sabato 31 dicembre 2011

Mister Ok



È un evento unico quello che si tramanda a Roma ormai da più di 50 anni il giorno di Capodanno. Dopo la grande festa e l’abbuffata del veglione, l’anno nuovo inizia con un virtuoso atto di coraggio. Anche quest’anno, il primo spettacolo dell’anno capitolino sarà l’emozionante tuffo nelle acque gelide e vorticose del Tevere.
L’appuntamento nacque per merito di Rick De Sonay, il belga che per gioco inaugurò la tradizione. 

Rick De Sonay in arte Mister Ok


Classe 1899, De Sonay giunse a Roma nel 1945 ed iniziò a tuffarsi nel Tevere nel 1946, festeggiando così il suo compleanno. Fu soprannominato Mister ok in virtù del caratteristico verso che rivolgeva agli entusiasti spettatori dopo ogni tuffo, che eseguiva portando un cilindro in testa.
Dopo De Sonay, la tradizione è stata continuata da vari coraggiosi tra cui Spartaco Bandini, Marco Fois e Aldo Corrieri. Per ultimo, tutt’ora “in carica”, il cinquantasettenne Maurizio Palmulli, bagnino di Castel Fusano che ripete il gesto ormai da più di 20 anni. Divenuto ormai un vero e proprio cult, l’appuntamento è un must di capodanno per tantissimi romani e turisti, che scelgono il curioso evento tra i molti presenti nel paragrafo “Da non perdere” dei pacchetti turistici di fine anno.

La figura di Mister Ok è stata addirittura utilizzata come comparsa cinematografica, all’interno del film di Dino Risi del 1968 “Straziami, ma di baci saziami”. Marino, interpretato da Nino Manfredi, decide di suicidarsi per amore gettandosi nel Tevere, ma viene salvato all’ultimo momento dal provvidenziale intervento Mister Ok.

L’evento è ormai divenuto un rituale di buon auspicio noto anche a livello mondiale. Media internazionali come l’agenzia americana CBS e la britannica BBC rispettano puntualmente da anni l’appuntamento, dandone l’annuncio durante il notiziario del primo giorno dell’anno.

Ponte_CavourIl luogo sarà ancora una volta uno dei ponti più belli della capitale, Ponte Cavour. A mezzogiorno, sincronizzato con lo sparo del cannone del Gianicolo, l’aitante Maurizio anche quest’anno ripeterà l’evoluzione da un’altezza di 16 metri, utilizzando come trampolino la balaustra di marmo che delimita i lati del ponte. Negli ultimi 21 anni, mai una volta Maurizio ha mancato l’appuntamento con il tuffo più famoso della capitale. E anche il prossimo 1 gennaio, per la 22esima volta, rispetterà il rituale.

Li sotto ad attenderlo ci sarà il biondo Tevere, che scorrendo gelido accoglierà il suo ingresso in acqua. Il tuffo, oltre che essere un gesto virtuoso è a tutti gli effetti un atto di coraggio. Infatti, nel punto dell’ingresso in acqua, il fiume è melmoso, scorre vorticoso e ha un’altezza non troppo elevata (circa 4 metri). Inoltre, la temperatura media dell’acqua il giorno di capodanno è di 5 gradi centigradi, solo qualche grado in più di un lago ghiacciato della Lapponia. Per questo a sorvegliare l’esito del tuffo ci saranno i sommozzatori del 115 pronti ad intervenire. L’evento è ormai avallato e promosso anche dalle istituzioni della capitale, che partecipano con la stampa e con la televisione.

Quello che si risolve in pochi secondi e con un lungo applauso è un gesto circondato da una vena di romanticismo ed idealismo. Infatti, Palmulli conobbe De Sonay da bambino sul pontile di Ostia e quando morì prese come un rigido obbligo morale la prosecuzione della tradizione, riuscendo alla fine a diventare Mister Ok.

venerdì 30 dicembre 2011

Festa de Noantri

Festa de Noantri 2011 a Trastevere
 
 
L'evento, dedicato ai trasteverini, cosiddetti noantri è in opposizione ai voantri, gli abitanti degli altri quartieri. I festeggiamenti prendono il via il primo sabato dopo ogni 16 luglio, data che caratterizza e dà significato alla ricorrenza: in quel giorno nel 1535 avvenne un fatto che fece gridare al miracolo.

Dopo una furiosa tempesta fu trovata alla foce del Tevere, all'altezza di Fiumicino, una statua in legno di cedro raffigurante la Madonna che giaceva in una cassa di legno. I marinai, autori del ritrovamento, consegnarono la vergine lignea ai frati carmelitani della basilica di San Crisogono che riconobbero nella scultura il simbolo del loro ordine. 
 
 
 La Vergine del carmine, o Madonna fumarola come venne poi soprannominata, fu considerata da quel momento la protettrice dei trasteverini e custodita all'interno di un oratorio fatto costruire appositamente da Scipione Borghese, edificio che fu poi demolito nel 1890 per l' apertura di viale del Re, poi divenuto viale Trastevere. La statua traslocò ancora due volte, prima nella chiesa di San Giovanni dei Genovesi (dove rimase per qualche decennio) e poi nella chiesa di Sant'Agata nella quale si trova ancora oggi. Da quest'ultima la statua esce solo una volta l'anno: il primo sabato dopo il 16 luglio appunto, ornata con i gioielli donati dai fedeli e vestita con abiti sfarzosi, attraversa le strade del rione sulle spalle dei cosiddetti "portatori" e raggiunge la chiesa di San Crisogono, sua prima casa, dove rimane per otto giorni per celebrare l'ottovario di adorazione.



Fin dai primi anni Venti alla commemorazione religiosa si sono aggiunti spettacoli teatrali e musicali insieme ad altri intrattenimenti tipici della Festa de' noantri. Il pubblico partecipa gratuitamente a tutti gli eventi in programma in piazza Santa Maria in Trastevere dove si tengono concerti di musica popolare e stornelli. Non mancano esibizioni teatrali e spettacoli per bambini. Gli eventi organizzati si distribuiscono in tutto il rione interessando non solo la piazza principale ma anche piazza di San cosimato, via della Renella, piazza dei Mercanti, piazza Trilussa e via della Penitenza.



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martedì 27 dicembre 2011

Il quartiere Coppedè



Se vi capita di passare tra via Tagliamento e piazza Buenos Aires non potete non fare caso agli edifici che ci stanno intorno, al clima surreale nel quale si è improvvisamente immersi. Eppure basta alzare lo sguardo per confondersi tra torri simil-medievali, stemmi barocchi, decorazioni dal sapore retrò. La suggestiva area è situata alle porte del centro, ad impreziosire una delle zone più eleganti della Capitale e, allo stesso tempo, ad interromperne l’ordinarietà del regolamento edilizio. Diciassette villini e ventisei palazzine  vanno a costituire il Quartiere Coppedè, dal nome dell’architetto-scultore fiorentino Gino Coppedè che, scelto dai finanzieri Cerruti della società «Edilizia Moderna», lo realizzò tra il 1913 ed il 1921. La lunga interruzione dei lavori durante la I Guerra Mondiale e la morte dell’architetto nel 1927 non permisero la portata a compimento del progetto originario, che prevedeva la costruzione di un vero e proprio quartiere e che, rimasto dunque incompiuto, si presenta come un piccolo angolo suggestivo che richiama con la sua varietà di stili più di un’epoca storica.

 
Il Quartiere si apre trionfalmente con il maestoso e a tratti cupo arco d’ingresso che unisce due palazzi e dove simbologie ed elementi propri di Rinascimento, Gotico e Barocco si fondono insieme e danno vita ad una sorta di sospensione temporale. A mettere ulteriormente in discussione il senso del tempo e della realtà, un enorme lampadario in ferro battuto posto proprio sotto l’arco. Due torri riccamente decorate a fregi, statue e balaustre sormontano l’arco. Sopra la torre di destra si ammira un’edicola sacra che ospita un’immagine non riconducibile all’iconografia cristiana classica: una Madonna con Bambino il quale non si rivolge alla Madre bensì ad un ideale passante, come una sorta di benvenuto. 




 Proseguendo lungo via Brenta si arriva al fulcro del quartiere: Piazza  Mincio. Proprio nel centro della piazza, nel 1924, era stata installata la Fontana delle Rane – nota l’immagine che vede i Beatles farvi il bagno vestiti dopo il concerto tenuto nella vicina discoteca Piper – posizionata in maniera tale che da essa si potessero ammirare il suddetto lampadario ed il Villino delle Fate, altro elemento caratteristico del complesso edilizio. Le vasche della fontana sono popolate, appunto, da rane: quattro nella conca inferiore, che versano l’acqua nelle conchiglie sorrette dalle quattro coppie di figure, ed altre otto che, sul bordo della conca superiore, sembrano star per saltare verso lo zampillo centrale. In questa atmosfera di fanciullesca fantasia ricca di reminescenze classiche, l’artista non dimentica il personale tributo alla città che lo ospita e all’arte che l’ha resa grande. Così l’ape sul bordo della vasca non è che un richiamo affettuoso e riconoscente alla Fontana delle Api del Bernini.
Tra le altre costruzioni più famose spiccano il già citato Villino delle Fate e l’Ambasciata Russa.
 
Il Villino delle Fate, fiabesca costruzione delimitata da una raffinatissima cancellatura in legno e ferro battuto, mostra uno spazio architettonico ritmato da loggiati irregolari, scalinate, archi e tettoie. Le pareti presentano numerose e diversificate decorazioni i cui soggetti spaziano tra campi di fiori ed immagini urbane, tra storie tipicamente medievali e figure geometriche. Promiscui anche i materiali usati per la costruzione del paramento esterno: laterizio, marmo, vetro, terracotta, travertino. La vegetazione circostante fatta di cespugli, palme ed alberi ad alto fusto, insieme ai colonnati e ai capitelli, crea dei suggestivi effetti luce-ombra che contribuiscono a conferire al luogo un’atmosfera decisamente surreale.
L’ambasciata russa, pregevole villino turrito con ampio loggiato, ha in sé elementi neoclassici, medievali e cristiani accostati con apparente incongruità. Il fregio è decorato con immagini tipiche della Grecia antica mentre il tetto è sorretto, a mo’ di grondaia, da grosse statue raffiguranti animali. In un angolo della torre è posta invece un’edicola sacra, talmente in alto da non essere quasi visibile.
L’estro creativo dell’artista lascia ampie tracce in tutta la zona, con il suo pastiche di stili ed il suo Liberty improprio. Improprio perchè si ispira sì alla Natura imitandone le figure con il chiaro scopo di abbellire e nobilitare le abitazioni ma, allo stesso tempo, mette insieme in maniera ridondante i tratti più peculiari delle varie epoche artistiche. Comunque, pur ricondotto sotto la più vasta terminologia di Neoeclettismo, lo stile di Coppedè non ha in realtà precedenti né, finora, successori.
La magia neogotica evocata dagli edifici ed il notturno aspetto spettrale hanno ispirato più di una pellicola. Ricostruito fedelmente nella scenografia di “Cabiria” (Pastrone, 1914), il quartiere Coppedè ha decisamente ammaliato il regista horror Dario Argento che lo renderà la location di due tra i suoi più famosi lungometraggi: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di cristallo”.
Ad infittire l’inquietudine ed il mistero intorno al luogo, lo strano suicidio dell’architetto, che muore a soli cinquant’anni lasciando molti lavori incompiuti e in odore di quel satanismo che, per qualche scuola di pensiero, è diventato la chiave di lettura di molti dei suoi eccentrici lavori.

venerdì 23 dicembre 2011

Il vero Marchese del Grillo

Onofrio del Grillo
 

Onofrio del Grillo (Fabriano, 5 maggio 1714 – Fabriano, 6 gennaio 1787), marchese di nascita, fu sediario pontificio, cameriere segreto di spada e cappa di Sua Santità e Guardia Nobile. Nativo di Fabriano, si trasferì a Roma dove, divenuto ricchissimo in seguito a un'eredità, entrò nella Corte Pontificia e vi divenne celebre per il suo carattere eccentrico. Le sue gesta e la fama dei suoi colossali scherzi si diffusero in tutta Roma e furono notevolmente ampliate dalla voce popolare che probabilmente fuse episodi attribuibili a diversi membri della famiglia.
Sulla figura del Marchese del Grillo fiorì già nel XIX secolo una corona di aneddoti sulla cui autenticità è doveroso dubitare: alcuni racconti popolari romani narrano di un importante aristocratico, amante dello scherzo e della burla, appartenuto alla nobile casata del Grillo, ma è difficile connotare questi racconti di una veridicità storica. La nobile casata del Grillo comunque rappresentava una delle famiglie aristocratiche più in vista della città: il palazzo nobiliare appartenuto alla casata si erge ancora nella strada che dalla famiglia ha preso il nome, Salita del Grillo, ed è collocato in una delle zone più centrali di Roma, tra il colle Quirinale e via Cavour, a ridosso dei Fori Imperiali. Numerosi cronisti dell’epoca descrivono questo personaggio che, dall'alto della sua ricchezza e potenza, architettava scherzi con squisita arte ironica, ribelle ad ogni regola. In modo particolare si divertiva a sconvolgere con le sue beffe il quieto vivere di Roma, beffe spesso ai danni di gente potente, o superba, acquiescente o privilegiata, o verso gli ebrei, secondo la leggendaria e clamorosa antipatia del Marchese del Grillo per "li giudèi".
L'identificazione del personaggio leggendario, la cui fortuna giunse sugli schermi cinematografici grazie all'interpretazione di Alberto Sordi (Il marchese del Grillo di Mario Monicelli,1981), con Onofrio del Grillo  è da ritenersi dubbia, anche se comunque probabile. 


Alberto Sordi

Quello che è stato definito l’ultimo e più stravagante dei feudatari romani, si ritirò in età avanzata nella città natale, dove trascorse gli ultimi anni. La sua salma riposa nella Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini a Roma. 

Basilica San Giovanni Battista dei Fiorentini

domenica 18 dicembre 2011

La scomparsa di Emanuela Orlandi



Spari' un mercoledi' sera, il 22 giugno del 1983, dopo la lezione di flauto. Da allora su Emanuela Orlandi e' stato detto di tutto. Che e' morta in quei giorni per uno strano incidente, che e' stata portata in Medio Oriente, che non e' stata affatto rapita ma si e' allontanata volontariamente. E poi altri piccoli misteri contraddittori: un ragazzo, forse uno della scorta del Papa, che l'andava a prendere sotto casa, un'auto blu, un poliziotto che vede il rapimento, un rapporto del Sisde sparito. Certo e' che il giudice Adele Rando sta tentando da anni di ottenere una rogatoria internazionale per interrogare alti prelati perche' c'e' qualcosa che non quadra in questa lunga scomparsa. Quasi esattamente due anni prima del rapimento di Emanuela Orlandi, nel giugno dell'81, il Papa scampo' miracolosamente a un attentato. 




E' possibile che i due episodi siano in qualche modo legati fra loro? Sta cercando di stabilirlo da molto tempo un altro giudice romano, Rosario Priore. Ha interrogato a lungo Ercole Orlandi, il padre di Emanuela. Chi sostiene che attentato e scomparsa della ragazza siano frutto di uno stesso progetto e' da sempre Oral Celik, ex terrorista turco, legato ai "lupi grigi" che rivendicarono il tentativo di uccidere il Papa. Piu’ volte ha dichiarato che Emanuela e’ viva,  ha due figli, non uno, ed e’ nascosta in Sudamerica, sotto altissima protezione. Ma c'e' di piu'. Ci sono testimoni (un poliziotto e un vigile, di servizio quella sera in via della Dataria) convinti che l'uomo visto l'ultima volta con la giovane Orlandi fosse proprio lui, Celik. L'uomo che l'ha fatta salire sulla misteriosa auto blu. Non a forza, ma consenziente, da vecchi amici. Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un'altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. 




E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell'Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. E nel comunicato n.20 dell'84 i "lupi grigi" ammettono di avere in mano sia Emanuela che Mirella. Ma c'e' di piu'. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa. E' uno di questi. Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa. Era amico di tutte e due? Il mistero continua. Probabilmente per sempre.



lunedì 12 dicembre 2011

La notte delle Streghe a San Giovanni



Una delle feste religiose e profane più sentite a Roma era quella di San Giovanni patrono della città, il 24 giugno, durante la quale non mancava occasione di baldorie  e scherzi di ogni tipo. La festa cominciava la notte della vigilia, la cosiddetta “notte delle streghe”, durante la quale la tradizione voleva che le streghe andassero in giro a catturare le anime.
Era credenza popolare, infatti, che la notte di San Giovanni, infatti, i fantasmi di Erodiade e di sua figlia Salomè che avevano fatto decapitare il Battista e per questo condannate a vagare per il mondo su una scopa per espiare la colpa, chiamassero a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano.
La gente partiva da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e si concentrava a San Giovanni in Laterano per pregare il santo e a mangiare le lumache nelle osterie e nelle baracche appositamente predisposte per la festa. Le lumache erano un piatto di prammatica, perché la tradizione voleva “ tante lumache, tante corna per le streghe”.



Tutti i partecipanti, prima di uscire di casa per andare in Piazza San Giovanni, provvedevano a rovesciare sull’uscio di casa una manciata di sale grosso ed a porvi vicino una scopetta di saggina: questo per non far entrare le streghe in casa poiché, essendo degli esseri estremamente curiosi, oltre che dispettosi, esse si sarebbero fermate sull’uscio a contare i grani di sale ed i fili di saggina. Così facendo, però, avrebbero perso ore preziose e sarebbero state sorprese, all’alba, dai raggi del sole, che le avrebbe dissolte, essendo loro degli esseri notturni.
La partecipazione popolare era massiccia, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto si doveva far rumore con trombe, trombette, campanacci , tamburelli e petardi di ogni tipo. Con questi rumori assordanti, secondo l’antica usanza, si potevano impaurire ed allontanare gli spiriti del male e le streghe, affinché non potessero cogliere certe erbe che sbocciate e colte in quella notte costituivano la materia prima per i loro incantesimi.
In questa atmosfera festaiola, caratterizzata da allegria sfrenata, erano inevitabili le risse, provocate dai più attaccabrighe, e alla fine finiva sempre per scapparci qualche coltellata.
La festa si concludeva all'alba quando il papa, dopo lo sparo del cannone di Castello, si recava a San Giovanni per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche, dopo la quale dalla loggia della basilica gettava monete d'oro e argento: il lancio, ovviamente, scatenava la folla presente.
Nell’ambito dei festeggiamenti, dal 1891 venne organizzato annualmente, proprio durante quella particolare notte, un festival della canzone romana in seguito tramontato; dopo un lungo periodo di silenzio, dal 1991 il Festival è ripreso nell'ambito della Festa de' Noantri, mentre la tradizionale festa di San Giovanni ha perso praticamente del tutto l'antica importanza.

venerdì 9 dicembre 2011

Il Crocifisso di San Marcello al corso




Nella chiesa di San Marcello al Corso c'è un Crocifisso di legno scuro del XIV secolo, di scuola senese.
E' un'artistica scultura "coperta di polvere d'oro", assai eloquente nella sua maestà, e ritenuta dagli studiosi come il più realistico esemplare di crocifissione di tutta Roma, a tal punto che ha dato origine ad una curiosa diceria: l'anonimo autore, per ritrarre col massimo realismo il trapasso di Gesù, avrebbe ucciso nel sonno un carbonaio. E mentre il poveraccio spirava, avrebbe abbozzato velocemente la figura del morente per poi intagliarla nel legno. 


Questa lugubre tradizione, contrasta però con le molte storie di miracoli attribuiti dai romani al crocifisso stesso: la prima risale al 1519, quando nella notte tra il 22 e il 23 maggio un violento incendio ridusse in cenere la chiesa di San Marcello. All'alba, alla gente accorsa sul posto, apparve una scena di grande desolazione: tutto era ridotto in macerie fumanti. Ma il Crocifisso era rimasto provvidenzialmente intatto, e continuava a pendere sull'altare maggiore, illuminato dalla lampada ad olio che, pure accartocciata dalle fiamme, ancora bruciava ai suoi piedi.
Si gridò subito al miracolo e un gruppo di devoti cominciò a riunirsi ogni venerdì al crepuscolo, per pregare e accendere lampade ai piedi dell'immagine lignea. 
Un altro episodio miracoloso risale al tempo della grande peste del 1522. La pestilenza colpì Roma in modo tanto violento da far temere che la città restasse senza abitanti.
Memori del miracolo dell'incendio, i frati Servi di Maria decisero di portare il Crocifisso in processione penitenziale dalla chiesa di San Marcello alla Basilica di San Pietro. Le autorità, temendo il rischio di contagio, cercarono di impedire il corteo religioso, ma la disperazione collettiva non tenne conto del divieto e la scultura del Salvatore fu trasportata per le vie della città a furor di popolo.
Le cronache del tempo raccontano che la processione durò ben sedici giorni, dal 4 al 20 agosto di quell'anno. E questo perché, man mano che si procedeva, la pestilenza regrediva, tanto che ogni rione cercava di trattenere più a lungo possibile la sacra immagine.
E quando il Crocifisso rientrò in San Marcello, la peste era del tutto cessata e Roma era salva.
Dall’anno 1650, il Crocifisso miracoloso viene portato in S.Pietro, in occasione degli Anni Santi. 


Secondo questa tradizione é stato esposto nella Basilica Vaticana anche durante il periodo quaresimale del Grande Giubileo del 2000, sull’Altare della Confessione, e davanti alla sua immagine è stata celebrata dal papa Giovanni Paolo II la “Giornata dal Perdono” (12/3/2000).


mercoledì 7 dicembre 2011

Il massacro del Circeo



E’ il pomeriggio del 29 settembre quando Rosaria Lopez e Donatella Colasanti si incontrano con Gianni Guido e Angelo Izzo per fare una gita verso il mare. A bordo di una FIAT 127 bianca, i quattro ragazzi giungono a Villa Moresca a San Felice Circeo, di proprietà della famiglia Ghira, dicendo che Andrea sarebbe arrivato dopo poco. L’arrivo alla villa coincide per le ragazze con l’inizio dell’inferno. Dapprima rinchiuse nel bagno, poi a turno torturate e seviziate. Dopo molte ore, Rosaria Lopez viene annegata nella vasca da bagno. Donatella Colasanti, dopo essere stata più volte colpita con molta forza, riesce a sopravvivere fingendosi morta. I tre ragazzi, giovani neofascisti figli della “Roma bene”, volevano divertirsi. Provavano disprezzo per queste due ragazze provenienti dalla borgata, e decisero di abusare di loro. E’ oramai la sera del 30 settembre: Gianni Guido, Andrea Ghira e Angelo Izzo caricano le due ragazze nel baule dell’automobile e tornano a Roma. Parcheggiano in via Pola e vanno a mangiare. La salvezza di Donatella arriva nel momento in cui i suoi richiami vengono uditi da una pattuglia.




Ritrovamento della Colasanti ancora viva

Nel processo sono stati tutti condannati all’ergastolo con sentenza definitiva. Ghira riuscì a fuggire prima del processo; gli inquirenti hanno recentemente affermato di aver trovato la sua tomba in Spagna. Non è confermata l’identità della salma. Guido ha avuto la pena ridotta a 30 anni. Izzo, uscito dalla prigione, si è recentemente reso colpevole di un duplice omicidio. E’ tornato in carcere.



Gianni Guido al processo


L'arresto di Angelo Izzo

L’opinione pubblica: unanime fu la condanna all’orribile gesto. Dalle colonne di molti giornali, importanti firme del giornalismo italiano cercarono di capire le motivazioni di questo delitto. Tra i tanti, menzioniamo lo scambio che ci fu tra Italo Calvino (sul “Corriere della Sera”) e Pier Paolo Pasolini (sul “Mondo”). Il primo individua la responsabilità di quei fatti nella cultura borghese, consumistica e superficiale. Pasolini, invece, mette in luce un malessere più diffuso, quello che non colpisce solo i figli della borghesia, ma molto spesso anche i giovani sottoproletari delle periferie, i quali, nell’impossibilità del riscatto sociale, diventano violenti.

venerdì 2 dicembre 2011

Anna Magnani



Antidiva per eccellenza, Anna Magnani è stata una figura chiave del neorealismo italiano, interpretando con stile inimitabile il personaggio della popolana focosa e sboccata, ma allo stesso tempo sensibile e generosa, incarnazione dei valori genuini di un'Italia minore.
I personaggi caratterizzati dal suo temperamento focoso e passionale, ma capaci anche di toccanti e imprevedibili dolcezze, le si addicevano in modo perfetto. Anna Magnani è ricordata per quella sua inarrivabile e passionale carica umana, che talvolta sfociava in sanguigne manifestazioni di rabbia o di affetto, e che la distinguevano, oltre come inarrivabile interprete, come donna forte e sensibile, anche se profondamente tormentata.
Nata il 7 marzo 1908, nonostante alcune fonti la facciano nascere ad Alessandria d'Egitto, Anna Magnani ha sempre sostenuto di esser nata a Roma, città dalla quale ha preso tutta la sua grande passionalità e la sua smisurata forza d'animo. Cresciuta dalla nonna materna in condizioni di estrema povertà, Anna Magnani comincia molto presto a cantare nei cabaret e nei night-club romani e contemporaneamente studia all'Accademia d'Arte Drammatica.
Diviene ben presto uno dei nomi più richiesti del teatro leggero italiano. Lavora con
Vittorio De Sica e con Totò.  In cinema si rivela nel film "Teresa Venerdì" (1941), di Vittorio De Sica, dove interpreta una bizzarra canzonettista. In seguito interpreterà alcune commedie leggere  fino a quando arriva la sua completa rivelazione nel film neorealista "Roma città aperta" (1945) di Roberto Rossellini, con il quale avrà una burrascosa ma intensa relazione amorosa.








In quest'ultimo film Anna Magnani si rivela interprete dotata di una notevole quanto sofferta sensibilità, nella parte di Pina, popolana romana che viene uccisa mentre tenta di raggiungere il camion sul quale il suo uomo sta per essere deportato dai nazisti. Accanto ad uno straordinario Aldo Fabrizi, la Magnani rappresenta la redenzione di un popolo, attraverso le sue grandi qualità umane e morali, tanto che la sua interpretazione le farà meritare il primo dei suoi cinque Nastri d'argento.
Nel trionfo neorealistico è d'obbligo tratteggiare per lei la figura della popolana sfacciata, volitiva, sempre sicura e persino violenta nella difesa dei giusti valori, attraverso la sua bonaria veemenza. L'apoteosi di questa caratterizzazione è "L'onorevole Angelina" (1947) di Luigi Zampa, nel quale interpreta una donna di borgata "chiamata" a far politica, per rappresentare gli interessi della povera gente come lei.
Nel 1951 un altro grande ruolo: quello della donna frustrata che trasmette le sue illusioni ed i suoi sogni infranti nell'impossibile carriera cinematografica della figlia, a costo anche di mettere in crisi il suo matrimonio, nell'amaro "Bellissima" (1951) di Luchino Visconti.
Anche questo film le vale un meritatissimo Nastro d'argento.
Il 1955 è l'anno in cui Anna Magnani vince addirittura il premio Oscar per la sua interpretazione nel film di Daniel Mann, "La rosa tatuata"  con Burt Lancaster.


Nel 1962 la Magnani prende parte al film "Mamma Roma" di Pier Paolo Pasolini, un film poco riuscito. Gli anni '60 non le offrono quindi molto a livello cinematografico, così Anna Magnani si rituffa nel teatro,  che la vedono trionfare su tutti i più grandi palcoscenici d'Europa.
Tra il 1971 e il 1973 interpreta quattro stupendi film-tv scritti e diretti da Alfredo Riannetti, quali "La sciantosa", "1943: un incontro", "L'automobile" e "...correva l'anno di grazia 1870".
La sua ultima, breve, apparizione sugli schermi è stata nel film "Roma" (1972) di
Federico Fellini
, nella parte di se stessa.
L'attrice romana aveva avuto un figlio dall'attore Massimo Serato. Il ragazzo era stato colpito dalla poliomielite, e la madre aveva dedicato il resto della sua vita ad occuparsi di lui. La grande Anna Magnani muore di cancro a Roma il 26 settembre 1973, all'età di sessantacinque anni, assistita fino all'ultimo dall'adorato figlio Luca.

giovedì 1 dicembre 2011

Er barbiere de la meluccia



Le botteghe dei barbieri a Roma erano dei veri e propri centri culturali, i ritrovi dove si apprendevano le ultime notizie, dove si discuteva dei temi correnti della politica, dell’arte, dei fatti ed intrighi della Curia.
Il barbiere aveva una sua autorità, un suo prestigio nel rione, perché era colui che sapeva tutto, dava consigli: passava insomma per un uomo colto.
Ma oltre ai barbieri di riguardo, con tanto di salone, c’erano anche i “barbieri de la meluccia”: a piazza Montanara, a Foro Boario, a Campo Vaccino e sotto Portico d’Ottavia, nei luoghi insomma dove si radunavano i contadini che si offrivano  per il "mercato delle opere" (nell'800 le "opere" erano i lavori dei campi), accanto ai muri delle case mettevano in file quattro-cinque sedie che facevano da bottega all’aperto e soprattutto a chi facevano la barba mettevano una piccola mela in bocca, per tendere le guance alla rasatura.
La meluccia doveva servire per tutti gli avventori della giornata: l’ultimo dei clienti aveva il diritto di mangiarsela e, a volte, erano botte per arrivare ultimi.
Si pagava un bajocco (nome della moneta che nell'Ottocento era l'unità base dello Stato pontificio), per farsi radere una barba vecchia anche di due settimane.
Il barbiere con due dita stringeva la punta del naso e lo tirava su e giù secondo il verso con cui faceva la barba; ogni tanto lasciava il cliente con il naso per aria, per avere il tempo di affilare il rasoio alla striscia di cuoio attaccata alla spallina della sedia, oppure per rispondere alle domande degli altri clienti o per emanare sentenze sull’argomento di discussione.
In quel momento il cliente stava rassegnato con gli occhi che si perdevano pera aria, senza neanche respirare, per paura di andarsi a procurare un taglio alla gola.
Poi, quando sbarbato si alzava, un altro si andava a mettere al posto suo, mentre il barbiere strillava: sotto a chi tocca!………….e la meluccia cambiava bocca.

L'unica firma di Michelangelo



La celebre «Pietà», commissionata a Michelangelo dal cardinale Giovanni Bilhères de Lagraulas, ambasciatore di Francia a Roma, e che si ammira nella prima cappella della navata destra della basilica di S. Pietro, è una delle più importanti opere del Maestro, e l’unica che porta la sua firma.
Si racconta che il grande artista, che allora aveva 24 anni ed era ancora poco conosciuto, udendo il giudizio di alcuni intenditori d’arte che lodavano l’opera sua attribuendola però a Cristoforo Solari, si indispettì e volle mettere in evidenza il nome del vero autore, apponendo la firma sulla cintura che attraversa il seno della Vergine.

martedì 22 novembre 2011

Isola Tiberina: il serpente sacro e la palla del miracolo



Nel 293 a.C., narra la leggenda, mentre Roma è colpita da una grave pestilenza, una commissione di «esperti» si reca in Grecia, ad Epidauro, per chiedere un responso ad Esculapio, dio della Medicina. Ad un tratto un grosso serpente, simbolo della divinità, esce dal tempio, si dirige verso la nave dei Romani e vi sale. Il fatto viene interpretato come segno della volontà divina di... trasferirsi; ed essi ripartono felici e contenti. Giunti presso l’Isola Tiberina, si verifica la sorpresa: il serpente d’un balzo passa dalla nave all’isola. Altro chiaro segno di divina volontà: nel luogo si edifica immediatamente un bellissimo tempio dedicato ad Esculapio. Quasi che il Dio della salute si fosse trasferito nel suo appartamento di Roma, ecco che la pestilenza come per incanto, sparisce. E’ il 291 a.C.
Nel Medioevo, sul luogo del tempio di Esculapio fu costruita la chiesa dedicata a S. Bartolomeo. Qui, durante l’assedio di Roma del giugno 1849 da parte dei francesi alla Repubblica Romana, nella cappella del Sacramento cadde e rimase incastrata una grossa palla di cannone (diametro cm 14) che  colpì il sacro edificio in quel momento gremito di gente miracolosamente rimasta illesa. La palla, detta «del miracolo», fu lasciata sul muro a ricordo dell’avvenimento.



lunedì 21 novembre 2011

La " Rota dell'Incoronazione "


Pochi sono coloro che notano nella chiesa di S. Pietro, incassato nel pavimento poco oltre la porta della navata centrale, un grande disco di porfido, uno splendido marmo rosso.
E’ la famosa “rota porphyretica” o ruota dell’incoronazione, proveniente dal vecchio S. Pietro, dall’antica basilica edificata da Costantino. Su quella pietra rotonda prendevano posto gli imperatori quando il pontefice imponeva loro la corona. Su quella grande “rota”, opportunamente conservata, si inginocchiò il potente Carlo Magno, re dei Franchi, la notte di Natale dell’anno 800 quando papa Leone in (795-816) lo incoronò «imperatore Romano» (in tal modo fu infatti acclamato da tutti i presenti), ponendogli sul capo il diadema imperiale.

Su quella stessa «rota» vennero incoronati numerosi altri imperatori, tra cui Lotario I, Ludovico II, Lamberto di Spoleto, Berengario, i due Ottoni, Federico Barbarossa e Federico II.

venerdì 18 novembre 2011

Rino Gaetano



Indimenticabile Rino!

Così direbbero tutti quelli - e sono tanti - che lo hanno amato e idolatrato nei lontani anni '70 quando la sua stella controcorrente cominciò a brillare sul grigio panorama canzonettistico italiano.
Viene alla luce in pieno 1950 a Crotone, dove rimane per tutta l'infanzia; il giovane Rino nasce povero e viene costretto al trasferimento nella città di Roma che lo adotterà come romano, insieme ai genitori, in cerca di lavoro. Aspirante geometra, non molto portato per i banchi di scuola, coltiva i primi interessi per il mondo del teatro. Inizia i suoi primi approcci musicali imparando a suonare la chitarra e componendo le sue prime canzoni. Incontra fin da subito le perplessità del mondo musicale per il suo modo ironico e singolare di proporre i suoi pezzi, poco "in linea" con la tendenza seriosa e di stile ideologico di quel periodo, viene però notato da alcuni discografici romani suscitando la loro curiosità.
Dopo varie esperienze di teatro per ragazzi (in una versione musicale di "Pinocchio" interpretava la Volpe), debutta con un 45 giri nel quale interpreta sotto lo pseudonimo di "Kammamuri's" una canzone intitolata "I love you Marianna".



 Niente da fare, Gaetano è troppo fuori dagli schemi per essere capito dal conformistico universo della discografia italiana, in un momento in cui la moda del "demenziale" era ancora ben lungi dal venire alla luce, e questa sua prima prova viene solo guardata con un misto di compatimento e di pena.
Tuttavia la tenacia del cantante non si fa corrodere dai giudizi altrui. Ci riprova due anni dopo (1974), ma stavolta con un intero disco: il mitico "Ingresso libero".
Pubblico e critica al solito lo ignorano, ma intanto il successo di essere presente sul mercato Rino Gaetano lo ha ottenuto. E infatti quella sua prova costituirà di fatto il grimaldello per i suoi più ampi successi venturi.
In cantiere aveva una vera e propria bomba: un motivo di facile presa, dal solito contenuto corrosivo, che non poteva non attecchire: si trattava di "Ma il cielo è sempre più blu", il pezzo che nel 1975 gli fa compiere il gran salto in cima alle classifiche. 



Nel 1976 esce il suo secondo LP, questa volta molto atteso, "Mio fratello è figlio unico", partorito dopo lunghi anni di sperimentazioni e di prove. All'interno, un altro hit mai più uscito dall'ideale canzoniere italiano: "Berta filava".
Da questo momento in poi, per un periodo che va dal 1976 al 1978, Rino Gaetano si impone sempre più come il cantautore fuori dalle righe, il "grillo parlante" per antonomasia e pubblica una serie di pezzi che hanno la qualità (insolita per certi versi) di divertire ma di far riflettere su temi tanto delicati quanto difficili da affrontare in musica.
Con i successivi LP "Aida" (1977) e "Nuntereggaepiù" (1978) in un rapido crescendo, riscuote consensi sempre più consistenti, fino ad ottenere un vero e proprio successo con la canzone "Gianna" al Festival di Sanremo del 1978 (terzo posto, dopo "Un emozione da poco" di Anna Oxa, e da "E dirsi ciao" dei Matia Bazar), dove si esibisce davanti alla grande platea mostrando tutta la sua ironia scanzonata degna di un vero artista di varietà. Un'esibizione che è rimasta scolpita nella memoria di molti.




Nel 1979 è la volta del disco "Resta vile maschio dove vai" (il brano omonimo viene scritto da Mogol) che lancia nel periodo estivo l'indimenticabile ballata "Ahi Maria". Il disco segna il passaggio dalla piccola casa discografica It, alla multinazionale RCA e l'inizio di una serie di tournee che lo renderanno popolarissimo in tutta Italia.
Dopo questa orgia di successi per il sensibile Rino la crisi artistica è dietro l'angolo e dopo il non del tutto riuscito "E io ci sto" (1980), cerca altre vie espressive, iniziando a collaborare con artisti come Riccardo Cocciante e i New Perigeo (con i quali incide un ormai introvabile Q-disc).
Purtroppo anche il destino aveva i suoi progetti non più rimandabili. Il Fato, o chi per lui, se lo porta via il 2 Giugno 1981, alla verde età di trentuno anni, a seguito di un terribile incidente automobilistico alle prime luci dell'alba sulla romana via Nomentana. Già pochi giorni prima della tragedia, assieme all'amico Bruno Franceschelli, Rino venne coinvolto in un altro incidente automobilistico, dal quale uscì miracolosamente illeso; la sua auto, una Volvo 343, venne completamente distrutta e lui ne acquista subito un'altra uguale, di colore grigio metallizzato. Il secondo incidente invece si rivela fatale: la vettura finisce sulla corsia opposta e si schianta lungo via Nomentana (all'altezza dell'incrocio con via Carlo Fea) contro un camion. Pur prontamente soccorso ma in fin di vita, il cantante viene rifiutato da ben cinque ospedali, una circostanza sorprendentemente simile a quella narrata in uno dei suoi primi testi, La ballata di Renzo.


giovedì 17 novembre 2011

Pasta e broccoli in brodo d'arzilla



       Ingredienti
  • una arzilla di circa 800 grammi,
  • 350 grammi di broccolo romano,
  • 120 g di spaghetti a pezzi,
  • 1 spicchio d'aglio,
  • 2 filetti di acciuga sott'olio,
  • 100 grammi di passata di pomodoro,
  •  3 cucchiai di olio extravergine d'oliva,
  • ½ peperoncino,
  • 1 bicchiere di vino bianco, sale.
     
  • Per il brodo: 1,5 litri d'acqua, 1 spicchio d'aglio, 1 cipolla e 1 gambo di sedano.

Cuocere l'arzilla, lavata ed eviscerata, con 1,5 dl di acqua, con uno spicchio d'aglio, la cipolla e il sedano.
Dopo 20 minuti, estrarre il pesce, ritagliare la polpa (utilizzabile anche come secondo piatto) e rimettete a cuocere la testa, i ritagli e le cartilagini per 30 minuti.
Tritare l'altro spicchio di aglio e rosolarlo in una pentola con l'olio extravergine d'oliva, le acciughe spezzettate e il peperoncino.
Aggiungere la passata di pomodoro e il vino e lasciate cuocere per 20 minuti.
Pulire il broccolo, dividetelo in cimette piccole, unirlo al sugo e cuocere per 10 minuti.
Filtrare il brodo di pesce, salarlo e versarne 1 litro nella pentola, cuocendo per circa 5 minuti, fin quando non arriverà a bollore.
Lessare gli spaghetti spezzati  direttamente nel brodo e servire subito.

mercoledì 16 novembre 2011

Renato Rascel



Renato Ranucci nasce il 27 aprile del 1912 a Torino, dove i genitori, Cesare Ranucci e Paola Massa, rispettivamente cantante di operetta e ballerina classica, si trovano in tournée. Trascorsi i primi giorni dietro le quinte del teatro, al ritorno a Roma nel rione Borgo, il padre, romano doc, che prova un profondo rammarico per aver visto nascere Renato extra moenia, ha il piacere di far celebrare il battesimo nella Basilica di San Pietro, quasi per investire il bimbo della dovuta romanità. Più volte Renato precisa in futuro, che non conta dove nasci ma dove cresci, a dimostrazione del profondo legame con la capitale. È allevato da una zia e dalla nonna, poiché i genitori sono continuamente fuori per lavoro, a Borgo appunto, assieme ad una sorella che muore a soli diciassette anni.
Comico tra i più popolari in Italia per una cinquantina d'anni, grazie a un sense of humour surreale, a una piccola statura che diventava essa stessa elemento di simpatia e autoironia e a delle più che discrete doti canore che sfoderò anche sul palco del Festival di Sanremo, dove nel 1960, vinse in coppia con Tony Dallara cantando Romantica. Il suo grande successo è però Arrivederci Roma, brano ancora tra i più noti e popolari per descrivere le bellezze della Città Eterna. 



Sul versante della canzone umoristica, indimenticabili alcune macchiette come Il corazziere (forse il suo capolavoro, quanto a invenzioni lessicali e nonsense), Napoleone e È arrivata la bufera.
Ma Rascel era anche un attore serissimo, come provano almeno due film degli anni '50, Il cappotto (regia di Alberto Lattuada) e Policarpo ufficiale di scrittura (regia di Mario Soldati), dove interpretava due umili malinconici personaggi con sensibilità e leggerezza.
I suoi maggiori successi sono a teatro, nella rivista musicale del duo Garinei e Giovannini, con spettacoli come Attanasio cavallo vanesio, Alvaro piuttosto corsaro e Un paio d'ali. Successi travolgenti di pubblico.
In televisione si dedica soprattutto a comparsate che ne rinnovano la popolarità ma senza lasciare troppo il segno.
 
Muore a Roma il 2 gennaio 1991.

sabato 12 novembre 2011

Il Pulcin della Minerva ed il furto sventato




Nel 1666 si decise di spostare un obelisco, il più piccolo di quelli giunti dall’Egitto, dal convento dei Domenicani a piazza della Minerva. La piazza non era nuova ad ingerenze egizie, al tempo dell’impero aveva ospitato la comunità discendente dei faraoni. Il caso volle che il piccolo obelisco fosse dedicato alla dea Neith, l’equivalente egizio della Minerva romana, anche se il nome Minerva deriva dalla statua eretta da Pompeo in onore di Minerva Calcidica (oggi in Vaticano).
Il basamento fu commissionato al Bernini che stupì tutti ancora una volta per la sua fantasia. L’artista collocò il monolite in groppa ad un elefantino, piccolo e grassotello, somigliante più a un porcello che a un pachiderma. Il popolino infatti lo ribattezzò “porcin della Minerva”, successivamente trasformato in “pulcin”.



Nel 1946 Roma rischiò seriamente di perdere quest’opera. Un furbacchione riuscì a venderlo ad un ufficiale americano delle truppe d’occupazione che se ne era innamorato (altro che Totò e la fontana di Trevi). Il compratore inviò squadre di soldati ed un camion per smontarlo e trasportarlo in America. Il portiere del palazzo di fronte però s’incuriosì ed avvertì tempestivamente le autorità che riuscirono a fermare il “trasloco”, tra le veementi proteste dell’americano gabbato.
Costui non si arrese ed escogitò uno stratagemma. Assunse un gruppo di operai per spostare l’elefante, spiegando loro che andava trasferito per consentirne il restauro. I lavori cominciarono e i romani vi passavano davanti senza insospettirsi, sembrava uno dei tanti cantieri aperti in città. L’americano però, oltre a non essere furbo, era anche sfortunato. Quando gli operai avevano quasi liberato la base dell’obelisco si presentò una squadra comunale con l’incarico di rifare il selciato proprio a piazza della Minerva. L’americano, colto in fallo per la seconda volta, rispose in modo evasivo alle richieste di spiegazioni e, approfittando dei favori delle tenebre, si diede alla macchia.
Chissà dove sarebbe ora il “pulcin della Minerva” senza questi provvidenziali interventi…

venerdì 11 novembre 2011

La neve d'agosto




La basilica di Santa Maria Maggiore é nota anche come Santa Maria della Neve (ad nives) per via di una leggenda risalente al 352.
Tra il 4 e il 5 agosto di quell’anno la Madonna apparve contemporaneamente a Papa Liberio e al nobile romano Giovanni Patrizio assieme alla moglie, chiedendo loro di erigerle un tempio nel luogo in cui la mattina seguente avrebbero trovato neve fresca.
All’inizio credettero si fosse trattato di un’allucinazione. Come dar loro torto? Da queste parti non nevica d’inverno, figuratevi d’estate.
Invece, proprio quella notte ci fu una grande nevicata al centro di Roma, sul colle Cispio all’Esquilino. Per celebrare il prodigio fu costruita in quella zona la basilica più grande e magnifica di quelle dedicate alla Madonna.



Il papa stesso tracciò il perimetro dell'edificio e la chiesa fu costruita a spese dei due coniugi, divenendo nota come chiesa di Santa Maria "Liberiana" o popolarmente "ad Nives".
Ancora oggi, ogni 5 agosto, nella cappella dedicata alla vergine, una nevicata di petali di fiori bianchi ricorda il miracolo da cui sorse la basilica.

giovedì 10 novembre 2011

Carrozzella Romana


Le carrozze trainate da cavalli, a Roma dette 'botticelle', non nacquero come un mezzo di trasporto per i turisti, bensì per le botti (da cui il nome botticelle), in tempi in cui non esisteva ancora l'automobile.

Nella prima metà del Cinquecento, le “carrozzelle” erano molte tanto che creavano problemi di traffico.
A Roma gli abitanti non le amavano molto, in quanto erano ingombranti, pericolose e facevano un grande rumore sul selciato. La protesta fu tale che Sisto V impose dei limiti alla loro circolazione.
Con il tempo e con i nuovi modelli, le carrozze divennero più sicure e facili da guidare.
Il vetturino, quasi sempre, era proprietario della carrozza e del cavallo che curava premurosamente. Egli accompagnava gli sposi in chiesa, sfidava le avverse situazioni atmosferiche per accompagnare il medico nei posti più isolati della campagna.
Oggi, le circa tremila carrozzelle della Roma di una volta, non ci sono più, le poche rimaste sono eleganti carrozze dipinte di rosso, blu e giallo; il lavoro del vetturino è quello di accompagnare i turisti spiegando, durante il percorso, le bellezze artistiche della Città Eterna, con la sua magnifica fontana di Trevi, il Colosseo, la scalinata di Trinità dei Monti e tanto altro ancora.
Il cavallo da carrozza deve avere una grande resistenza a causa del duro lavoro che deve svolgere: soste sotto il sole infuocato dell’estate, sotto la pioggia ed il vento, riposi irregolari.
Ma il lavoro del vetturino con la sua carrozzella ed il cavallo, anche se ha ancora il suo fascino antico, è un mestiere difficile da mantenere vivo a causa degli spazi che continuano a restringersi, ed al traffico diventato troppo intenso.
Per ricordare le carrozzelle romane ecco una strofa della canzone “Carrozzella Romana”:
“…quanti ricordi cari di gioventù, fai ritornare in mente passando tu; tra il sorriso dei colli, del Pincio e di Villa Borghese, delle antiche fontane, di chiese di borghi e di fior; carrozzella romana che porti chi è senza pretese, sei la reggia più bella dei sogni fugaci d’amor…” 

Fabrizio e Maria Sposi 20 giugno 2010

mercoledì 9 novembre 2011

Diavolo di un cardinale...



A via Veneto, nella chiesa dei Cappuccini dedicata a Santa Maria della Concezione, il quadro del primo altare sulla destra è una rappresentazione dell’Arcangelo Michele che vince il demonio. L’opera è di Guido Reni. L’artista si superò: dipinse l’Arcangelo Michele talmente bello che molti lo paragonarono all’Apollo del Belvedere. La parte migliore però era il diavolo sconfitto, la cui bruttezza maligna emergeva in ogni particolare. Il quadro ottenne consensi unanimi, un vero capolavoro.
Unica voce stonata fu quella del cardinale Giovanni Battista Pamphili, il futuro Papa Innocenzo X, che già in passato aveva riservato parole sprezzanti per l’artista. Il nobile porporato si lamentò della incredibile somiglianza dei tratti del diavolo in agonia con i suoi. 



Reni, chiamato a render conto della sua opera, si difese candidamente:
«L’angelo io non potevo vederlo e dovetti dipingerlo secondo la mia fantasia. Il demone invece l’ho incontrato parecchie volte, l’ho guardato attentamente e ho fissato i suoi tratti proprio come li ho visti
Chissà se Papa Innocenzo X imparò la lezione: mai parlar male di un artista, la sua vendetta può essere eterna...

lunedì 7 novembre 2011

Alvaro Amici



Alvaro Amici nato a Roma il 21 febbraio del 1936, è stato un cantante della tradizione canora romana.
Nato da una famiglia di modesta condizione, visse nel periodo tragico della Seconda guerra mondiale.
Piccolissimo inizia a lavorare, svolgendo lavori come orefice, tornitore e pittore edile; ma la sua passione più grande è il canto.
Durante il servizio militare si esibisce in qualche festa per i suoi superiori: ottenendo così molti permessi di uscita per andare a fare le serenate alla sua fidanzata Cristina.
La sua voce viene notata nei ristoranti e nelle strade romane dove si esibisce con le serenate prendendo le canzoni dal repertorio dei cantanti di quel periodo: Claudio Villa, Tony Dallara, ed altri.
Nel 1961, viene chiamato per un provino dalla casa discografica di Napoli Vis Radio: esce il suo primo disco dal titolo “Stornelli maliziosi”.
Nel 1972 ottiene alcune piccole parti nei film tra cui ricordiamo “Roma” di Federico Fellini, Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli, nel 1982 “Il conte Tacchia” con Enrico Montesano.
Incide canzoni romane classiche ed altre scritte appositamente per lui, ottenendo un grande successo.
Nel 1975 incide per la casa discografica Saar, i 12 successi all’italiana di Claudio Villa.
Dal 1977 al 1979 entra a far parte della Fonit Cetra, per la quale incide “Roma de mi madre e Roma canta”.
Negli anni che vanno dal 1980 al 1982 si esibisce al teatro Margherita di Napoli, mentre a Roma porta in teatro “La Passatella” e “Favola Romana“, recite drammatiche in dialetto romanesco.
Nel 1983 incide un 45 giri dedicato alla Roma dello scudetto.
Tra il 1989 e il 1990 collabora con l’autore Lanfranco Giansanti, ed uscirà il Long playing “Sospiri de Roma“.
Pupetta mia” dell’anno 2000, sarà la sua ultima incisione.
Alvaro Amici muore il giorno 25 febbraio del 2003, il caso ha voluto che fosse proprio il giorno successivo alla morte di uno tra i più grandi attori romani: Alberto Sordi.
Al pincetto della Garbatella il giorno 12 settembre dell’anno 2008, in occasione della manifestazione “Aspettando la Notte bianca”, viene consegnato al figlio Corrado, in memoria del padre, l’Oscar Garbatella DOC.
Nella Notte bianca del 9 settembre 2007, in prossimità della fontana Carlotta, era stata apposta una targa in marmo per ricordare il “Menestrello della Garbatella“.

VECCHIA ROMA cantata dai "coreAcore"