenso di pubblico. Se da una parte, la critica accolse in modo scettico l’opera, dall'altra gli spettatori lo amarono sin da subito. Poveri ma belli segnò infatti il confine nel passaggio tra il neorealismo e la commedia all’italiana, che mirava invece allo svago, al divertimento e alla leggerezza.
Il grande successo fu merito anche del cast composto da giovani attori, che divennero dopo il film dei divi: Renato Salvatori, Maurizio Arena, Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro.









Le vicende narrate sono molto semplici e, forse proprio per questo, capaci di creare condivisione nello spettatore di un tempo: due amici d’infanzia che entrano in competizione per una donna.
I due protagonisti sono Romolo e Salvatore, due ragazzi che vivono in uno dei più antichi rioni di Roma. I due sono dei bulli un po’ spacconi che amano divertirsi, uscire e corteggiare le ragazze invece di dedicarsi al lavoro. 







Il fascino intramontabile di Poveri ma belli, è nel mostrare la società degli anni Cinquanta. Come si divertivano, vestivano e comportavano i ragazzi di un tempo: le prime vespe, le feste in spiaggia o sulle terrazze dei genitori. Una immagine schietta non solo di Roma ma dell’Italia di quegli anni, appena uscita dalla guerra, dove si cercava di guardare avanti e si facevano enormi sacrifici economici per arrivare al giorno dopo.










L’Italia dove i ragazzi erano dei Don Giovanni, mai eccessivi, che architettavano una miriade di trucchi nel tentativo, alcune volte anche goffo, di conquistare le loro amate. Le ragazze, dall’altra parte, erano ribelli, svampite e sognatrici, si vestivano con abiti alla moda e indossavano i primi bikini.
Oggi la società è irrimediabilmente cambiata, e se per certi aspetti è un bene, dall’altro c'è qualcosa da rimpiangere.

lunedì 12 novembre 2012

I Forti di Roma







I Forti di Roma sono diciotto strutture difensive (quindici forti e tre batterie) che compongono il campo trincerato di Roma, costruito tra il 1877 e il 1891 dal neo-nato Stato Italiano per difendere la nuova capitale dalla minaccia di un eventuale attacco francese. Questa cintura di difesa si estende per circa quaranta chilometri intorno all’urbe, ad una distanza dal centro di circa sei chilometri. Ogni forte era posto in una posizione strategica, spesso in corrispondenza delle principali arterie di scorrimento viario (da cui molti prendono il nome) e mediamente alla stessa distanza uno dall’altro.



Forte Prenestino visto dal satellite



Nonostante all’epoca sorgessero in aperta campagna, al giorno d’oggi l’intero complesso è stato totalmente inglobato nel processo di espansione della città; sfortunatamente tali strutture sono state escluse da processi di riconfigurazione e riqualificazione urbana. Alcuni forti sono ancora di proprietà demaniale ed utilizzati dal Ministero della Difesa, ma la maggior parte è inutilizzata e versa in stato di abbandono e degrado. Il Forte Prenestino è l’unico caso, tra le strutture che compongono il campo trincerato, ad essere stato rifunzionalizzato e reso fruibile ai cittadini come Centro Sociale Occupato Autogestito.



 

venerdì 9 novembre 2012

La tomba " der fornaro "






Chi ha detto che solo papi, imperatori e condottieri possano vantare un famoso monumento funebre nelle strade di Roma? Se vi capita di passare dalle parti di Porta Maggiore prestate attenzione all’insolita tomba di un fornaio.

Secondo la leggenda si trattava di un mercante ricco e spaccone, un tal di nome Eurisace, che impose il suo discutibile gusto (richiese espressamente elementi architettonici che ricordassero gli attrezzi del suo mestiere) all’architetto cui aveva commissionato la tomba.

A quei tempi, però, il livello artistico era altissimo e l’architetto riuscì a rendere un progetto nato per l’insuccesso un’opera d’arte.
Lo scultore optò per un motivo modesto, creando un effetto contemporaneamente grandioso e armonioso. Scelse come tema del suo lavoro uno staio di grano di forma cilindrica che dispose sapientemente ora orizzontalmente ora verticalmente. In alto si può ammirare un bassorilievo che descrive le varie fasi della lavorazione del pane.
Grazie a questo piccolo capolavoro un fornaio giace immortale nel cuore della città eterna.



giovedì 8 novembre 2012

Luciano Re Cecconi









Roma, 18 gennaio 1977.
Quella sera di gennaio Luciano è in compagnia di Pietro Ghedin e Rossi Renzo. I tre incrociano Garlaschelli e lo invitano ad unirsi a loro per una serata a cena fuori. L'ala declina l'invito e va via. Anche Rossi deve sganciarsi per fare delle commissioni. Re Cecconi e Ghedin vanno da un loro amico comune, Giorgio Fraticcioli (titolare di una profumeria), per passare un po' di tempo scambiando due chiacchiere. Il negoziante li invita ad accompagnarlo da un cliente a cui deve consegnare dei flaconi in una gioielleria di via Nitti a Roma, nel quartiere Flaminio. I tre entrano poco prima dell'orario di chiusura, intorno alle 19,30. Il carattere estroverso di Luciano gli suggerisce uno scherzo che si rivelerà tragico anche perchè il clima sociale del periodo non è certo dei migliori. All'ingresso si presenta col bavero alzato esclamando: "Fermi tutti questa è una rapina". Il gioielliere, Bruno Tabocchini, non lo riconosce anche perchè Re Cecconi ha il volto parzialmente coperto e tiene una mano in tasca simulando una pistola. Il calciatore è così scambiato per un rapinatore ed il gioielliere estrae una pistola che teneva in negozio perchè già vittima di diverse rapine e spara immediatamente.






 Re Cecconi, colpito in pieno, cade mormorando: "Era uno scherzo, era solo uno scherzo". Ghedin fa in tempo ad alzare le mani e farsi riconoscere. Poi si gira verso il compagno dicendogli di alzarsi chè lo scherzo è terminato, ma si accorge del sangue che esce dal torace del compagno. Il dramma è compiuto. Qualcuno ferma una pattuglia della polizia che, a sirene spiegate, lo porterà al San Giacomo dove arriverà ormai morto. Sono circa le 20 e neanche mezz'ora dopo l'atroce fatto, il calciatore muore lasciando nel dolore non solo la tifoseria laziale, da cui era adorato, ma l'intero modo sportivo italiano. Luciano lasciava così, a soli 28 anni appena compiuti, l'adorata moglie Cesarina ed il figlio Stefano di due anni (Francesca nascerà dopo pochi mesi). La notizia si sparge in un'attimo. Accorrono i compagni di squadra ed il presidente Umberto Lenzini pietrificati dal dolore. Felice Pulici è l'unico a vederlo all'obitorio, nudo con un piccolo foro del proiettile che gli è penetrato nel cuore. Gli altri non ce la fanno. Ghedin è in preda alle convulsioni in stato di shock. Solo dopo ore riuscirà a fare una deposizione alle autorità giudiziarie raccontando i fatti. Tabocchini venne arrestato ed accusato per "eccesso colposo di legittima difesa". Processato per direttissima 18 giorni dopo, venne assolto per "aver sparato per legittima difesa putativa". Per una delle tante ironie del destino che spesso gioca beffardamente con la vita, Luciano Re Cecconi era uno dei pochi, se non l'unico giocatore della rosa laziale del tempo, a non possedere un'arma da fuoco. I funerali si svolsero presso la basilica romana di San Pietro e Paolo all'EUR a cui prese parte una gran folla. Le sue spoglie vennero poi tumulate nel cimitero di Nerviano. Il 30 gennaio 1977, alla ripresa del campionato, la Lazio è di scena a Cesena e nel minuto di raccoglimento decretato dall'arbitro Agnolin, un trombettiere solitario intona il silenzio dalla curva locale in uno stadio che rimane immobile per la commozione.



venerdì 2 novembre 2012

Le Campane di Roma









Con le sue 400 chiese (di cui 48 con il titolo di basilica), a Roma le campane non mancano - ma, grazie ad una disposizione ecclesiastica che ne vieta l’uso prima delle sette del mattino, il sonno è salvo - . In passato, quando la città era meno rumorosa e il termine ‘inquinamento acustico’ era di là da venir coniato, le campane erano la colonna sonora della vita di ogni giorno. Erano anche il mezzo più rapido e diffuso per comunicare eventi più o meno fausti: elezioni e morti di papi, chiamata alle armi per difendere la città in caso di invasione nemica, pestilenze. La gente ne riconosceva la ‘voce’ e, con essa, la mano del campanaro. I romani affibbiavano connotazioni evocative ai timbri delle diverse campane: la campana grande di Santa Maria Maggiore, ad esempio, sembrava loro che annunciasse un gustoso piatto ad ogni tiro di corda: "avemo fatto li facioli, avemo fatto li facioli".


Santa Maria Maggiore


Affamato interveniva il campanone di San Giovanni: "co’ che? co’ che?". Rispondeva una campanella della vicina Santa Croce in Gerusalemme: "co’ le cotichelle, co’ le cotichelle". E l’immaginazione si scatenava sempre in campo mangereccio, data la fame cronica del popolo. Non si salvava dunque la campana di Santa Maria in Trastevere, il cui scampanio era interpretato come se la campana domandasse: "’ndò se magna la pulenta ? ‘ndò se magna la pulenta?" E il campanone di San Pietro rispondeva col suo vocione: "in Borgo, in Borgo, in Borgo".


San Pietro


E passiamo ai campanili. Tra loro (tanti quante le chiese), il record del più piccolo lo detiene quello della chiesetta di San Benedetto in Piscinula a Trastevere, che deve il suo nome all’antica piscina di una ‘domus’ romana che sorgeva sul posto. Campana e campanile risalgono al 1069 e scamparono miracolosamente al sacco di Roberto il Guiscardo che razziò tutte le campane di Roma. Il più antico di tutti, di cui si abbia notizia, è quello della prima basilica di San Pietro, poi demolito: fu eretto nel 752 e rifatto nel tredicesimo secolo. Tra i superstiti, antichissimo quello a torre della chiesa dei Santi Quattro Coronati, del XII secolo.
Tornando alle campane, non si può tacere della Patarina, la celebre campana della torre che svetta sul Campidoglio. Fu tolta ai viterbesi nel corso del Medioevo. E’ per eccellenza la campana civica e ancora oggi fa sentire la sua voce nelle più solenni occasioni laiche: il Natale di Roma e l’elezione del sindaco.


Campidoglio

mercoledì 31 ottobre 2012

Q. VIII. Tuscolano




Porta Furba




Superficie: 715,72 ha.

Confini attuali: porta S. Giovanni (esclusa), mura urbane, porta Maggiore (esclusa), piazzale Labicano, via Casilina, via di Centocelle, via dell’Aeroporto, via del Quadraro, via Appia Nuova, piazza C. Cantù, piazza dell’Alberone, piazza di Ponte Lungo, piazza dei Re di Roma, piazzale Appio, porta S. Giovanni (esclusa).
Origine del nome: il toponimo deriva dall’antica città di Tusculum (l’attuale Frascati) alla quale si giungeva per mezzo della via Tusculana, di origini medievali.

Storia: osservando il Tuscolano oggi, ad altissima densità di popolazione e speculazione edilizia, è interessante confrontare le descrizioni contenute nei libri degli anni ‘40, quando il quartiere si mostrava ancora rado di popolazione e di abitazioni. Si sognava di corredare la via Tuscolana di casette recinte da orti e da giardini, che avrebbero dovuto costituire la deliziosa catena che congiungeva l’Urbe ai suoi sobborghi naturali: i Castelli. Si auspicava la creazione di una zona salubre e ridente, importante economicamente e redditizia per il mercato romano, ricca di orti e di allevamenti familiari. Nel 1936 il Tuscolano arrivava appena a Porta Furba dove si trovavano poche costruzioni rurali in aperta campagna. Tuttavia, già nel 1942, abbandonato quel sapore soave di una zona rurale, le vigne cominciavano a piegarsi all’ondata delle aree costruibili, soprattutto nel primo tratto della Tuscolana. Già in quegli anni al quartiere Tuscolano si assegnava l’epiteto di “umile” in contrapposizione al “luminoso” dei Parioli, quasi in previsione di uno sviluppo disordinato che avrebbe poi caratterizzato gli anni successivi. A seguito dell’urbanizzazione della zona si sono create condizioni di invivibilità ed è aumentata l’insoddisfazione degli urbanisti per un tessuto edilizio compatto, un vero e proprio agglomerato con punte di altissima densità.



Palazzi della INA Case al Quadraro





Don Bosco


Oggi la ripetitività dei moduli delle facciate rende “disumani” i grandi assi viari, fiancheggiati dal monotono anonimato degli edifici, spersonalizzati e privi di elementi decorativi. Si tratta di una urbanistica casuale e frettolosa, basata sulla speculazione edilizia, con scarsi spazi liberi, poche aree previste per i servizi di quartiere e con aree verdi, a parte il grandissimo parco dell'acquedotto Claudio,  praticamente inesistenti.

lunedì 29 ottobre 2012

La Galleria Prospettica del Borromini




Galleria Prospettica



Uno degli aspetti dello stile Barocco era quello di stupire, di ingannare gli occhi, di coinvolgere lo spettatore con effetti decorativi e di movimento.
Quello di cui questa volta voglio parlarvi riguarda un corridoio veramente particolare della prima metà del 1600, opera del grande ed estroso architetto Francesco Borromini, e che si trova all'interno di Palazzo Spada. 
 
 
Francesco Borromini
 
 
 
Qui si trova un'importante raccolta di pitture, sopratutto del 1700, sculture e arredi antichi, e l'ingresso costa molto poco...ma in realtà per vedere la famosa Galleria  Prospettica non è necessario neppure entrare nella pinacoteca e pagare il biglietto, basta semplicemente accedere negli orari di apertura della galleria all'ingresso del palazzo, a piazza Capo di Ferro 13.
 
 
 
Palazzo Spada
 



L'incredibile di questa galleria è un formidabile gioco prospettico inventato dal Borromini. Sembra lunga circa 30 metri, in realtà ne misura appena 8.
Per operare l'inganno per l'occhio, tutta l'architettura della galleria concorre con una precisione scientifica a creare l'illusione: il soffitto si abbassa , le pareti si avvicinano, i disegni geometrici sul pavimento si deformano, le colonne digradano e si abbassano gradualmente di più di 3 metri! Persino la "grande" statua di Marte in fondo alla galleria, in realtà è una statuetta...di appena 60 cm....
 
 
 
 
 

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"