martedì 27 dicembre 2011

Il quartiere Coppedè



Se vi capita di passare tra via Tagliamento e piazza Buenos Aires non potete non fare caso agli edifici che ci stanno intorno, al clima surreale nel quale si è improvvisamente immersi. Eppure basta alzare lo sguardo per confondersi tra torri simil-medievali, stemmi barocchi, decorazioni dal sapore retrò. La suggestiva area è situata alle porte del centro, ad impreziosire una delle zone più eleganti della Capitale e, allo stesso tempo, ad interromperne l’ordinarietà del regolamento edilizio. Diciassette villini e ventisei palazzine  vanno a costituire il Quartiere Coppedè, dal nome dell’architetto-scultore fiorentino Gino Coppedè che, scelto dai finanzieri Cerruti della società «Edilizia Moderna», lo realizzò tra il 1913 ed il 1921. La lunga interruzione dei lavori durante la I Guerra Mondiale e la morte dell’architetto nel 1927 non permisero la portata a compimento del progetto originario, che prevedeva la costruzione di un vero e proprio quartiere e che, rimasto dunque incompiuto, si presenta come un piccolo angolo suggestivo che richiama con la sua varietà di stili più di un’epoca storica.

 
Il Quartiere si apre trionfalmente con il maestoso e a tratti cupo arco d’ingresso che unisce due palazzi e dove simbologie ed elementi propri di Rinascimento, Gotico e Barocco si fondono insieme e danno vita ad una sorta di sospensione temporale. A mettere ulteriormente in discussione il senso del tempo e della realtà, un enorme lampadario in ferro battuto posto proprio sotto l’arco. Due torri riccamente decorate a fregi, statue e balaustre sormontano l’arco. Sopra la torre di destra si ammira un’edicola sacra che ospita un’immagine non riconducibile all’iconografia cristiana classica: una Madonna con Bambino il quale non si rivolge alla Madre bensì ad un ideale passante, come una sorta di benvenuto. 




 Proseguendo lungo via Brenta si arriva al fulcro del quartiere: Piazza  Mincio. Proprio nel centro della piazza, nel 1924, era stata installata la Fontana delle Rane – nota l’immagine che vede i Beatles farvi il bagno vestiti dopo il concerto tenuto nella vicina discoteca Piper – posizionata in maniera tale che da essa si potessero ammirare il suddetto lampadario ed il Villino delle Fate, altro elemento caratteristico del complesso edilizio. Le vasche della fontana sono popolate, appunto, da rane: quattro nella conca inferiore, che versano l’acqua nelle conchiglie sorrette dalle quattro coppie di figure, ed altre otto che, sul bordo della conca superiore, sembrano star per saltare verso lo zampillo centrale. In questa atmosfera di fanciullesca fantasia ricca di reminescenze classiche, l’artista non dimentica il personale tributo alla città che lo ospita e all’arte che l’ha resa grande. Così l’ape sul bordo della vasca non è che un richiamo affettuoso e riconoscente alla Fontana delle Api del Bernini.
Tra le altre costruzioni più famose spiccano il già citato Villino delle Fate e l’Ambasciata Russa.
 
Il Villino delle Fate, fiabesca costruzione delimitata da una raffinatissima cancellatura in legno e ferro battuto, mostra uno spazio architettonico ritmato da loggiati irregolari, scalinate, archi e tettoie. Le pareti presentano numerose e diversificate decorazioni i cui soggetti spaziano tra campi di fiori ed immagini urbane, tra storie tipicamente medievali e figure geometriche. Promiscui anche i materiali usati per la costruzione del paramento esterno: laterizio, marmo, vetro, terracotta, travertino. La vegetazione circostante fatta di cespugli, palme ed alberi ad alto fusto, insieme ai colonnati e ai capitelli, crea dei suggestivi effetti luce-ombra che contribuiscono a conferire al luogo un’atmosfera decisamente surreale.
L’ambasciata russa, pregevole villino turrito con ampio loggiato, ha in sé elementi neoclassici, medievali e cristiani accostati con apparente incongruità. Il fregio è decorato con immagini tipiche della Grecia antica mentre il tetto è sorretto, a mo’ di grondaia, da grosse statue raffiguranti animali. In un angolo della torre è posta invece un’edicola sacra, talmente in alto da non essere quasi visibile.
L’estro creativo dell’artista lascia ampie tracce in tutta la zona, con il suo pastiche di stili ed il suo Liberty improprio. Improprio perchè si ispira sì alla Natura imitandone le figure con il chiaro scopo di abbellire e nobilitare le abitazioni ma, allo stesso tempo, mette insieme in maniera ridondante i tratti più peculiari delle varie epoche artistiche. Comunque, pur ricondotto sotto la più vasta terminologia di Neoeclettismo, lo stile di Coppedè non ha in realtà precedenti né, finora, successori.
La magia neogotica evocata dagli edifici ed il notturno aspetto spettrale hanno ispirato più di una pellicola. Ricostruito fedelmente nella scenografia di “Cabiria” (Pastrone, 1914), il quartiere Coppedè ha decisamente ammaliato il regista horror Dario Argento che lo renderà la location di due tra i suoi più famosi lungometraggi: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di cristallo”.
Ad infittire l’inquietudine ed il mistero intorno al luogo, lo strano suicidio dell’architetto, che muore a soli cinquant’anni lasciando molti lavori incompiuti e in odore di quel satanismo che, per qualche scuola di pensiero, è diventato la chiave di lettura di molti dei suoi eccentrici lavori.

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